Home GiornaleRiforme e piazze in fermento: l’Italia all’indomani della Grande Guerra

Riforme e piazze in fermento: l’Italia all’indomani della Grande Guerra

Con il suo “1919: i segni della modernità” Michele Graziosetto analizza un passaggio cruciale in cui l’allargamento democratico produsse instabilità e conflitti sociali sempre più acuti.

di Mario Avagliano

5C’è un anno, nella storia italiana, che più di altri assomiglia a una scossa elettrica: il 1919. Michele Graziosetto, nel suo 1919: i segni della modernità, lo racconta come un punto di rottura, un laboratorio caotico in cui si mescolano entusiasmo e paura, libertà e violenza, innovazione e disorientamento.

È, prima di tutto, l’anno dopo la fine della Prima guerra mondiale. E questo dettaglio è decisivo. Il Paese esce da un conflitto devastante con milioni di reduci, un’economia da riconvertire, un debito enorme e aspettative altissime. «Si espandeva un irrazionale desiderio di gioia di vivere», scrive l’autore, ma accanto a questo emerge subito una tensione diffusa, fatta di rancori, disuguaglianze e promesse mancate.

Il 1919 è quindi insieme liberazione e crisi. La fine della disciplina militare lascia spazio a nuovi comportamenti sociali: più libertà nei costumi, nella moda, nei rapporti tra uomini e donne. È una modernità ancora confusa, ma visibile. Nelle città si affermano stili di vita più disinvolti; nelle arti e nella cultura continua a vibrare l’onda del futurismo, con il suo culto della velocità, della rottura e dell’irriverenza. Anche la musica e lo spettacolo si aprono a forme più leggere e popolari, segnali di una società che vuole lasciarsi alle spalle l’austerità della guerra.

Ma il cambiamento più evidente passa dalla politica. Il 1919 è un anno di riforme importanti: viene introdotto il sistema proporzionale, che rivoluziona il modo di fare politica e frammenta il quadro parlamentare; si allarga la partecipazione elettorale maschile; si abolisce l’autorizzazione maritale che limitava fortemente le donne; si avviano politiche sociali che cercano di rispondere alle richieste di lavoro e tutela. Sono provvedimenti che, almeno sulla carta, aprono a una maggiore democratizzazione dello Stato.

Eppure, queste innovazioni non stabilizzano il sistema. Al contrario, lo rendono più fragile. Come osserva Graziosetto, la violenza nelle piazze e lo scontro tra gruppi danno «la sensazione che l’intero assetto giuridico-statuale fosse sotto assedio». Le riforme corrono più veloci della capacità del Paese di assorbirle.

In questo clima nascono nuove forze politiche. Il Partito Popolare Italiano segna l’ingresso ufficiale dei cattolici nella vita politica nazionale; i Fasci di combattimento, ancora deboli e disorganizzati, rappresentano un fenomeno inizialmente marginale ma carico di potenziale. Intanto il socialismo cresce, radicalizza i toni e parla apertamente di rivoluzione.

Fuori dai palazzi, la società ribolle. I reduci chiedono riconoscimento e lavoro; gli operai scioperano; i contadini rivendicano terra e diritti. Il libro insiste su questo scarto tra aspettative e realtà: «le soluzioni… sono ancora in gran parte inevase», e proprio da qui nasce la frustrazione collettiva.

Un altro “segno della modernità” è l’esperienza di Fiume, che Graziosetto richiama come simbolo di un nuovo stile politico: spettacolare, emotivo, quasi teatrale. Non è solo un episodio nazionalista, ma un laboratorio di linguaggi che mescolano estetica, propaganda e partecipazione di massa.

Il 1919, però, non è un anno uniforme. L’autore mostra bene la distanza tra città e campagne: mentre nei centri urbani si discute di rivoluzione e nuovi assetti politici, nelle campagne prevalgono rivendicazioni concrete, legate al lavoro e alla sopravvivenza. La modernità arriva ovunque, ma in forme diverse, spesso contraddittorie.

Alla fine, ciò che colpisce è l’incertezza. Nulla è ancora deciso. Come ricordano le parole riportate nel libro, molti pensano che «il vecchio mondo stesse per crollare» e che fosse alle porte un nuovo ordine. Non sarà così semplice. Ma è proprio questa apertura di possibilità a rendere il 1919 un anno unico.

Il merito del volume di Graziosetto sta qui: restituire il rumore di fondo di un’epoca, senza trasformarlo in una storia già scritta. Il 1919 non è solo l’inizio di qualcosa che verrà. È, prima di tutto, un momento in cui tutto sembra possibile — e proprio per questo instabile.

[Il testo qui riproposto è stato pubblicato dall’autore sul suo blog marioavagliano.it con il titolo “1919, l’anno in cui l’Italia cambiò pelle”]