Home GiornaleRidimensionato Netanyahu, sono i partiti arabi la novità di Israele

Ridimensionato Netanyahu, sono i partiti arabi la novità di Israele

Le urne consegnano un Paese diviso e una Knesset senza maggioranza. Le formazioni arabe sfiorano il raddoppio dei seggi e diventano decisive. Difficile la partita per il governo.

Un Paese spaccato

Israele esce dalle urne profondamente diviso. Le urne non indicano un vincitore, ma segnalano una sconfitta politica per Benjamin Netanyahu. Il suo Likud resta il primo partito, con 24-25 seggi, ma la coalizione di destra e religiosa che lo sostiene si ferma intorno a quota 50, lontana dai 61 deputati necessari per governare. Il vessillo della guerra permanente si affloscia.

Il fronte delle opposizioni, guidato dall’ex generale Gadi Eisenkot, arriva a 52-53 seggi. Un vantaggio insufficiente per assicurare l’alternanza. La Knesset si presenta dunque frammentata, con una maggioranza ancora tutta da costruire.

È il primo voto dopo il 7 ottobre 2023 e tre anni di guerra. La società israeliana appare attraversata da fratture profonde, tra sicurezza e democrazia, identità nazionale e convivenza civile.

 

La sorpresa delle liste arabe

La novità più significativa viene dall’elettorato arabo-israeliano. Le due formazioni arabe, la Lista Comune e Ra’am, potrebbero conquistare complessivamente 17-18 seggi, contro i dieci della precedente legislatura.

Un risultato che cambia gli equilibri parlamentari e restituisce centralità politica a una componente della popolazione troppo spesso marginalizzata.

«Non possiamo più essere ignorati», ha dichiarato Youssef Jabareen, leader della Lista Comune, rivendicando attenzione ai problemi della criminalità, delle discriminazioni, della casa e dei diritti civili.

Non è soltanto una questione numerica. Il voto arabo introduce una variabile nuova nella formazione del governo e pone una domanda alla democrazia israeliana: può continuare a escludere una parte così rilevante dei suoi cittadini?

 

La difficile ricerca di una maggioranza

Eisenkot potrebbe cercare una soluzione parlamentare sostenuta dall’esterno dalle formazioni arabe. Ma l’operazione incontra resistenze politiche e culturali anche tra gli oppositori di Netanyahu.

Resta aperta l’ipotesi di accordi trasversali, così come quella di un nuovo stallo istituzionale.

Una conclusione, tuttavia, emerge da questi ridultati. La politica spregiudicata e aggressiva di Netanyahu, fondata sull’alleanza con la destra più radicale, incontra un limite elettorale evidente.

Il premier uscente non è liquidato, ma la sua politica tadical-bellicista esce ridimensionata.

Il voto non consegna ancora un’alternativa di governo. Segnala però che una parte importante di Israele chiede di cambiare strada. E che nessuna maggioranza potrà ignorare facilmente il nuovo peso della rappresentanza araba.