L’illusione di un attacco “inevitabile”
Il minacciato attacco americano all’Iran, esaminato da un punto di vista semplicistico, può apparire – naturalmente con gli occhi mai inumiditi di chi non considera o non può considerare gli effetti devastanti di una guerra per gli esseri umani in essa coinvolti – geopoliticamente opportuno, quasi inevitabile. Scatenato nel momento giusto.
Trump, per di più, nel suo ultimatum lo ha collegato a condizioni precise aventi una effettiva base di realtà: la definitiva conclusione del programma nucleare, lo stop alla produzione di missili in grado di colpire Israele, la cessazione del rifornimento di armamenti ai proxy regionali sin qui supportati dal regime degli ayatollah.
Un regime indebolito ma non inoffensivo
Il regime è obiettivamente indebolito. Non gode di un esteso sostegno popolare, come si è visto lo scorso mese con le imponenti manifestazioni soffocate nel sangue. Gli attacchi subìti lo scorso giugno dagli israeliani sulla stessa Teheran e in alcuni altri luoghi, così come quelli americani ai siti nucleari di Fordo, Natanz e Isfahan, ne hanno dimostrato la vulnerabilità difensiva.
Il contrattacco attuato – ancorché nella sostanza dichiarato dal governo come solo dimostrativo – non ha fornito l’idea di poter davvero, potenzialmente, infliggere danni devastanti al nemico sionista.
Il crollo dei proxy e il fallimento del “corridoio sciita”
Gli alleati regionali da sempre finanziati e armati, le “tre H”, sono stati fortemente indeboliti dalle azioni poste in atto da Israele: così Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano, un po’ meno gli Houthi nello Yemen, che però sono fuori rotta territoriale rispetto all’ambizioso ma ora naufragato progetto di “Corridoio sciita” immaginato senza soluzione di continuità fra Bagdad e Beirut, anche a causa della caduta di Assad in Siria, che ne costituiva un punto d’appoggio fondamentale.
Perché l’attacco sembra conveniente
Tutto, dunque, parrebbe deporre in favore di un attacco definitivo. Gli americani vendicherebbero l’oltraggio patito nel 1979, oltre a tornare ad esercitare un qual certo potere nel Paese. Gli israeliani si libererebbero del loro più acerrimo nemico, dello Stato che li vuole distruggere.
Le monarchie sunnite del mondo arabo vedrebbero con sollievo venir meno il più potente e pericoloso “competitore” religioso nel mondo musulmano. Ed in effetti questo scenario tanto ottimistico fa breccia nei ragionamenti di molti a Washington, a Tel Aviv e forse anche a Riad.
La stabilità regionale come bene superiore
Ma c’è un altro e diverso modo di considerare le cose. Che conduce a una decisione opposta. Il regime degli ayatollah, se indebolito e posto nelle condizioni di non poter più esercitare una reale minaccia per i paesi dell’area, non deve cadere, non ora almeno, perché esso è un elemento di un quadro regionale che è meglio non sottoporre a nuovi scossoni, dopo quanto accaduto in Siria.
Lì la Turchia si è sostituita alla Russia nel ruolo di principale influencer e i militanti dell’ISIS paiono aver riacquistato libertà di movimento, se non addirittura di azione.
Il timore delle monarchie del Golfo
Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Oman – quest’ultimo il più vicino politicamente all’Iran – percepiscono nettamente il rischio enorme che una guerra provocherebbe, e un crollo del regime ancor di più: una situazione esplosiva diffusa nella quale milizie sciite non governate, terroristi radicali sunniti e destabilizzatori professionali agirebbero con facilità, mettendo tutta la regione a ferro e fuoco.
Petrolio, Hormuz e l’interesse cinese
Con conseguenze inevitabilmente negative sulla gestione della ricchezza – l’oro nero – che accomuna tutti quegli Stati: le rotte navali, il collo di bottiglia dello Stretto di Hormuz, i campi petroliferi.
Non è un caso se la Cina, che di petrolio necessita in enormi quantità ogni giorno che nasce sulla Terra, si sia attivata moltissimo, e con successo, per favorire il ripristino di accettabili relazioni diplomatiche fra Arabia e Iran tre anni fa. Necessita tranquillità, non tensione.
Il nodo strategico per Cina e Russia
Un nuovo assetto politico a Teheran, presumibilmente assai legato a Washington, determinerebbe il dominio assoluto americano nel settore oil & gas: per il presente e soprattutto per il futuro. Venezuela e Iran insieme detengono quasi un terzo delle riserve petrolifere mondiali.
Questo la Cina non può permetterselo. Al tempo stesso, questa è una grande tentazione per un uomo legato ai combustibili fossili come Trump.
E sarebbe un’ulteriore complicazione per la Russia, che da Teheran riceve droni a basso costo per la guerra ucraina e finanzia la propria economia di guerra con i proventi del petrolio venduto aggirando le sanzioni occidentali.
Il rischio di contagio politico nel mondo arabo
Le monarchie arabe sono teocrazie assolutiste esattamente come lo è l’Iran. L’eventuale caduta di quella sciita potrebbe risvegliare ambizioni di varia natura presenti in quelle sunnite, talvolta percepibili nella profondità di società ancora per certi aspetti feudali, immerse in estrema modernità e ricchezza materiale ma imprigionate in una camicia di forza religiosa e morale sempre meno sopportata dalle nuove generazioni.
Mediazioni, Abramo e prudenza americana
Il terrore del caos che potrebbe propagarsi dall’Iran spinge dunque reali ed emiri a chiedere a Trump di non intervenire. Un’estensione degli Accordi di Abramo all’Arabia Saudita sarebbe, ad esempio, una decisiva carta per convincerlo, soddisfacendo così anche Israele.
Non per caso la Turchia, le cui ambizioni regionali sono ormai evidenti, si propone come mediatrice: anch’essa necessita di tempo per consolidare i successi recenti, a partire dalla Siria.
Il fattore militare: la guerra apre scenari incontrollabili
C’è infine un ulteriore elemento che induce a prudenza la Casa Bianca. Come ha scritto Katrin Bennhold sul New York Times, i missili a lungo raggio che l’Iran ha già avvisato di poter impiegare, capaci di coprire distanze fino a 2000 chilometri, costituirebbero una minaccia serissima per tutti i paesi dell’area, a cominciare da Israele, oggi a corto di missili intercettori.
Tutto questo insieme di valutazioni induce a ritenere che un possibile attacco USA all’Iran determinerebbe una serie di reazioni non facilmente controllabili.
Come del resto avviene sempre quando si innesca una guerra.
