Una questione non più solo economica
La questione meridionale continua a riaffiorare nel dibattito pubblico come una ferita mai rimarginata, spesso ridotta a cifre, ritardi e divari. Ma oggi il nodo vero non è più soltanto quanto il Sud cresca, bensì se i suoi territori siano ancora messi nelle condizioni di generare futuro. In molte aree del Mezzogiorno – e in Basilicata in modo emblematico – il rischio più grave non è la povertà materiale, ma la sottrazione sistematica di possibilità, soprattutto per le giovani generazioni.
Non siamo più di fronte soltanto a una questione economica o infrastrutturale. La questione meridionale è diventata una questione civile, che interroga la qualità della nostra democrazia e il modo in cui intendiamo il Bene Comune. Interroga il rapporto tra territori e istituzioni, tra generazioni, tra sviluppo e cura. Interroga, soprattutto, il senso del restare.
Il restare come scelta generativa
Nel linguaggio dominante, restare è spesso associato all’immobilità, alla rinuncia, talvolta al fallimento. Muoversi, partire, lasciare sembra invece coincidere con il progresso. Eppure, proprio oggi, restare può tornare a essere una scelta alta, non difensiva ma generativa. Può diventare un atto civile, perché riguarda non solo la biografia individuale, ma il destino delle comunità e dei territori.
Il territorio come Bene Comune
Pensare il territorio come Bene Comune significa superare una visione puramente funzionale o estrattiva dello sviluppo. Il territorio non è uno sfondo neutro, né una riserva da sfruttare o da abbandonare, ma un bene vivente, fatto di persone, relazioni, ambiente, lavoro, memoria. È il luogo in cui si intrecciano diritti, doveri, opportunità. È lo spazio in cui prende forma concreta l’idea di cittadinanza.
Quando un territorio si svuota, non perde soltanto abitanti. Perde legami, fiducia, capacità di futuro. Lo spopolamento non è mai solo demografico: è sociale, culturale, istituzionale. È un processo di disumanizzazione silenziosa che colpisce in modo particolare le aree interne del Mezzogiorno.
La Basilicata rende questo processo visibile con particolare chiarezza. Regione interna, a bassa densità abitativa, con fragilità infrastrutturali e servizi spesso discontinui, essa rappresenta una sorta di cartina di tornasole delle contraddizioni del nostro modello di sviluppo. Ma proprio per questo può diventare laboratorio di una visione alternativa, in cui il territorio non è pensato come periferia da compensare, ma come luogo generativo da rigenerare.
Umanizzare il territorio significa prendersene cura in modo integrale: garantire diritti essenziali, valorizzare il capitale umano, proteggere l’ambiente, promuovere lavoro dignitoso, sostenere comunità capaci di partecipazione. Significa riconoscere che sviluppo e cura non sono in opposizione, ma devono procedere insieme.
Basilicata come laboratorio di futuro condiviso
Nel linguaggio della pianificazione si parla spesso di “aree pilota”. Ma forse, oggi, è più appropriato parlare di laboratori civili: luoghi in cui sperimentare politiche pubbliche capaci di tenere insieme salute, lavoro, ambiente, educazione, welfare. Luoghi in cui la complessità non viene semplificata, ma affrontata in modo integrato.
La Basilicata, per dimensione e complessità, consente questo tipo di sperimentazione. Qui la scala è ancora umana, le criticità sono evidenti, le interdipendenze sono immediate. Ogni scelta in un ambito produce effetti sugli altri. La sanità incide sulla coesione sociale, il lavoro sulla possibilità di restare, l’educazione sulla qualità della cittadinanza, l’ambiente sulla sicurezza e sul benessere collettivo.
In questo senso, la Basilicata può essere letta come laboratorio di futuro condiviso: non modello chiuso, ma spazio aperto di apprendimento, in cui sperimentare un diverso modo di intendere lo sviluppo, fondato non sull’estrazione di valore, ma sulla cura del vivente.
Cooperare invece di competere
Una delle eredità più pesanti che il Mezzogiorno porta con sé è la frammentazione. Regioni che competono tra loro per risorse scarse, territori che si percepiscono come rivali, politiche che procedono in parallelo senza integrarsi. Questa logica competitiva, spesso importata da modelli estranei alla storia e alla struttura del Sud, ha prodotto più indebolimento che sviluppo.
Occorre un cambio di paradigma: cooperare invece di competere, integrare invece di frammentare. La co-progettazione interregionale non è una tecnica, ma una postura culturale e politica. Significa riconoscere che molte delle grandi sfide – sanità, mobilità, lavoro, ambiente, spopolamento – non possono essere affrontate efficacemente entro confini amministrativi rigidi.
Basilicata, Puglia, Campania, Calabria condividono fragilità strutturali e potenzialità complementari. Metterle in dialogo significa trasformare la contiguità geografica in responsabilità condivisa. Significa costruire reti invece di confini, alleanze invece di competizioni sterili.
I benefici di questa cooperazione sono molteplici: per i cittadini, che vedono migliorare l’accesso ai servizi e alle opportunità; per le istituzioni regionali, che rafforzano la capacità di programmazione e di attrazione delle risorse; per le comunità locali, che possono partecipare a progetti più solidi e di lungo periodo; per il Paese, che riduce le disuguaglianze territoriali e rafforza la coesione nazionale.
Giovani e restanza: un patto da ricostruire
Parlare di restanza senza parlare dei giovani significherebbe eludere il cuore della questione. I giovani non sono una categoria da “trattenere”, ma soggetti di futuro, portatori di visione, competenze, desiderio di senso. Ai giovani non si può chiedere di restare in nome dell’identità o dell’appartenenza. La restanza non è un dovere morale, né una prova di resistenza.
Diventa possibile solo quando esiste un patto di fiducia credibile tra territori e generazioni, fondato su opportunità reali: lavoro dignitoso, servizi accessibili, mobilità, partecipazione, qualità della vita. In questo senso, la cooperazione interregionale può diventare una leva decisiva, se orientata a politiche coordinate su formazione, lavoro e innovazione sociale.
Restare, per un giovane, non significa fermarsi. Significa poter scegliere. Significa sapere che il proprio territorio riconosce valore al suo progetto di vita. Ogni giovane che resta – o che torna – è il segnale che un territorio ha saputo prendersi cura del proprio futuro.
Restare come atto civile
Quando restare diventa un atto civile, il Sud smette di essere periferia e torna a essere luogo generativo di Bene Comune. Non solo per sé, ma per l’intero Paese. La Basilicata, assunta come laboratorio di futuro condiviso, mostra che l’umanizzazione non è un’utopia astratta, ma un criterio operativo capace di orientare politiche, progettualità, alleanze.
Il futuro non si attende. Si costruisce. Insieme.
Rosapia Farese (Roma, 1947), autrice e saggista, è Presidente e co-fondatrice dell’Associazione FareRete InnovAzione BeneComune APS.
Con un percorso che intreccia impresa, ricerca sociale e impegno civile, promuove progetti nazionali su salute, ambiente, educazione e lavoro.
Autrice di numerosi articoli e contributi culturali, porta avanti una visione di umanesimo civile che unisce etica, responsabilità e innovazione sociale per costruire una società più giusta e sostenibile.
Associazione FareRete InnovAzione BeneComune APS – Organizzazione Non Lucrativa di Utilità Sociale
Ha sede in Roma, “c/o Studio Catallozzi”, Via Bevagna 96, 00191 Roma; sede operativa in Via Anagnina 354, 00118 Roma. Riferimenti: e-mail fareretebenecomune@gmail.com; sito ufficiale www.fareretebenecomune.it
