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Referendum sulla giustizia, il campo largo punta sul No e prepara lo sprint per le politiche

Roma, 21 mar. (askanews) – Il centrosinistra adesso ci crede, quel referendum sulla giustizia che solo pochi mesi fa sembrava perso in partenza adesso può diventare il trampolino che lancia la coalizione verso le politiche del prossimo anno. I sondaggi di questi mesi di campagna elettorale hanno galvanizzato i leader del ‘campo largo’, a cominciare da Elly Schlein e Giuseppe Conte che quasi ogni giorno si sono spesi in prima persona nei comizi in giro per l’Italia. Una vittoria del ‘no’ sarebbe uno sfregio doloroso per Giorgia Meloni, alla vigilia della maratona delle politiche, ma avrebbe anche ricadute interne al centrosinistra, rendendo non più rimandabile la discussione sulla leadership della coalizione.

La partita si gioca sulla capacità di mobilitare il proprio elettorato, vince chi motiva i suoi e non a caso tutti i leader dei partiti di centrosinistra, a partire proprio da Conte e Schlein, si sono ben guardati dal trasformare il voto in un referendum sulla Meloni, come invece accadde nel 2016 con Matteo Renzi. Un referendum visto come un ‘primo tempo’ delle politiche spingerebbe alle urne anche i sostenitori della premier, è il ragionamento, mentre per i leader del ‘campo largo’ tenere la discussione sull’attacco alla Costituzione e sul rischio di un ‘modello Trump’ dovrebbe motivare soprattutto gli elettori di centrosinistra.

Anche in questi giorni la leader Pd, per esempio, ha sempre accuratamente evitato di rispondere quando le è stato chiesto cosa accadrebbe al governo in caso di vittoria del ‘no’. “Noi non chiederemo le dimissioni – è il mantra ripetuto dalla Schlein – batteremo la desta alle urne”. E anche Conte ha sempre svicolato quando gli è stato chiesto delle sorti del governo in caso di sconfitta del ‘sì’: “A casa? Valuti lei”. Semmai “si faccia un esame di coscienza, dopo quattro anni cosa porta ai cittadini, un fallimento, una sconfitta ulteriore”.

Al tempo stesso, però, la vittoria non aiuterebbe a sciogliere il nodo della leadership della coalizione, proprio perché entrambi hanno scelto di guidare la campagna referendaria dei rispettivi partiti. La Schlein ha affiancato i comizi sulla giustizia alla “campagna di ascolto”, una prova generale della mobilitazione dei prossimi mesi per le politiche. Insieme all’allarme per il governo che “vuole scegliersi i giudici” la leader Pd ha ogni volta parlato di sanità pubblica, salario minimo, diritti, violenza sulle donne, congedo paritario.

E per Conte la contrapposizione dura e anche personale con Meloni è stata anche l’occasione per ribadire il profilo “progressista” ma “autonomo” del Movimento, come da mandato della fase costituente interna del 2024. Anche se qualche sondaggio, nelle scorse settimane, ha certificato la propensione favorevole alla riforma Nordio di un elettore M5S su cinque, la più alta nel campo progressista, il Movimento non ha fatto registrare scosse su questo tema al vertice o nei gruppi parlamentari.

L’ex premier ha spinto sulla caratterizzazione del Movimento come forza più fedele allo schieramento pro-magistratura. L’impegno del leader M5s sembra essere stato premiato con qualche apparente ritorno di immagine: l’ultimo sondaggio SWG-La7 dava il M5S in crescita di qualche decimale e se il centrodestra davvero andasse avanti sulla riforma elettorale a maggior ragione diventerebbe quasi ineludibile il tema delle primarie nel centrosinistra.

Nel Pd quasi tutti scommettono sul fatto che il leader 5 stelle chiederà di usare i ‘gazebo’, anche se Conte continuerà a ribadire che si deve partire dal “confronto sul programma”. La scelta delle primarie diventerebbe quasi inevitabile con l’indicazione del capo della coalizione previsto dalla proposta presentata dal centrodestra, a meno che non si arrivi ad un accordo a tavolino su cui al momento scommettono in pochi.

Ma le cose si complicherebbero persino di più con una sconfitta del ‘no’, perché troverebbero più spazio i tanti – soprattutto in casa Pd – che valutano ancora la figura di un nome ‘terzo’, un ‘federatore’ alla Romano Prodi, per guidare la coalizione. Tra i democratici praticamente nessuno ha contestato la scelta del ‘no’, soprattutto tra i parlamentari.

Solo Pina Picierno è ufficialmente schierata a favore della separazione delle carriere, oltre a figure come Enrico Morando e Stefano Ceccanti che animano la ‘Sinistra per il sì’, ma in direzione di fatto nessuno ha sollevato obiezioni sulla scelta di fare campagna contro la riforma Nordio. Uno scenario che più di un sostenitore della segretaria pensa di poter esorcizzare con l’anticipo del congresso, che a scadenza naturale sarebbe previsto per inizio 2027. Anche di questo si parlerà dalla prossima settimana, perché se si fanno le primarie di coalizione diventa complicato immaginare di convocare anche le assise Pd.