Dalla deterrenza alla benevolenza
Sul tema della pace si possono individuare due impostazioni principali: quella fondata sulla deterrenza e quella che invece si appella alla benevolenza. La prima si può sintetizzare nel principio «si vis pacem, para bellum», che è di memoria classica e, con diverse espressioni, è rintracciabile in Vegezio, Cornelio Nepote, Cicerone.
Si tratta dell’impostazione che, in nome del realismo, è stata predominante, secondo la logica che in tempo di pace si prepara la guerra per non aver paura o per mettere paura, e in tempo di guerra si ricerca la pace, ma solo come tregua, armistizio e trattato, prodromico per ulteriori conflitti.
La seconda concezione si può sintetizzare nel principio «si vis pacem, para pacem» e la sua formulazione si colloca nel ’900: è rintracciabile in Filippo Turati e Aldo Capitini, ma nella sua ispirazione risale ad autori come Nicola Cusano, Erasmo da Rotterdam, Immanuel Kant e, nel nostro tempo, ha trovato espressione nella teoria e nella pratica della nonviolenza.
La pace nella dottrina sociale cristiana
Nell’ambito della dottrina sociale cristiana questa impostazione è rintracciabile nel magistero da Benedetto XV a Leone XIV. In particolare è da segnalare il Concilio ecumenico Vaticano II, specialmente con la Gaudium et spes, e Paolo VI, soprattutto con la Populorum progressio, secondo cui «lo sviluppo è il nuovo nome della pace».
In tal modo il principio si vis pacem, para pacem acquista un’inedita valenza, che porterà Giovanni Paolo II a denunciare nella Sollicitudo rei socialis le «strutture di peccato», intese come ostacoli allo sviluppo umano.
Con gli ultimi due pontefici, Francesco e Leone, la pace trova collocazione nell’orizzonte ecologico, naturale e artificiale. Mi limito a segnalare il richiamo alla pace in Leone XIV, il quale ha aperto il suo pontificato invocando non solo una pace «disarmata», ma anche «disarmante», perché impegnata a disarmare le tecnologie, i comportamenti, le parole, come ha chiarito nella sua prima enciclica Magnifica humanitas (n. 110).
«Si vis pacem, para civitatem»
Ebbene, in questo contesto e in presenza di un ritorno e di una diffusione delle guerre, si assiste a un rinnovato pensiero e impegno per la pace. Sotto questo profilo appare di grande significato l’uso di un’inedita espressione: «si vis pacem, para civitatem», un modo per dare maggiore concretezza all’idea del preparare la pace e del promuovere lo sviluppo.
Ecco perché mi ha fatto piacere sapere dall’Istituto internazionale Jacques Maritain, di cui sono socio fondatore, della 13ª edizione del corso annuale “Educare alla pace”, cui in passato ho anche collaborato, che, dedicata a “Pace, guerra e sicurezza”, prevede una lezione di Stefano Zamagni dal titolo “Si vis pacem, para civitatem”.
Me ne rallegro per l’autorevolezza del relatore e per la formulazione del tema, che richiama alla necessità di «creare quelle istituzioni che servono a rendere possibile lo sviluppo».
Costruire istituzioni di pace
Si tratta di un’istanza che già nel 2012 l’Area internazionale di ricerca “Caritas in veritate” aveva tenuto presente nel suo Colloquio annuale alla Pontificia Università Lateranense, intitolato “Se vuoi la pace costruisci istituzioni di pace” e diretto dal politologo Flavio Felice.
Nel 2022 anche il Comune di Predazzo (Trento) aveva affrontato il tema con il convegno dedicato a “Si vis pacem para civitatem. Ricostruire la pace”, in cui sono stati relatori il teologo Mario Toso e l’economista Stefano Zamagni.
A quest’ultimo si deve lo sviluppo del nuovo principio. Nell’intervista rilasciata a Nicola Varcasia il 18 luglio 2025, Zamagni lo ha ribadito: «se vuoi la pace, prepara la città», la civitas più che la polis, e ha accennato alle condizioni per attuarlo.
Tra l’altro ha ipotizzato, accanto al Ministero della Difesa, un Ministero della Pace, impegnato a creare, incrementare e coordinare le istituzioni per la pace. Un’ipotesi avanzata dall’attivista Laila Simoncelli nel libro Ministero della pace: nella prima edizione del 2024, “una scelta di futuro”; nella seconda del 2026, “dalla visione alla governance”.
Da pacifici a pacificatori
Così si fa strada la convinzione che occorra passare dalla pace come “ideale” alla pace come “costruzione”. Per questo, sostiene Zamagni, si rende necessario «passare da pacifici a pacificatori per essere costruttori di pace».
Perché, come ha scritto Mario Toso, non basta sostenere un «pacifismo di testimonianza»: occorre invece «un nuovo pacifismo» capace di preparare «istituzioni di pace». In altri termini, «la guerra va sconfitta predisponendo a livello spirituale, sociale, economico, politico ed istituzionale tutto ciò che la previene o la rimuove».
È una concezione nella quale possono riconoscersi i cattolici non meno che i laici.

