Le ferite della storia
Non si può parlare della Santa Pasqua senza scrutare le ferite della storia. Non si può pronunciare la Risurrezione con leggerezza, come se fosse un alibi devoto, buono per il rito ma incapace di misurarsi con il sangue vivo del mondo. La Pasqua, se è vera, passa dentro le piaghe purulente della nostra terra, dentro il dolore sordo degli uomini, dentro quella notte che ancora oggi sembra così fitta da voler soffocare ogni speranza.
E le ferite sono tante. Sono i malati, i corpi stremati, le anime attraversate dalla prova. Sono i reparti di oncologia ospedaliera, dove ogni giorno si combatte una battaglia silenziosa, aggrappandosi a un filo di ostinata speranza per non consegnarsi alla resa. Sono le stanze spoglie, i corridoi dove la paura si mescola alla dignità, i volti che non chiedono molto: soltanto un noi vero, saldo, capace di non arretrare.
Ci sono poi gli immigrati che muoiono durante le traversate. Ci sono i naufragi che continuano a consegnare al Mediterraneo una funzione mostruosa: quella di farsi abisso di vite respinte, inghiottite nell’indifferenza del mondo. E dentro quella scena resta il grido di una madre, nel suo ultimo tentativo disperato di approdare a Lampedusa, mentre pensa al figlio: che fine farà ora? In questa domanda c’è già tutto il peso di un venerdì santo che non finisce.
Ci sono i bambini di Gaza, inchiodati troppo presto alla pedagogia della paura, con gli occhi pieni di macerie e il cuore esposto a una guerra che continua a sottrarre pane, riparo, scuola, respiro. C’è il Sudan, dove la fame e la fuga si inseguono come sorelle crudeli, e dove l’infanzia resta prigioniera di una catastrofe immensa. C’è l’Ucraina, ferita ancora aperta nel cuore dell’Europa, con le sue case spezzate, i suoi affetti dispersi e la sua ostinazione a resistere sotto il peso del fuoco. E ci sono tutte le guerre minori soltanto per i notiziari, non per chi le subisce: quelle che continuano a strappare figli alle madri, sonno ai bambini, dignità ai popoli.
Il grido degli ultimi
Ma il dolore non abita soltanto i fronti di guerra. Abita anche le nostre città. I nostri pianerottoli. Le periferie dimenticate. Le stanze chiuse dove si consuma il ritiro sociale di tanti ragazzi, come Marco, Andrea, Gloria. Attraversa i bambini e gli adolescenti intrappolati nella logica distorsiva della virtualità, smarriti in una connessione compulsiva, quasi dopaminergica, che non genera relazione, ma ulteriore solitudine. Abita nei giovani che si ritirano dalla vita, che abbassano le tapparelle dell’anima, che non riescono più ad abitare il mondo.
Abita anche il dolore più estremo, quello di chi non ce l’ha fatta e ha trovato nel suicidio una risposta tragica a una domanda rimasta senza grembo. Abita le terre della Calabria che ho conosciuto, dove i bambini, feriti dalla povertà educativa ed economica, lottano ogni giorno per strappare il futuro a un copione già scritto. Abita chi resiste alle sirene dei clan, chi non cede all’inganno di una vita che le mafie promettono come scorciatoia e che invece conduce soltanto alla morte. Abita Brancaccio, Scampia, Secondigliano, le periferie di Roma, tutti quei luoghi in cui il desiderio di riscatto deve misurarsi con l’abbandono, con la miseria che costringe a vivere di briciole e con la maledizione di mafie che uccidono, depredano, corrompono.
Il macigno non è destino
E tuttavia è proprio qui che la Pasqua rivela il suo senso più profondo. Non fuori dal dolore, ma dentro di esso. Non come evasione dalla storia, ma come suo attraversamento. La fede cristiana non ci dice che il male non esiste. Non ci chiede di addolcire la croce. Ci consegna, piuttosto, la vertigine di un Dio che entra nella storia polverosa di ciascuno, che non fugge il patimento, che assume la notte senza smettere di amare.
È questo che rende la Pasqua così sconvolgente: la morte non ha l’ultima parola. Il sepolcro non coincide con il destino. Il macigno può essere rimosso. E il Crocifisso non è il sigillo di una condanna definitiva, ma il punto estremo in cui l’amore di Dio si spinge fino a toccare l’abisso umano, dischiudendo orizzonti di speranza infinita.
Cristo risorto non cancella magicamente le ferite del mondo. Le attraversa. Le porta con sé. Le trasfigura. Le sue piaghe restano, ma non sono più soltanto segni di supplizio: diventano epifanie di luce. E allora la Pasqua non è una parentesi devota. È l’annuncio rivoluzionario che nessuna notte è così buia da impedire all’aurora di arrivare.
Una Pasqua che diventa carne
Se crediamo davvero nella Risurrezione, allora non possiamo limitarci a celebrarla. Dobbiamo incarnarla con trepidazione, a colpi di cuore. Dobbiamo diventare, per quanto possiamo, uomini e donne capaci di aiutare a rimuovere i massi: quelli dell’indifferenza, della miseria, della guerra, della solitudine, della dipendenza, della rassegnazione.
Questa festa ci chiede questo: di stare accanto ai malati, di custodire i feriti, di non lasciare soli gli anziani, di ascoltare il dolore dei ragazzi, di difendere l’infanzia violata, di riconoscere il volto dei migranti, di restituire dignità ai detenuti, di opporci senza ambiguità a tutte le mafie, di abitare le periferie senza paura e senza deleghe. Perché la Risurrezione, se non tocca la carne viva degli ultimi, rischia di restare una parola pronunciata bene ma vissuta male.
Questa festa è il nome di una speranza concreta. È la fede commovente nell’idea che non siamo soli. È il coraggio di credere che persino davanti al sepolcro più pesante, davanti al dolore più muto, davanti alla sconfitta più amara, Dio continua a lavorare nelle nostre vicende con la discrezione ostinata della luce.
E allora il nostro augurio non sia una formula di circostanza. Sia piuttosto una consegna esigente: che questa Pasqua raggiunga i luoghi dove la vita è più esposta, le corsie degli ospedali, le barche alla deriva, le carceri fredde, le case vuote degli anziani, le periferie ferite, i quartieri divorati dalla povertà, i cuori di chi non osa più attendere l’aurora.
E con don Tonino Bello possiamo davvero chiedere che sia la festa in cui il traboccamento della comunione venga a lambire le sponde della nostra isola solitaria.
