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lunedì, 23 Febbraio, 2026
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Riforme visibili e ferite invisibili della giustizia

Separare le carriere può sembrare una riforma decisiva. Ma mentre si mette in scena la forza dell’architettura, il sistema reale continua a perdere pezzi: personale, tempi, carcere, diritti.

Una riforma visibile, una crisi meno visibile
La riforma Nordio ridisegna l’assetto della magistratura: carriere distinte per giudici e pubblici ministeri, due organi di autogoverno e un’Alta Corte disciplinare. È una scelta che viene raccontata come necessaria per rafforzare la terzietà del giudice. Ma qui bisogna dirlo con chiarezza: la terzietà, nel nostro ordinamento, non nasce oggi e non dipende da una formula di dibattito. Esiste già come principio e come presidio. Il punto, allora, non è se le riforme possano essere discusse. Il punto è se si stia intervenendo dove la giustizia, concretamente, sanguina davvero.

Dal PM garante al PM “che deve rendere”

Il rischio più serio non è soltanto giuridico: è culturale. In un’epoca che misura tutto con il metro della performance, anche il pubblico ministero può finire intrappolato in una logica di resa: risultati, impatto, durezza, visibilità. Non più, anzitutto, un magistrato chiamato a esercitare l’accusa entro un perimetro di garanzie, ma una figura da valutare per “efficacia repressiva”. È qui che la questione incrocia Byung-Chul Han: quando la società trasforma ogni funzione in prestazione, anche la giustizia può smarrire la misura del giusto e di inseguire la misurazione del risultato.

Intanto il sistema reale… Meno scena, più giustizia

Mentre il dibattito si concentra sulla riforma ad alta resa simbolica, restano sul tavolo le urgenze che incidono sulla vita concreta delle persone: uffici giudiziari in affanno, carenze di personale, tempi che logorano, organizzazioni fragili, esecuzione penale debole, carceri sovraffollate. È lì che la Costituzione viene messa ogni giorno sotto pressione: nella dignità dei detenuti, nella ragionevole durata del processo, nella tutela effettiva dei diritti. Su questo, però, il tono si abbassa, i riflettori si spengono e il coraggio riformatore si fa improvvisamente prudente.

Una giustizia seria non ha bisogno di esibire forza. Ha bisogno di reggere il peso della realtà. Il resto — se non tocca le ferite aperte della macchina giudiziaria — rischia di restare politica delle enunciazioni, non riforma effettiva.