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lunedì, 23 Febbraio, 2026
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Porzûs, memoria e responsabilità civile

Nel ricordo dell’eccidio del febbraio 1945, il Sindaco di Udine ha reso omaggio ieri ai caduti della Osoppo e riafferma il significato storico, morale e civile della Resistenza per la libertà, la democrazia e l’Europa.

Il dolore e l’orgoglio della memoria

Ottant’anni fa, alle malghe di Porzûs, si commemorava per la prima volta l’eccidio avvenuto qui, e nei pressi di Bosco Romagno, l’anno prima, nel febbraio 1945. A quella prima occasione di ricordo erano presenti tutti coloro che avrebbero fondato, nel 1947, l’Associazione Partigiani Osoppo. Tra i molti che vi presero parte c’era anche un giovane studente universitario, destinato a diventare uno tra i più importanti intellettuali del dopoguerra: Pier Paolo Pasolini. Nell’eccidio gli era stato ucciso il fratello diciannovenne Guido, partito qualche mese prima per unirsi all’Osoppo, imbevuto di entusiasmo per la sua patria e di avversione per i nazifascisti.

Pier Paolo Pasolini non risulta tra gli oratori della cerimonia che si svolse alle malghe, ma per quell’occasione scrisse un testo – segnalato dal professor Andrea Zannini del nostro ateneo – di cui non sappiamo se venne letto. «Non parlo perché ho qualche incarico o qualche merito particolare», esordiva, «ma solo perché sono il fratello di uno di questi martiri». Potete immaginare quale sia il dolore nelle nostre famiglie: mio fratello è morto per i suoi ideali, «per il suo dolcissimo tricolore», e con lui «tutti i suoi eroici compagni […] solo noi, loro parenti, possiamo piangerli pur non negando che ne siamo orgogliosi».

In questi ottant’anni di commemorazioni, i sentimenti descritti dal poeta friulano hanno continuato a dominare: la pietà per quelle vite spezzate — quasi tutte giovanissime — e l’orgoglio per il coraggio dimostrato, per la responsabilità civile di cui seppero farsi carico.

Oggi porto qui non solo il mio saluto e il mio omaggio personale, ma come primo cittadino testimonio la riconoscenza della popolazione e della città di Udine — medaglia d’oro al valor militare, per tutto il Friuli, per il suo impegno e le sue vittime nella Guerra di Liberazione — per gli uomini dell’Osoppo che diedero su questi monti la vita per la libertà.

Un tragico evento nella lotta al nazifascismo

La strage di Porzûs appartiene — pur nella sua logica complessa — alla lotta al nazifascismo, si iscrive cioè in quel vortice di tragedie di cui i primi colpevoli furono Hitler, Mussolini e i loro comandi, il loro nazionalismo, il loro razzismo, l’idea criminale di costruire un’Europa basata sulla sottomissione di interi popoli e sull’eliminazione di interi gruppi etnici.

Non è questo il momento, né spetta a me ricostruire storicamente cosa avvenne nel febbraio 1945. Porzûs colpisce per la sua natura — partigiani che uccidono altri partigiani, tutti combattenti contro lo stesso nemico fino a pochi giorni prima e che continueranno a combatterlo fino alla Liberazione — e lascia senza parole per i numeri della strage. A parte i due capi della Osoppo Est, Francesco de Gregori e Gastone Valente, uccisi alle malghe, il resto della formazione era composto da giovani partigiani, come Guido Pasolini, e da molti carabinieri, anch’essi giovani, in buona parte meridionali, catturati in Jugoslavia o durante la liberazione della Zona Liberap del Friuli orientale, entrati poi nelle fila del movimento partigiano.

Gli storici continuano a ricercare i perché di questo eccidio di partigiani bianchi per mano di partigiani rossi. Si continuano a cercare documenti, a riconsiderare testimonianze e atti dei processi del dopoguerra, a vagliare le informazioni disponibili. Negli ultimi tempi sono diverse le pubblicazioni che cercano di ricostruire non solo le motivazioni dell’eccidio, ma anche le responsabilità dei singoli. È una cosa buona: la ricerca storica non deve fermarsi e, quanto più i fatti sono controversi, tanto più è doveroso approfondire e chiarire i lati oscuri del passato.

Sarebbe auspicabile che il confronto storiografico proseguisse secondo le proprie regole scientifiche, senza interferenze polemiche o politiche. Ciò che inquina il dibattito pubblico è la descrizione della lotta resistenziale come una lotta incessante interna al movimento partigiano. Come se estremizzare il ragionamento — sostenere che i partigiani comunisti volessero favorire l’invasione jugoslava o, al contrario, che i partigiani bianchi fossero conniventi con nazisti e fascisti — potesse aiutare la comprensione dei fatti.

Combattere insieme: partigiani della Garibaldi e della Osoppo

Partigiani della Garibaldi e partigiani dell’Osoppo combatterono praticamente ovunque assieme. Combatterono e morirono assieme, opponendo una strenua resistenza all’esercito tedesco, alle milizie della Repubblica di Salò e ai collaborazionisti al seguito dei nazisti. In molti quadranti unificarono i comandi militari; dove non lo fecero, lottarono fianco a fianco con i medesimi obiettivi.

Così fu liberata la più ampia area del territorio nazionale sottratta alle truppe d’occupazione e restituita alla popolazione: la Zona Libera della Carnia e dell’Alto Friuli, una primavera di libertà nel gelo della guerra. Assieme liberarono anche il territorio tra Cividale e Tarcento, creando la Zona Liberap del Friuli Orientale.

In quest’area di confine si aggiunse la cosiddetta “questione nazionale”, vale a dire le aspirazioni slovene di annessione di territori italiani. I comandi jugoslavi, percependo l’avversione della popolazione italiana e anche delle formazioni comuniste, accantonarono inizialmente la questione fino alla fine della guerra. Nell’autunno 1944, tuttavia, rinnegarono gli accordi e ribadirono l’intenzione che la nuova repubblica jugoslava si spingesse almeno fino all’Isonzo. Fu uno dei fattori che portarono all’eccidio delle malghe.

Resistenza, guerra civile e interpretazioni distorte

La lotta resistenziale fu anche guerra civile: tra chi decise di chiudere con il fascismo e scacciare l’invasore tedesco e chi rimase dalla parte di Mussolini e della Repubblica di Salò. Fu anche una guerra civile interna al movimento resistenziale? No. Vi furono differenze di vedute e in alcuni casi scontri, il più sanguinoso dei quali fu senza dubbio Porzûs. Le guerre spontanee e di popolo patiscono spesso tragedie di questo tipo: le formazioni godono di ampia autonomia, gli spiriti sono esacerbati dalla violenza e i capi non sempre adeguatamente formati o, al contrario, fortemente ideologizzati.

Leggere la storia della Resistenza alla sola luce di quanto accaduto qui significa sminuirne il significato: fu il riscatto morale di un popolo che si ribellò al fascismo. Addirittura, da qualche parte si è giunti ad equiparare questi episodi alla barbarie nazifascista. Nulla di più strumentale. Il Presidente Sergio Mattarella ha affermato parole esemplari: gli atti di violenza compiuti da uomini legati alla Resistenza rappresentano deviazioni gravi e inaccettabili dagli ideali originari; nel nazifascismo, invece, persecuzioni e stragi erano lo sbocco naturale di un’ideologia totalitaria e razzista.

Il valore attuale della memoria

Nel discorso pubblico odierno si sentono affermazioni prive di senso: c’è chi esalta i fascisti della Decima Mas e contemporaneamente si dice seguace di De Gaulle, dimenticando che la Francia Libera combatteva per eliminare nazisti e fascisti ovunque.

Proprio per non farci sommergere dall’ignoranza e dalla strumentalizzazione sono necessarie cerimonie come questa: per ricordare cosa è stata la Resistenza, una “Resistenza difficile”, ma decisiva per la nascita della Repubblica e per ottant’anni di vita civile libera e democratica.

Dalla Resistenza internazionale al nazifascismo nacque anche il rifiuto del nazionalismo, la malattia che ha condotto a due guerre mondiali. Da quel seme germogliò l’idea di Europa grazie alla quale i confini con la Slovenia oggi non esistono più.

Guardando all’esempio di questi uomini possiamo trarre la forza per affrontare giorni difficili, in cui gli ideali di pace, libertà e rispetto tra popoli sembrano difficili da difendere senza ricorrere all’ideologia, all’individuazione di un nemico o al mancato rispetto del diritto internazionale.

Chiudo citando ancora Pier Paolo Pasolini che nell’agosto 1943 scriveva: «E noi abbiamo una vera missione, in questa terribile miseria italiana: una missione non di potenza o di ricchezza, ma di educazione, di civiltà».

Rinnovo i miei sentimenti di vicinanza e gratitudine all’Associazione Partigiani Osoppo, nel ricordo dei loro caduti che combatterono per una nuova Italia e per la costruzione di una nuova Europa.

Viva l’Italia libera e democratica.

 

Porzûs, 22 febbraio 2026