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mercoledì, 7 Gennaio, 2026
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Pax Silica, Usa guidano l’ordine tecnologico dell’era AI: senza UE

Una cornice di cooperazione su semiconduttori, intelligenza artificiale e filiere critiche ridefinisce gli equilibri globali. L’Unione Europea ha mercato e industria, ma paga l’assenza di una guida politica unitaria.

Il 12 dicembre 2025, a Washington, gli Stati Uniti hanno dato un nome a ciò che da tempo era evidente: la tecnologia non è più soltanto economia, è potere. La chiamano Pax Silica. Non è una legge, non è un trattato internazionale, non è un’organizzazione con statuto e sede. È un’iniziativa tra governi: un gruppo ristretto di Paesi considerati affidabili decide di muoversi insieme per rendere più solide le filiere che sostengono l’economia dell’intelligenza artificiale.

Il perimetro è volutamente ampio e, proprio per questo, politico: semiconduttori e intelligenza artificiale, certo, ma anche materie prime critiche, energia, reti, centri dati e manifattura avanzata. In sostanza, la Pax Silica prova a mettere sotto tutela l’intera “spina dorsale” tecnologica del XXI secolo, riducendo dipendenze ritenute rischiose e garantendo continuità industriale in un contesto che somiglia sempre meno alla globalizzazione senza attriti e sempre più a una competizione tra aree geopolitiche.

Una cooperazione selettiva per governare le filiere critiche

La prima cosa da chiarire è un fatto: la Pax Silica nasce con sette firmatari. Sono Stati Uniti, Australia, Giappone, Corea del Sud, Regno Unito, Singapore e Israele. È una scelta funzionale, non simbolica: ogni Paese porta un tassello essenziale della filiera e condivide un alto livello di allineamento strategico. Per l’Europa, però, il dato che pesa è un altro: tra i firmatari c’è il Regno Unito, mentre l’Unione Europea, come tale, non firma. E questo non è un dettaglio.

I sette firmatari e l’assenza dell’Unione Europea

Che cosa vuole ottenere Washington? La risposta è meno ideologica di quanto sembri e più operativa di quanto si dica. La Pax Silica mira a trasformare la “sicurezza economica” in metodo di governo. Se l’intelligenza artificiale diventa infrastruttura della potenza, allora le sue filiere diventano infrastrutture critiche da proteggere e rendere prevedibili. Significa coordinare la lettura dei rischi, far circolare informazioni su vulnerabilità e colli di bottiglia, allineare incentivi e investimenti, spingere norme tecniche compatibili e, soprattutto, difendere tecnologie sensibili e infrastrutture digitali. La cornice include anche un messaggio implicito ma forte: la competizione passa anche per la capacità di reagire a distorsioni del mercato, come vendite sottocosto e sovracapacità produttiva, che possono rendere insostenibili investimenti industriali di lungo periodo.

La sicurezza economica come infrastruttura della potenza

Il punto di forza della Pax Silica sta tutto nella forma: un formato ristretto riduce la complessità politica, limita i veti, accorcia i tempi, aumenta la capacità di attuazione. È un’impostazione costruita per decidere prima che sia il mercato — o una crisi — a decidere al posto dei governi. Ma proprio qui nasce anche il suo punto debole: quando si crea un “cerchio di fiducia”, si alza inevitabilmente la pressione su chi resta fuori. La fiducia, per definizione, non è un’etichetta da applicare; è un rapporto che richiede scelte, garanzie e continuità. E questo può generare attriti con alleati che si scoprono, all’improvviso, non al centro del tavolo.

Velocità decisionale e cerchi di fiducia

Perché l’Unione Europea non è tra i firmatari? Non per una presunta ostilità americana verso l’Europa. Il motivo è più concreto e, se vogliamo, più scomodo: l’Unione è un gigante del mercato e delle regole, ma fatica a presentarsi come soggetto politico unitario quando la posta in gioco unisce industria, sicurezza, politica estera e tecnologia. La frammentazione europea non è un difetto astratto: produce conseguenze pratiche.

La prima conseguenza riguarda i tempi. La Pax Silica nasce per essere rapida e selettiva; l’Unione vive di equilibri multilivello, compromessi, mediazioni e passaggi istituzionali. È un sistema costruito per durare — e infatti dura — ma quando serve una catena decisionale corta, il modello europeo tende a rallentare. La seconda conseguenza riguarda la coerenza strategica. Molti Stati membri condividono la diagnosi — ridurre dipendenze, proteggere tecnologie critiche — ma non sempre condividono la terapia con la stessa intensità e con gli stessi tempi. Nel settore dei semiconduttori, dove un investimento di oggi produce capacità industriale tra anni, la coerenza conta quanto i finanziamenti. La terza conseguenza riguarda la rappresentanza. Washington dialoga con governi sovrani che assumono impegni e li eseguono. Bruxelles può partecipare a tavoli, può avviare programmi, può definire regole; ma trasformare una presenza in una firma, e poi in azione coordinata, richiede un mandato politico univoco che oggi è difficile ottenere in tempi brevi.

La frammentazione europea come fattore politico

Questo spiega anche un elemento che ha creato confusione nelle ricostruzioni mediatiche: i Paesi Bassi ricorrono spesso quando si parla di Pax Silica, perché sono centrali in un passaggio cruciale della filiera mondiale. Ma occorre disciplina: essere citati o essere presenti a un incontro non equivale a essere firmatari. È, in piccolo, il paradosso europeo: la sua industria è abbastanza importante da non poter essere ignorata, ma l’Europa come soggetto politico fatica a trasformare quel peso industriale in potere negoziale unitario.

Industria forte, potere politico debole

Bruxelles, va detto con chiarezza, non è ferma. Negli ultimi anni l’Unione ha costruito un impianto coerente di politiche: sostegno ai semiconduttori, iniziative sulle materie prime critiche, controlli sugli investimenti e una attenzione crescente alla sicurezza economica. Il problema, però, è che l’Europa risponde soprattutto con strumenti e regolazioni, mentre la Pax Silica è una risposta fondata su una coalizione politica. Sono due linguaggi diversi. E nel 2026, quando la competizione accelera, spesso vince chi riesce a unire strategia e velocità.

La fotografia europea, allora, va letta senza alibi. I punti di forza non mancano: un grande mercato unico, la capacità di definire regole che spesso diventano riferimento, competenze industriali in segmenti decisivi e una base scientifica e tecnologica che, se coordinata, può competere. Ma i punti di debolezza sono altrettanto reali: frammentazione politica, decisioni lente, risorse disperse in molte iniziative senza pochi obiettivi di scala davvero continentale, difficoltà a scegliere priorità comuni e finanziarle con continuità, una postura geopolitica che tende alla mediazione anche quando servirebbe una decisione netta.

Restare mercato o diventare coautori delle regole globali

La strada europea, quindi, non è la contrapposizione a Washington. Il bivio è più concreto: l’Europa vuole essere coautrice delle regole della tecnologia globale o vuole restare un grande mercato che si adatta a regole decise altrove? Per non restare in periferia serve un salto di qualità: una guida politica europea vera sulla tecnologia critica e sulla sicurezza economica, capace di fissare pochi obiettivi e di farli avanzare con scadenze verificabili; una concentrazione su pochi progetti di scala europea, non nazionale, lungo la filiera dei semiconduttori e delle infrastrutture digitali; una collaborazione con gli Stati Uniti da pari, cooperando dove conviene e difendendo autonomia dove serve, senza ambiguità.

Serve, prima ancora dei fondi, una scelta di metodo: trasformare la complessità europea in decisione, ma in tempo utile. Perché nei semiconduttori — e ormai nell’intelligenza artificiale — vale una regola antica e poco sentimentale: chi arriva tardi non perde soltanto la corsa di oggi. Perde la capacità di decidere le regole della corsa di domani.