Caro direttore,
Michele Dau, il 14 u.s., ha firmato sul tuo giornale un articolo intitolato “👉 Il referendum sulla giustizia è una questione eminentemente politica”, nel quale, adombrando scenari apocalittici per la nostra democrazia, invita a valutare con responsabilità le nefaste conseguenze dell’eventuale vittoria del Sì.
È difficile dialogare con chi rifiuta il confronto nel merito della riforma, ritenendo che ciò significherebbe un “baloccarsi con le disquisizioni tecnico-giuridiche”. È perciò inutile far presente che la riforma non è altro che lo scioglimento di un nodo che la Costituzione lasciò irrisolto nel contesto di un complesso compromesso imposto dalle condizioni politiche del momento. Come è inutile far presente che con la riforma l’Italia non fa altro che allinearsi finalmente agli standard di tutte le democrazie liberali dell’Occidente, chiudendo la stagione di democrazia incompiuta, o zoppa, che, per ragioni fin troppo note, ha caratterizzato per troppi anni la vita politica italiana.
Franco Marini e la Bicamerale del 1997
Ma su un punto, per chi legge, è forse utile un chiarimento. Scrive Dau: “i fautori del Sì legati alla storia dc dovrebbero porsi un semplice interrogativo: oggi ad esempio come voterebbe Franco Marini?”. Qui non c’è da opinare e da almanaccare, perché all’interrogativo non c’è da rispondere interpellando la cabala o affidandosi alle sempre scivolose interpretazioni. Marini era schieratissimo sulla separazione tra giudici-pm, tanto che, il 27 ottobre 1997, capeggiando da segretario la delegazione del Partito popolare nella bicamerale D’Alema, la portò a votare a favore di un mio emendamento per separare il Csm in due sezioni distinte, una per i giudici ed una per i pm.
Martinazzoli e l’identità del Partito Popolare
Così, se ci si volesse interrogare su Martinazzoli, la risposta sulla sua posizione sul quesito referendario è scritta a chiare lettere nel documento intitolato “Identità e linee programmatiche del Partito Popolare Italiano” che egli presentò e fece approvare nel primo Congresso del Ppi (Roma, 18-22 gennaio 1994), in cui si legge: “Difesa dell’indipendenza dell’intera Magistratura e del ruolo del C.S.M., ma senza scorie corporative e consentendo alla separazione delle carriere del giudice e del pubblico ministero”.
Sturzo e l’indipendenza senza irresponsabilità
Se invece si volesse andare per congetture è lecito congetturare che Sturzo sarebbe in prima fila a sostegno del Sì al referendum.
Campione ineguagliato di laicismo e liberalismo, appena due anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione, espresse preoccupazioni su un certo modo di essere della magistratura italiana: “Non c’è paese, di quelli di lunga esperienza democratica, nel quale la magistratura, sotto l’idea di assicurarne l’indipendenza, sia così avulsa dal ritmo statale, da poterne divenire un pericolo più che un presidio. L’irresponsabilità è cosa diversa dall’indipendenza” (Il Mattino, 11 ott. 1950).
Le democrazie liberali come riferimento
Sturzo, padre del Popolarismo, poteva scrivere queste cose perché le democrazie liberali le conosceva dai libri che leggeva e scriveva, ma anche per aver vissuto in esilio per anni in autentiche democrazie liberali, quelle in cui la separazione tra giudici e pm è considerata e praticata come condizione intrinseca allo stesso sistema democratico-liberale, senza che ciò abbia finora prodotto l’apocalisse che terroristicamente viene evocata da taluni sostenitori del No, per intimorire i popolari e quanti pensino di votare Sì.
