Home GiornalePerché “vide e credette”? Il segno che apre alla fede

Perché “vide e credette”? Il segno che apre alla fede

Dal sepolcro vuoto alla nascita del riconoscimento: quando il vedere non basta e lo sguardo diventa memoria viva, capace di cogliere una presenza oltre l’evidenza.

“Vide e credette”: con questa espressione Mino Mastromarino intitola la sua riflessione sul mattino di Pasqua, pubblicata l’8 aprile su Il Domani d’Italia, richiamando il cuore del racconto del Vangelo di Giovanni (Gv 20,1-9). La sobrietà della formulazione custodisce una tensione che attraversa tutto il testo: da un vedere ancora incompleto nasce un credere già reale.

L’articolo ha il merito di soffermarsi sul dato concreto del sepolcro vuoto e, in particolare, sulla disposizione dei teli, secondo una linea interpretativa.

In questa lettura, Giovanni, l’apostolo amato, non si troverebbe davanti a un semplice disordine, ma a segni che rimandano a una particolare situazione.

Si tratta, tuttavia, di un’interpretazione del dato narrativo, non di una descrizione tecnica esplicitamente fornita dal testo secondo le osservazioni di don Antonio Persili, riprese anche da Vittorio Messori e recepite nella traduzione CEI del 2008 della Bibbia.

E tuttavia, proprio qui si apre uno spazio ulteriore, che il Vangelo di Giovanni non consente di chiudere in una spiegazione puramente descrittiva. I teli non sono una prova che costringe, ma un segno che rinvia. Nel linguaggio giovanneo, il segno non esaurisce il suo significato nel dato visibile: esso apre, piuttosto, a un livello più profondo, in cui ciò che è visto chiede di essere riconosciuto.

Non è un caso che il testo precisi subito dopo: “non avevano ancora compreso la Scrittura”. Il credere di Giovanni, allora, non può essere ridotto a una deduzione, per quanto raffinata.

È un atto che nasce dentro una relazione e dentro una memoria viva delle parole e dei gesti di Gesù.

Il suo è uno sguardo che, vedendo, ricorda; e ricordando, riconosce.

Il passaggio decisivo non è tra ignoranza e conoscenza, ma tra constatazione e significato. Giovanni non vede più degli altri, ma vede diversamente: ciò che per Pietro resta un dato da verificare, per lui diventa un segno che rimanda oltre sé stesso. In questo senso, il “vide e credette” non descrive la conclusione di un ragionamento, ma l’inizio di un riconoscimento: nell’assenza del corpo si apre la percezione di una presenza nuova.

Questa dinamica trova una suggestiva corrispondenza nell’opera di Eugène Burnand, I discepoli Pietro e Giovanni corrono al sepolcro. Nei volti dei due discepoli non si riflette semplicemente ciò che vedono, ma ciò che sta accadendo in loro: Pietro è ancora nella ricerca, Giovanni appare già attraversato da una certezza nascente. Non è la quantità dei dati a fare la differenza, ma la disponibilità dello sguardo.

E allora il punto, alla fine, non è più soltanto ciò che accadde in quel sepolcro, ma ciò che accade davanti a quel sepolcro.

Perché quel “vide e credette” non descrive solo il discepolo amato, ma interpella anche il lettore. Di fronte agli stessi segni — sempre fragili e non conclusivi — si apre ancora oggi la possibilità di un passaggio. La fede non nasce quando tutto è chiaro. Nasce quando, davanti a un’assenza che non si lascia spiegare, riconosce che forse non manca qualcosa — ma è accaduto l’impensabile.

In copertina

Eugène Burnand, I discepoli Pietro e Giovanni accorrono al sepolcro il mattino della Resurrezione, 1898, olio su tela, Museo d’Orsay, Parigi