Un clima politico segnato dalla rivalsa
Pur essendo convinto a votare no al referendum, accolgo l’invito dei cattolici per il sì — Zecchino, Rapisarda, Merlo e immagino Prosperetti ed altri — per proporre qualche iniziale riflessione tecnica in merito al quesito referendario.
Mi limito ad una chiosa di due dicta di Michele Dau che condivido totalmente. Primo: «il governo in carica appare animato da un senso di rivalsa giustizialista verso i magistrati».
Si potrebbe cominciare dicendo che questa è l’eredità della visione berlusconiana circa l’amministrazione della giustizia in Italia, della quale abbiamo avuto in un quarto di secolo plurime attestazioni, ben riassunte nell’assioma: sottrarsi al processo invece che difendersi nel processo. Del resto, ce le ricordiamo tutti le adunate dei suoi deputati — agenti come fan con tanto di cartelli e slogan — sui gradini del Palazzo di giustizia di Milano.
Inoltre, sia Meloni — nel ruolo di chi scende quotidianamente in campo sui suoi social a criticare singole sentenze considerate pezzi di un disegno messo in atto da una parte di magistratura politicizzata — sia Crosetto, che cautelativamente dichiara che la Presidente non ci ha messo la firma (e chi se no?, provenendo la proposta direttamente dal Governo), e Nordio, con la sua accusa al Csm di comportamenti paramafiosi, hanno forzato Sergio Mattarella, intervenendo come Presidente della Repubblica, ad entrare solennemente e straordinariamente nel dibattito, ponendo un alt alla delegittimazione di un organo di rilievo costituzionale, rappresentativo di uno dei poteri dello Stato, per opera di altre istituzioni. Per il bene della Repubblica.
Le riforme costituzionali richiedono metodo e condivisione
Secondo: «riformare la Costituzione repubblicana in queste condizioni è altamente dannoso e pericoloso». Ha di nuovo ragione Dau: non si fanno così le modifiche della Costituzione.
Quella patrocinata dal centrosinistra nel 2001, sulla scorta di una ampia e condivisa discussione nella Commissione bicamerale D’Alema, nonché delle leggi e dei decreti Bassanini del 1997-98, fu allora un grave errore di metodo. Sfociò in una risicatissima maggioranza parlamentare, confermata però nel referendum popolare successivo con più del 64% dei voti espressi.
Ma se le forze politiche di maggioranza partono già nel programma di coalizione con una spartizione di revisioni costituzionali a loro rispettivo favore — a Forza Italia la messa a regime della magistratura; alla Lega un modello esagerato di autonomia regionale differenziata; a Fratelli d’Italia il premierato elettivo assoluto — allora viene meno ab origine quello spirito del “promettere insieme” che caratterizzò in positivo lo sforzo lungimirante dei Padri costituenti nel biennio 1946-47, quando si diede vita ad una Repubblica “per unire”.
Proprio da qui occorreva invece partire.
Il precedente virtuoso del “giusto processo”
Del resto lo si è già fatto, e non in tempi remoti, per una revisione costituzionale su questi temi ma più importante di quella attuale: quando, con legge costituzionale, si consacrò il principio accusatorio in luogo del principio inquisitorio fino ad allora vigente. Nel nuovo articolo 111 si parla in modo assai impegnativo di giusto processo; il giudice è dichiarato solennemente terzo ed imparziale e la prova si forma in dibattimento nel contraddittorio tra le parti.
Ebbene, pochi ricordano che quel progetto di legge non proveniva dal Governo, ma era di iniziativa parlamentare, scaturendo dall’unificazione di diversi progetti. Fu approvato per quattro volte e, alla fine, con la maggioranza superiore ai due terzi dei componenti alla Camera — 448 deputati su 630 — e quasi dai due terzi al Senato (202 su 219, dovendosi contare anche i senatori a vita). Avrebbe potuto essere contrastato da un quinto dei parlamentari, o da cinque consigli regionali o da 500.000 elettori. Ma nessuno di questi soggetti abilitati chiese di ricorrere al referendum, allora genuinamente oppositivo, e così la revisione entrò in vigore con largo consenso.
I rischi dell’attuale revisione
Nel caso odierno, al contrario, l’iniziativa è stata del Governo, con le firme autografe di Meloni e Nordio; non è stato concesso a nessuno dell’opposizione, né a qualcuno della maggioranza, di modificare nemmeno un epsilon della proposta iniziale: cosa mai successa nella storia costituzionale repubblicana. Il Governo si è inoltre preso in carico di adeguare entro un anno le leggi — non dice “le norme” — sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare: un potere immenso e delicatissimo.
E come lo si metterà in atto? C’è da temere allo stesso modo, con l’irata solitudine che ha caratterizzato in Parlamento l’iter di approvazione della revisione attuale.
Qui stanno evidentemente i pericoli per la democrazia e la tenuta della Repubblica come Stato costituzionale di diritto.
Ci sarebbero poi altre preoccupazioni nascenti dalle disposizioni sul sorteggio e sull’Alta Corte disciplinare.
Sed de hoc satis, hodie. Ce n’è già abbastanza per rifiutare il salto nel buio che ci viene proposto.
Enzo Balboni,
costituzionalista, già ordinario all’Università Cattolica del Sacro Cuore
