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mercoledì, 21 Gennaio, 2026
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Referendum, le ragioni del No. Dibattito

Perché la riforma sulla separazione delle carriere rischia di indebolire l’equilibrio tra i poteri, senza affrontare le vere priorità della giustizia e compromettendo l’autonomia della magistratura

Ho seguito con interesse il confronto apertosi sul prossimo referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei giudici. Pur non essendo contrario, in linea di principio, a tale separazione, ritengo tuttavia più importante evitare ogni tentativo di incrinare la separazione dei poteri sancita dalla Costituzione tra legislativo, esecutivo e giudiziario.

Per queste ragioni ho aderito al Comitato De Gasperi–Moro per il No alla separazione delle carriere, così come nel 2016, insieme agli amici Gargani e Tassone, costituimmo il Comitato dei Popolari per il No alla riforma costituzionale promossa dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi.

Di seguito, in estrema sintesi, le ragioni del No del nostro Comitato nel prossimo referendum costituzionale.

 

Un metodo che tradisce lo spirito costituente

La riforma costituzionale della magistratura è l’ennesima riforma voluta da una sola parte politica, senza alcun reale tentativo di dialogo e confronto con le altre forze parlamentari. Essa nasce da un’iniziativa del Governo in carica ed è stata approvata così come concepita dall’esecutivo, senza che il Parlamento abbia potuto apportarvi modifiche sostanziali.

In questo modo è stato tradito lo spirito costituente con cui fu approvata la nostra Costituzione, frutto della capacità di forze politiche contrapposte di mediare e trovare un accordo alto sulle regole fondamentali della Repubblica. Alcide De Gasperi e Aldo Moro, entrambi padri costituenti, sono stati scelti dal Comitato come simboli di quel metodo del dialogo e della condivisione che questa riforma ha invece disatteso.

 

Le vere priorità della giustizia restano irrisolte

Occorre chiedersi se questa riforma costituzionale affronti le reali priorità del sistema giudiziario italiano. La risposta, purtroppo, è negativa.

La riforma non interviene né sull’eccessiva durata dei processi – penali, civili e amministrativi – né sul drammatico sovraffollamento delle carceri, che rappresentano le vere emergenze del servizio giustizia nel nostro Paese.

Dire No a questa riforma significa dunque rifiutare un intervento che non incide in alcun modo sui problemi concreti e urgenti della giustizia italiana.

 

Separazione delle carriere e rischio di subordinazione del pubblico ministero

La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri viene presentata dai promotori come necessaria per garantire la terzietà del giudice. In realtà, tale obiettivo può essere più efficacemente perseguito rafforzando le regole sull’astensione e sulla ricusazione del giudice nei casi di conflitto o di prossimità con le parti, incluso il pubblico ministero.

L’esperienza comparata dimostra inoltre che, laddove la separazione delle carriere è stata realizzata – come in Francia – i pubblici ministeri sono stati sottoposti a forme di indirizzo e controllo da parte del potere esecutivo, con un conseguente indebolimento della loro autonomia e indipendenza. In Francia, infatti, i pubblici ministeri sono soggetti a direttive del Ministro della Giustizia e non godono dell’inamovibilità.

È dunque legittimo temere che anche in Italia la separazione delle carriere possa aprire la strada a una progressiva subordinazione del pubblico ministero all’esecutivo.

 

Sorteggio e doppio Csm: un autogoverno più debole

La riforma prevede la sostituzione dell’attuale Consiglio Superiore della Magistratura con due distinti Csm – uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri – i cui componenti sarebbero in larga parte sorteggiati.

Il sorteggio non è un criterio adeguato per la selezione dei componenti di organi di rilevanza costituzionale, poiché affida al caso la scelta di soggetti chiamati a esercitare funzioni delicate di autogoverno. Inoltre, la differenza tra il cosiddetto “sorteggio temperato” previsto per accademici e avvocati e il sorteggio puro riservato ai magistrati crea una grave asimmetria di legittimazione.

Questa impostazione rischia di indebolire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, compromettendo il principio stesso dell’autogoverno.

 

L’Alta Corte disciplinare e la compressione delle garanzie

Un ulteriore elemento critico della riforma è l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, competente sia in primo sia in secondo grado per i procedimenti disciplinari riguardanti giudici e pubblici ministeri.

Dopo aver separato le carriere e previsto due distinti Csm, la scelta di un unico giudice disciplinare appare contraddittoria e rivela la reale finalità della riforma: ricondurre sotto un unico controllo l’intera magistratura. A ciò si aggiunge l’anomalia di un giudice di secondo grado che appartiene allo stesso organo che ha giudicato in primo grado.

Ancora più grave è l’esclusione del ricorso per Cassazione contro le decisioni disciplinari dell’Alta Corte, con una significativa riduzione delle garanzie oggi riconosciute ai magistrati.

 

Una riforma decisa da un Parlamento di nominati

Infine, vi è una ragione di carattere sistemico che induce a dire No a questa riforma. Essa è stata approvata da un Parlamento composto in larga parte da parlamentari non eletti direttamente dai cittadini, ma nominati attraverso le liste bloccate dei partiti.

Le norme costituzionali che si vorrebbero modificare furono invece approvate da un’Assemblea costituente i cui membri, il 2 giugno 1946, furono tutti eletti personalmente con voto di preferenza. Per riformare la Costituzione – soprattutto in un ambito così delicato come l’assetto della magistratura – è necessaria una legittimazione popolare piena e diretta.

Dire No a questa riforma significa anche riaffermare il principio che la Costituzione non può essere modificata da parlamentari privi di un mandato personale forte da parte del popolo.

 

Ettore Bonalberti

Presidente ALEF – Associazione Liberi e Forti

www.alefpopolaritaliani.it