Oltre le dichiarazioni d’intenti
Dire “campo degasperiano” non basta. Se quella convergenza che si è annunciata – con Tempi Nuovi, Popolari Uniti, Rete Bianca e ANDC – vuole pesare davvero, deve smettere i toni da dichiarazione d’intenti e scegliere un criterio semplice: incidere nella vita pubblica, misurando le proprie parole sul terreno dei risultati.
L’articolo del 1 febbraio 2026 ha colto un punto vero: negli interstizi della “non politica” cattolica si avverte un bisogno di ricomposizione. Non per ricostruire appartenenze in miniatura, ma per uscire dalla subalternità e tornare a esercitare autonomia.
Unità nella diversità, non frammentazione
Anche il confronto sul referendum del 22–23 marzo lo mostra: si può divergere, certo, ma senza un orientamento comune il dissenso si trasforma in frammentazione; e la frammentazione, in irrilevanza. Nel 1946 si divisero tra Repubblica e Monarchia, eppure seppero tenere una rotta comune, guardando oltre la contesa istituzionale.
Che fare, allora? Servono piste concrete, verificabili.
Un’agenda essenziale e misurabile
Anzitutto un’agenda essenziale, senza l’ambizione di dire tutto e senza la tentazione di compiacere tutti: poche priorità su cui rendere conto.
Lavoro povero e salari, scuola e comunità educanti, casa e rigenerazione, sanità territoriale, giovani e demografia, aree interne, transizione giusta, qualità delle istituzioni, Europa come livello reale di decisione.
E forse è proprio qui il nostro male: la scissione tra parola e mondo, tra discorso pubblico e condizioni materiali di vita. Abbiamo trasformato la politica in un congegno di rappresentazione – identità, appartenenze, posizionamenti – e abbiamo smarrito la sua funzione generativa, quella che modifica concretamente istituzioni, servizi, opportunità.
Diciamocelo con franchezza: finché non torniamo a rendere conto degli effetti, anche le idee migliori restano soltanto enunciazioni.
Presìdi civici nei territori
Poi presìdi civici territoriali, perché questa convergenza diventa popolare solo se abita i luoghi dove la vita si incrina: quartieri, paesi, periferie, servizi che mancano. Non comitati elettorali né cerchie autoreferenziali, ma luoghi-terzi di mediazione, in cui la domanda sociale smette di restare lamento privato e diventa costruzione collettiva, orientata a decisioni, risorse e responsabilità.
Infine la classe dirigente. Selezione, formazione, trasparenza. Un’etica pubblica senza competenza scivola nel moralismo; una competenza senza etica scade nel cinismo. Serve un reclutamento leggibile, un codice di condotta, percorsi formativi che leghino cultura istituzionale e capacità di governo.
Dalla formula al cantiere
Il punto non è “trovare una formula” in più. È dare al Paese un cantiere serio: meno annunci, più scelte; meno posizionamenti, più presenza. Se il campo degasperiano accetta questa prova, diventa futuro. Se la evita, resterà solo un richiamo.
Paul Ricoeur ci ricorda che i linguaggi simbolici e poetici non sono un lusso per tempi tranquilli: sono una forza capace di rifigurare il reale. E questo non significa – per dirla con Martin Heidegger – resuscitare l’opinione antiquata secondo cui l’arte “copia” la realtà; al contrario, quei linguaggi generano una mimesi: un’imitazione creatrice, che apre possibilità, ricompone senso, rende abitabile ciò che appare chiuso.
Forse allora è anche questa la funzione generativa dell’impegno pubblico – e, in particolare, dei cattolici democratici: non limitarsi a descrivere il mondo o commentarlo, ma ricrearlo con scelte concrete, perché diventi più giusto, più umano e persino più bello.
