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mercoledì, 21 Gennaio, 2026
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Referendum, le ragioni del Sì. Dibattito

Separazione delle carriere e giusto processo: il referendum sulla giustizia alla prova dell’articolo 111 della Costituzione. Un confronto che va oltre gli schieramenti.

Pur nella mia convinta idea di sostenere le ragioni del Sì nel prossimo referendum costituzionale che ci chiama a scegliere tra un Sì e un No alla riforma delle carriere dei magistrati e alle nuove modalità di composizione del CSM, compresa l’inedita Alta Corte disciplinare, ho trovato molto interessante l’intervista del 19 gennaio al dott. Giovanni Bachelet, a firma del direttore D’Ubaldo, pubblicata su Il Domani d’Italia

In uno stile sobrio e discorsivo, la conversazione si snoda senza cascami ideologici. È significativo che il dialogo sulla materia referendaria si incanali su un confronto diretto e confidenziale, senza il preconcetto che, in nome della lotta all’esorbitanza di questo o quel magistrato, si affacci strumentalmente una lettura volta a oscurare le ragioni costituzionali dell’una o dell’altra tesi.

 

Magistratura: presidio di legalità, non potere da cui difendersi

Una preoccupazione non del tutto fuori luogo, stante le disinvolture con cui, soprattutto il guardasigilli, si è lanciato di recente in affermazioni secondo cui la riforma potrebbe giovare anche a un governo di fronte opposto. Come dire: proteggiamoci dalle iniziative della magistratura.

Proprio perché la magistratura è un presidio di legalità e di tutela delle libertà fondamentali della persona, non può essere trattata come un potere da cui guardarsi. Così come appare inappropriato ogni tentativo di schivare doverosi controlli sull’azione politica, volti a impedire sconfinamenti e abusi di potere.

 

Non una “manutenzione”, ma una scelta costituzionale

 

Convengo pienamente con l’affermazione secondo cui:

 

«Il referendum sulla giustizia non è un passaggio che attiene alla semplice “manutenzione” dell’ordinamento. Tocca nervi scoperti dell’architettura costituzionale e porta sotto i riflettori una questione cruciale: il rapporto tra potere, diritto e garanzie istituzionali in una democrazia d’impianto sociale e liberale».

 

È vero: modificare la Costituzione non equivale a una semplice manutenzione. Tuttavia, in questo caso, appare poco acconcia ogni congettura che voglia accreditare una chiave di lettura fuorviante rispetto all’obiettivo che la riforma costituzionale persegue: un doveroso adeguamento volto a rendere effettivo il principio di parità delle parti in contraddittorio e quello di terzietà e imparzialità del giudice, sancito dall’articolo 111 della Costituzione.

 

La terzietà del giudice come garanzia per il cittadino

Tutto ciò è nell’interesse del cittadino e di quanti incappano nelle maglie della giustizia penale – ed è il caso di dirlo, alla luce dei numerosi casi su cui si discute non solo mediaticamente della fondatezza di condanne definitive – assicurando una più solida garanzia nella piena attuazione del giusto processo.

Peraltro, stante il principio di eguaglianza che governa il nostro sistema ordinamentale, pensare già ora, come inevitabile passo successivo, a una subordinazione del pubblico ministero all’esecutivo appare un tentativo di introdurre, attraverso prospettive al momento non verosimili, una strumentale e inappropriata politicizzazione.

 

Il rifiuto della delegittimazione della magistratura

Trovo invece condivisibile la preoccupazione che lo schierarsi debba avvenire senza piegarsi a una campagna mediatica e argomentativa che faccia della denigrazione della magistratura il proprio criterio di ragionamento. Metodo non accettabile, anche alla luce del fatto che, in questi anni di crescita civile diseguale, di difficoltà sopravvenute e di crescenti divari territoriali, la magistratura è stata un baluardo importante nella tutela dei diritti e delle libertà.

 

È questa, del resto, l’ottica da cui ci mette in guardia il dott. Bachelet, a nome del Comitato del No.

 

Governo, riforma e rischio di letture pregiudiziali

Tuttavia, la giusta dialettica attorno a una riforma promossa da un governo che non si risparmia asperità verso la magistratura non deve farci travisare – o perdere di vista – il doveroso obiettivo di piena attuazione del principio di terzietà del giudice nella corretta forma costituzionale.

Seppur questo governo sia guidato dall’idea fissa di riscrivere la storia del nostro Paese, compresa la Costituzione, non possiamo farci strumento di chiaroveggenze che preconizzino come inevitabile l’intento di subordinare i pubblici ministeri all’esecutivo.

Qui si inciderebbe su uno dei cardini del sistema costituzionale, fondato sull’indipendenza della magistratura nei suoi due aspetti, requirente e giudicante, sancita dagli articoli 101 e 104 della Costituzione: un’operazione tutt’altro che semplice, che stravolgerebbe l’intero impianto della Carta e che il Paese non tollererebbe.

 

Fragilità politica e memoria di Tangentopoli

Nell’attuale quadro politico, peraltro, un’operazione del genere non appare agevole, stante i segnali sempre più evidenti di sfaldamento della maggioranza, a vantaggio di una coalizione più attenta al mantenimento dei valori e dei principi costituzionali.

 

Non sono stati di poco conto gli eventi di Tangentopoli e i loro riverberi. Nel mix tra un’azione giudiziaria che colpiva singoli politici e un sistema mediatico che ne amplificava gli echi, si delegittimò un intero sistema politico, imperniato sulla Democrazia cristiana, che pagò il prezzo più salato, svanendo in pochi anni.

 

Crisi del sistema politico e derive successive

Non può però essere taciuto che l’effetto di quelle inchieste fu devastante per un sistema politico impreparato alle nuove istanze del Paese e ai nuovi assetti geopolitici seguiti alla caduta del Muro di Berlino e allo sfaldamento dell’Urss. Da quello scenario presero forma partiti personali e populisti che ancora oggi condizionano profondamente il nostro sistema politico.

 

Cultura della giurisdizione e parità delle parti

Non regge, infine, l’assunto sostenuto da molti esponenti dei Comitati per il No secondo cui spezzare l’unicità della “cultura della giurisdizione” farebbe venir meno il dovere di ambivalenza dell’indagine, per cui il pubblico ministero perderebbe la capacità di cercare anche elementi a favore dell’imputato.

È un’ipotesi difficile da cogliere nella sua concreta applicazione, e che, in uno scenario di parità tra accusa e difesa e di chiara demarcazione dei ruoli processuali, non sembra assumere rilievo decisivo.

 

Il nodo Palamara e la credibilità dell’autogoverno

Resta invece ineludibile l’impatto che ha avuto nel Paese il cosiddetto “sistema Palamara”, emerso quasi casualmente e rivelatore di un degenerato correntismo all’interno dell’autogoverno della magistratura, con intrecci tra toghe e politica e tentativi di pilotaggio dei processi.

Attendiamo ancora dalle inchieste in corso un quadro definitivo. Quel contesto allarmante provocò un vero terremoto nel CSM, con dimissioni e una presa di posizione inedita del Presidente della Repubblica, solitamente molto cauto nelle esternazioni.

 

Una riforma senza strappi costituzionali

Mi auguro che, pur nell’auspicata vittoria del Sì, non si prosegua nella delegittimazione della magistratura, ma si converga nel porre argini a ogni stravolgimento della Costituzione nei suoi punti più delicati, quelli che regolano il bilanciamento tra i poteri dello Stato.