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martedì, 17 Febbraio, 2026
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Perché il centro è ancora necessario

In un sistema politico radicalizzato, il centro può tornare ad essere luogo di mediazione, rappresentanza e governo della complessità, intercettando l’area crescente di cittadini che rifiuta lo scontro ideologico permanente.

La polarizzazione che impoverisce la politica

Il quadro politico italiano appare oggi sempre più segnato da una polarizzazione rigida e spesso sterile, nella quale il confronto tra destra e sinistra si traduce in uno scontro permanente, ideologico e identitario, che fatica a produrre sintesi e soluzioni. Il bipolarismo, nato con l’ambizione di garantire governabilità e chiarezza, si è progressivamente trasformato in una gabbia che semplifica e impoverisce il dibattito pubblico, riducendo la politica a una contrapposizione frontale in cui la logica del conflitto prevale su quella della responsabilità.

In questo contesto, il centro non può essere liquidato come una formula superata o come una posizione di comodo. Al contrario, esso è chiamato a proporsi come forza di interposizione, capace di sottrarre il sistema politico alla radicalizzazione e di ricondurre il confronto entro binari democratici fondati sulla mediazione, sul dialogo e sulla ricerca del bene comune. Non un luogo neutro o indistinto, ma uno spazio politico consapevole della complessità del Paese e della necessità di governarla.

 

L’elettorato senza rappresentanza e la sfida dell’astensionismo

L’attualità restituisce un dato sempre più evidente: esiste una vasta area di elettori che non si riconosce nello scontro tra i due poli. Una parte significativa della società osserva con distanza una politica percepita come autoreferenziale, incapace di rappresentare le proprie istanze e di offrire risposte credibili. Questo disagio si riflette nel crescente astensionismo, che non è soltanto disaffezione, ma anche rifiuto di un’offerta politica costruita attorno a una polarizzazione forzata. È a questo spazio, oggi privo di rappresentanza, che il centro può e deve rivolgersi.

 

La tradizione del cattolicesimo democratico: mediazione come metodo alto

Per il cattolicesimo democratico, questa collocazione non è il frutto di una scelta tattica, ma una vocazione storica e culturale. Le sue radici affondano nel pensiero di don Luigi Sturzo, che concepiva la politica come ambito autonomo ma non privo di valori, fondato sulla responsabilità personale, sulla partecipazione delle comunità intermedie e sulla centralità della persona. Sturzo rifiutava tanto il massimalismo ideologico quanto il pragmatismo senza principi, indicando nella mediazione e nel dialogo non un compromesso al ribasso, ma un metodo alto per la costruzione di istituzioni giuste e inclusive.

Questa ispirazione trovò una concreta traduzione nella stagione della Prima Repubblica, quando la Democrazia Cristiana seppe svolgere una funzione di equilibrio all’interno di un sistema politico complesso e pluralista. La sua forza non risiedeva

nell’omologazione, ma nella capacità di tenere insieme sensibilità diverse e di dialogare con le altre espressioni dell’arco democratico di governo, costruendo alleanze fondate su programmi e responsabilità condivise. La mediazione non era vissuta come ambiguità, ma come esercizio consapevole di governo della complessità.

 

Frammentazione centrista e necessità di un soggetto aggregante

Nonostante le nobili intenzioni, l’attuale frammentazione dei vari movimenti e forze di matrice centrista rischia di ridurre la loro capacità di incidere davvero sulla scena politica. Anime legittimamente diverse — riformiste, moderate, liberali, cattoliche — spesso si muovono isolate, con una visione parziale e autoreferenziale del proprio ruolo. Questa dispersione, seppur animata da entusiasmo e buon senso, produce inevitabilmente debolezza ed inefficacia, perché il centro, per sua natura, non può esistere come sommatoria di iniziative individuali o come mosaico di personalismi: esso richiede una coordinazione organica, un soggetto politico in grado di rappresentare un luogo aggregante, di confronto e di mediazione.

Un centro degno di questo nome deve essere capace di tenere insieme le diversità senza lasciarsi fagocitare dall’egocentrismo, senza trasformare le differenze in motivo di conflitto interno o in pretesto per politiche di visibilità fine a se stesse. Deve porsi come spazio dove le diverse sensibilità contribuiscono alla costruzione di linee comuni, dove la pluralità diventa valore e non ostacolo, e dove il dibattito è strumento per arrivare a decisioni condivise, non palcoscenico di autoreferenzialità. Solo così il centro può tornare a svolgere la funzione che la storia gli ha assegnato: essere l’alternativa ragionata al bipolarismo, il luogo in cui il dialogo non è concessione, ma metodo, e in cui la politica recupera la sua dignità civile e culturale.

 

Orizzonte 2027: credibilità, autonomia e funzione democratica

Oggi, in un tempo in cui la radicalità viene spesso scambiata per coerenza e il rifiuto del confronto per forza politica, la lezione sturziana appare di straordinaria attualità. Molti amministratori, esponenti civici e mondi associativi faticano a trovare una collocazione naturale, tanto nel cosiddetto campo largo quanto nel centrodestra, proprio perché non si riconoscono in una politica ridotta a tifoseria. Il centro può tornare a essere la casa di queste energie, lo spazio in cui la pluralità non è un problema da semplificare, ma una risorsa da comporre.

In vista delle elezioni politiche del 2027, questa riflessione assume un significato ancora più concreto. La prossima scadenza elettorale rappresenta un passaggio decisivo per verificare se il sistema politico italiano intenda continuare a riprodurre uno schema bipolare sempre più logoro o se sia disposto ad aprire uno spazio credibile a una forza capace di ricomporre, mediare e governare la complessità. In questo scenario, il centro è chiamato a interrogarsi sul proprio ruolo e sulla propria credibilità, evitando scorciatoie elettorali o aggregazioni costruite all’ultimo momento.

Il centro non può limitarsi a una funzione di testimonianza né ridursi a un ruolo di equilibrio numerico tra i poli. Deve ambire a presentarsi come proposta autonoma, capace di incidere sugli equilibri politici e di offrire una risposta concreta a quell’area di Paese che oggi non si riconosce nello scontro ideologico permanente.

Riscoprire il centro, dunque, significa offrire un’alternativa credibile volta a contrastare l’astensionismo, restituendo dignità alla politica come luogo di confronto e decisione; significa riaffermare che la mediazione è una virtù democratica, non una debolezza. In un’Italia attraversata da divisioni profonde, il centro non rappresenta una nostalgia del passato, ma una necessità del presente.