Roma, 30 ott. (askanews) – Si può parlare di migrazione, identità culturale e convivenza senza ricorrere al dramma? “Pitza e datteri”, la commedia diretta da Fariborz Kamkari e girata interamente a Venezia, interpretata da Giuseppe Battiston, con le musiche originali dell’Orchestra di Piazza Vittorio, dimostra che l’ironia può essere uno strumento particolarmente efficace per raccontare le contraddizioni del nostro tempo.
Ambientato nella comunità musulmana veneziana, il film mette in scena una crisi tanto singolare quanto rivelatrice: i suoi anziani capi non riescono più a controllare i comportamenti delle nuove generazioni, soprattutto delle donne. Tra queste c’è Zara, giovane vedova, bella, intraprendente, che non ha alcuna intenzione di lasciarsi dettare le regole dagli uomini della comunità.
Quando Zara entra legalmente in possesso del locale utilizzato come moschea e lo trasforma in un salone di bellezza bisex, l’equilibrio della comunità salta. I patriarchi si ritrovano senza il loro luogo di preghiera e davanti a una donna che incarna tutto ciò che vorrebbero impedire: autonomia, intraprendenza e libertà di scelta.
La soluzione arriva dall’Afghanistan. In missione a Venezia viene inviato Saladino, un giovane imam cresciuto in una madrasa isolata, abituato a un mondo assai diverso da quello che lo attende nella città lagunare. Il suo incontro con Venezia, con le abitudini dei suoi abitanti e con la personalità travolgente di Zara produce uno choc culturale da cui nasce la forza comica del film.
Saladino sembra inizialmente impreparato a tutto ciò che vede. Ma, mentre cerca di risolvere la crisi della comunità e di ricondurre i suoi membri a un nuovo equilibrio, scopre che la realtà è molto più complessa delle regole con cui aveva imparato a interpretarla. Anche Zara, con la sua indipendenza e la sua forza, si rivela per lui una presenza impossibile da ignorare.
La missione, alla fine, avrà successo, ma non nel modo previsto. Saladino riuscirà a trovare una nuova moschea (grazie al rabbino capo della città!) e a favorire un confronto con i vecchi capi della comunità. Tuttavia, sarà soprattutto lui a tornare cambiato. Ripartirà per il suo mondo, lontano dalla laguna, portando con sé l’esperienza di un incontro che ha allargato i suoi orizzonti e messo in discussione molte delle sue certezze.
Fabrizia Falzetti, fondatrice e CEO della FAR out FILMS, racconta: “Ci siamo interrogati molto sul finale, e abbiamo scelto che Saladino doveva ripartire: perché incontrare una cultura diversa non significa abbandonare la propria, ma scoprire che la propria identità può arricchirsi, diventare più consapevole e trovare nuove possibilità”.

