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Referendum sulla giustizia, la scommessa di Meloni sul Sì: test (inevitabile) per il governo

Roma, 21 mar. (askanews) – Il messaggio, sin dall’inizio, non poteva essere più chiaro: le sorti del governo non sono legate all’esito del referendum sulla giustizia che si celebra domani e lunedì. Praticamente dal giorno uno, Giorgia Meloni ha spiegato e ripetuto che non si sarebbe dimessa in caso di sconfitta del sì e ha rigettato così il paragone con il precedente – tirato in ballo continuamente dagli addetti ai lavori – della bocciatura della riforma costituzionale che portò alle dimissioni di Matteo Renzi.

Quasi dieci anni dopo, insomma, la presidente del Consiglio si è ben guardata dal ripetere quello schema, ossia dal trasformare la consultazione – come fece allora il suo predecessore – in un voto pro o contro di sé. Ma ci sono molte ragioni per cui, al di là della narrazione impostata da palazzo Chigi, il referendum rischia di essere inevitabilmente un test per il governo e, soprattutto, per chi lo guida. Con conseguenze sulla stabilità dei prossimi mesi di navigazione difficili da prevedere.

Tanto per cominciare, la riforma che viene sottoposta al giudizio degli italiani è stata approvata nella sua versione definitiva esattamente come uscita dal Consiglio dei ministri, ovvero senza mai subire una modifica o una correzione nei passaggi parlamentari previsti ed è quindi interamente ascrivibile all’esecutivo.

Se questo è il dato fattuale, c’è però un altro elemento molto più politico. Di tutte quelle che erano previste nel programma elettorale del centrodestra, quella della giustizia è con ogni probabilità l’unica riforma costituzionale che vedrà la luce nella legislatura. Partita in teoria come cavallo di battaglia di Forza Italia, anche nel nome di Silvio Berlusconi, alla fine è stata scelta dalla premier come ‘prediletta’. Da un parte, perché il malfunzionamento del settore è cosa che riguarda da vicino molti cittadini, dall’altra, difficilmente si può considerare la decisione come avulsa dagli scontri avuti con la magistratura in questi anni: un caso su tutti, il decreto Albania. In teoria, la riforma simbolo di Fratelli d’Italia avrebbe dovuto essere il premierato: arenato da quasi due anni alla Camera dopo il sì del Senato, si è già visto sorpassare appunto dalla riforma della giustizia e ora, quasi certamente, anche da una modifica della legge elettorale che dovrebbe provare a ‘replicarne’ gli effetti maggioritari ma per via ordinaria. Se il premierato dovesse mai riprendere il suo cammino parlamentare, insomma, sarebbe soltanto per far vedere che i meloniani non hanno ammainato una storica bandiera.

A tutto ciò, va aggiunto che questo è l’unico test elettorale dell’anno, se si escludono alcuni Comuni: quindi di fatto l’unica chiamata alle urne collettiva prima delle elezioni Politiche.

Nelle previsioni iniziali, la presidente del Consiglio avrebbe dovuto dedicarsi a questa campagna elettorale nelle ultime 2-3 settimane, quelle che – secondo i sondaggisti – servono davvero a formare o a consolidare le intenzioni di voto. Programmi che, in buona parte, sono stati sconvolti dal nuovo conflitto in Medio Oriente scaturito dall’attacco di Usa e Israele all’Iran. Proprio le preoccupazioni dei cittadini per le ripercussioni della guerra, e un conseguente disinteresse per la battaglia referendaria che diversamente sarebbe stata centrale in queste settimane, sono considerate nel centrodestra uno dei fattori che possono penalizzare il fronte del sì. Il ragionamento che viene fatto, statistiche alla mano, è che più è alta l’affluenza più vorrà dire che si è mobilitato l’elettorato favorevole alla riforma.

L’astensione, e il voto delle regioni del Sud, vengono infatti considerati nella maggioranza i due grandi fattori per capire dove potrebbe pendere la bilancia. Una larga partecipazione nel Meridione, si prevede, andrebbe tradotta come uno spostamento soprattutto a favore del fronte del no.

Proprio per smuovere quell’ago della bilancia, Giorgia Meloni si è lanciata in un rush finale di campagna elettorale. Una sola manifestazione, quella promossa dal suo partito a Milano, e per il resto molta tv e radio insieme alla ormai nota partecipazione, nei fatti poco ‘pulp’, del podcast con Fedez.

La presidente del Consiglio ha provato a impostare il messaggio nel modo più semplice e meno tecnico possibile, visto l’alto tasso di specializzazione della materia. Nella sostanza lo slogan alla fine è stato: Se votate no per mandare a casa me, sappiate che alla fine vi terrete sia me che un sistema giustizia che non funziona.

E, tuttavia, al di là della narrazione e della costruzione della campagna elettorale è impossibile immaginare che l’esito della consultazione non influenzerà, in un modo o nell’altro, l’ultimo miglio della legislatura. Una vittoria del sì, d’altra parte, non potrebbe che essere considerata anche una vittoria della stessa premier e un consolidamento della sua leadership dopo quattro anni di governo. Allo stesso tempo, un trionfo del no sarebbe la sua prima vera sconfitta da quando è alla guida di palazzo Chigi ed è facile prevedere che possa generare fibrillazioni nella stessa maggioranza: dal giorno dopo il referendum, d’altra parte, tutti i partiti – di destra e di sinistra – saranno già totalmente proiettati sulle elezioni Politiche cercando di portare acqua al proprio mulino. Mantenere la maggioranza “compatta”, insomma, non sarà così facile.