7.4 C
Roma
giovedì, 22 Gennaio, 2026
Home GiornaleReferendum e cattolici: il pluralismo non è uno scandalo

Referendum e cattolici: il pluralismo non è uno scandalo

Il testo è la rielaborazione del discorso tenuto ieri dal prof. Bachelet a conclusione del convegno dell’Istituto Sturzo su “Una felice invenzione costituzionale: il CSM. il contributo dei cattolici”.

Poiché la dottoressa Sannino ha parlato di “cattolici popolari” per il Sì, vorrei riprendere quanto ho già detto al termine di un’intervista a Famiglia Cristiana, che mi aveva posto una domanda analoga. Vorrei ricordare che in tutti i grandi referendum della storia italiana – da quello monarchia-repubblica a quello sul divorzio – nelle famiglie cattoliche ci sono sempre state posizioni diverse. Non qualcuno tutto da una parte e qualcuno tutto dall’altra, ma divisioni reali, in proporzioni differenti.

I cattolici non sono una categoria politica

Già mio padre mi spiegava che i cattolici, in quanto tali, non sono una categoria politica: Sturzo e De Gasperi ci tenevano a dire che il loro era un partito di cattolici, non un partito cattolico; si definivano cattolici democratici proprio per distinguersi dai cattolici liberali, conservatori, monarchici o più semplicemente reazionari, abbondanti nell’Italia degli anni Venti del secolo scorso e meno numerosi ma facilmente riconoscibili anche adesso, un secolo dopo.

La categoria “cattolico” non qualifica di per sé un impegno politico: qualifica un’appartenenza, una fede, una storia e una speranza di salvezza che va ben al di là delle divisioni politiche. Questa fede impegna ogni credente a interrogarsi, caso per caso e sotto la propria responsabilità, su come fare del proprio meglio per il bene comune.

È naturale che nei comitati per il Sì o per il No vi siano cattolici. La vera distinzione non è questa, ma riguarda chi si riconosce nella linea di pensiero della democrazia cristiana e del cattolicesimo democratico e chi, invece, ha seguito storicamente altre traiettorie.

Il CSM negli anni di Vittorio Bachelet

Faccio un altro esempio, che riguarda il Consiglio Superiore della Magistratura, nel periodo in cui mio padre ne fu vicepresidente, dal 1976 al 1981. In quel CSM c’erano cattolici nella componente laica, designati dalla Democrazia cristiana, ma c’erano anche magistrati cattolici appartenenti a correnti diverse.

Ricordo, per esempio, Mario Berri, che dopo la sua morte fu tra i fondatori dell’associazione dei membri del CSM intitolata a mio padre (e oggi presieduta da Renato Balduzzi, uno dei relatori a questo convegno): veniva spesso a trovarci a casa ed era molto legato a mio padre, che con pazienza lo ascoltava e ci parlava a lungo cercando punti di convergenza. Ma il suo orientamento politico e culturale era lontanissimo da quello di papà: era sì fervente cattolico, però, oltre a far parte di Magistratura Indipendente, allora la meno progressista delle correnti dell’ANM, aveva dichiarate simpatie per il Movimento Sociale.

Questo per dire che la categoria “cattolico”, fin dai tempi di Sturzo, non ha mai qualificato automaticamente la direzione dell’impegno politico.

Una campagna – quella del No – che parla al Paese

La campagna referendaria sta andando bene: nei sondaggi, settimana dopo settimana, sembra sempre più chiudersi la forbice fra Sì e No. Che la rimonta sia rapida lo suggerisce anche la reazione del governo, che per il voto ha scelto una data precoce senza concordarla con l’opposizione e senza tener conto della raccolta di firme ancora in corso.

Lo suggerisce anche il nervosismo del fronte del Sì, che pur di non riconoscere e discutere il merito della riforma – l’alterazione dell’equilibrio fra il potere giudiziario e gli altri poteri – denuncia alla magistratura i manifesti del No come false informazioni. Noi non ci sogniamo di portare davanti al giudice le balle degli avversari: ci basta smentirle con argomenti razionali davanti agli elettori.

Mi auguro che il nostro Comitato società civile per il No continui così: una campagna all’insegna del sorriso e del dialogo, con l’obiettivo di far comprendere a tutti quale sia davvero la posta in gioco.

Metodo proporzionale e pluralità nella magistratura

Dato il titolo di questo convegno, ho portato con me un piccolo foglio su cui ho annotato due passaggi tratti dal libro curato dal CSM, in primis da Mario Berri, subito dopo la morte di mio padre. Il primo appunto risale al 21 dicembre 1976, subito dopo la sua elezione a vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura.

Nel discorso di insediamento, rivolgendosi al Presidente della Repubblica, mio padre disse:

«Vorrei sottolineare che questo Consiglio, signor Presidente, inizia una vita nuova non solo perché è stato rinnovato a seguito di nuove elezioni, ma perché è stato eletto in base a una nuova legge elettorale che ha favorito una presenza più variata di posizioni e di intenti, garantendo una larga rappresentanza di tutti gli orientamenti, le forze e i contributi presenti nella magistratura».

Per chi non lo sapesse, quello fu il primo CSM eletto con metodo proporzionale. Proprio quel sistema consentì alle cosiddette correnti – oggi tanto demonizzate – di far emergere una grande varietà di orientamenti e competenze.

Prima di quella riforma elettorale, le grandi procure finivano sempre in mano a persone fidate del potere: quella di Roma era stata addirittura definita “porto delle nebbie”, perché vi confluivano le questioni più delicate per poi inabissarsi senza esito.

In quel primo CSM eletto con il metodo proporzionale divenne consigliere, per esempio, un giovane “pretore d’assalto” di 37 anni, Mario Almerighi, che insieme ad Adriano Sansa fu protagonista della scoperta della grande tangente ENI-Petromin. È difficile pensare che questo sarebbe accaduto con altri metodi elettorali, ancor meno con il sorteggio.

Autonomia della magistratura e confronto con il governo

Il secondo ricordo riguarda il rapporto tra il CSM e il governo. Anche allora, come oggi, il Consiglio Superiore ebbe rapporti a volte conflittuali con l’esecutivo e il Parlamento, proprio perché rappresentava un potere autonomo dell’ordine giudiziario.

Durante il mandato di mio padre, il CSM espresse, per esempio, un parere parzialmente negativo sulle leggi antiterrorismo di Cossiga, sollevando problemi di costituzionalità e di rispetto dello Stato di diritto.

In una delle ultime riunioni prima della morte di mio padre si dovette inoltre rispondere a un’interrogazione parlamentare del senatore Claudio Vitalone, ex magistrato, che insinuava una contiguità tra la corrente di Magistratura Democratica e il terrorismo. Anche allora, come oggi, sono alcuni ex magistrati eletti in Parlamento o impegnati nel governo ad avere il dente più avvelenato contro la magistratura.

La scelta di Pertini 

Quell’interrogazione il CSM la affrontò con una seduta lunga e burrascosa, che il Presidente della Repubblica Pertini volle presiedere personalmente. Pertini mi raccontò che mio padre aveva cercato di dissuaderlo: preferiva che una decisione non unanime del CSM creasse imbarazzo a sé e non anche al Capo dello Stato. Ma Pertini volle essere presente per esprimere piena solidarietà alla magistratura e a mio padre, e alla fine il CSM votò una risoluzione unanime.

Un equilibrio da difendere

Sono ricordi che mostrano come le divisioni nella magistratura ci siano sempre state. Ma mostrano anche che, quando un potere è davvero tale, quando è realmente autonomo, ha inevitabilmente un’interlocuzione forte con gli altri poteri dello Stato. Non si tratta di invadenza, ma di un equilibrio delicato, essenziale per la democrazia e lo Stato di diritto. Cancellarlo in nome di una separazione che c’è già è davvero inaccettabile.

Per il video integrale del convegno clicca qui.