C’è un mare che non concede appelli. Non perché sia “cattivo”, ma perché è indifferente come la fisica e spietato come la geografia: se sali su una lamiera con il vento contro, il mare fa ciò che il mare fa. Il resto — la colpa, la responsabilità, il rimosso — lo mettiamo noi.
In questi giorni, tra tempeste anomale e cronache di dispersi che crescono fino a cifre che fanno tremare la mano, il Mediterraneo torna a essere l’aula di un processo che riguarda l’Europa intera e, senza alibi, riguarda anche me. Lampedusa riappare come un nome-simbolo: confini infranti, speranze naufragate, parole usate come salvagenti e poi gettate a riva quando non servono più. Scorrono titoli, poi silenzio. E mentre la notizia evapora, resta una domanda ferma: quanta morte serve ancora per smuovere un continente che ha imparato a commuoversi “a tempo determinato”?
Il punto non è il numero: è la nostra normalizzazione
Sì, i numeri contano: perché dietro ogni cifra c’è un volto che non vedremo più, una madre che non saprà, un padre che non potrà, un bambino che non avrà nemmeno il diritto elementare di diventare adulto. Ma c’è un fatto più inquietante del conteggio: la normalizzazione. L’idea che tutto questo sia, in fondo, “il pedaggio” di una frontiera.
E invece no: non esiste alcuna frontiera che possa chiedere in pegno i corpi. Non esiste alcuna politica degna di questo nome che possa pretendere l’acqua come deterrente. Il mare non è un dispositivo pubblico: è un abisso. Trasformarlo in strumento di materia di Stato, non di buon cuore significa dire, senza dirlo, che alcune vite possono essere amministrate come vite svalutate.
Le ragioni strutturali che fingiamo di non vedere
La migrazione non è una “devianza” episodica: è un fenomeno che nasce da forze di lungo periodo. Le parole non spostano il mare; lo fanno le scelte, e non possono essere compresse nell’ennesimo decreto annuale. Pesano guerre e regimi predatori, filiere economiche globali che generano asimmetrie, crisi climatica che rende le rotte una roulette russa; pesa anche il nostro modello produttivo, che invoca ordine e decoro mentre consuma lavoro invisibile e sottopagato, e pesa una demografia stanca che chiede braccia per reggere welfare e pensioni ma rifiuta i corpi che quelle braccia le portano.
Se le cause sono di questa natura, anche la risposta deve stare allo stesso livello: canali legali e quote credibili, protezione effettiva, cooperazione non predatoria, integrazione trattata come infrastruttura di governo — non come gesto caritatevole. Il resto è cosmesi.
Il “muro di gomma” e la politica che sceglie di non guardare
In questi giorni l’orrore è stato raccontato anche così: persone partite con il mare in rivolta, tracce perse, allarmi lanciati da chi raccoglie testimonianze dall’altra sponda, governi che tacciono, navi civili ferme, sanzionate o immobilizzate. È il copione di un’Europa che esternalizza, delega, appalta il confine a Paesi terzi e poi si lava le mani — salvo indignarsi quando una tragedia diventa inevitabilmente visibile.
È un meccanismo perfetto per l’ipocrisia: si produce distanza morale. Si finge che “non dipenda da noi”. Si parla di “sovranità” come se la sovranità fosse un diritto di non vedere.
E intanto cresce una cultura istituzionale che ha un tratto comune, dagli Stati Uniti alle sponde europee: la tentazione securitaria come calcolo aritmetico. Catene, fermi, retoriche di ordine; e, in parallelo, la progressiva erosione dei diritti interni. La storia è sempre la stessa: si comincia dagli inermi e invisibili, e si finisce per restringere lo spazio democratico di tutti.
Noi cattolici democratici: il punto dolente è la coerenza
E adesso devo dire una cosa che fa male perché mi include. Noi cattolici democratici siamo capaci di liturgie impeccabili e indignazioni ben scritte, ma troppo spesso la coerenza si arena quando la realtà chiede indirizzi.
Siamo diventati esperti nel distinguere: “accoglienza sì, ma…”; “umanità, certo, però…”; “carità, purché non disturbi…”.
Così la compassione si riduce a una postilla stagionale, mentre nella quotidianità avanza la grammatica del sospetto e la durezza viene spacciata per realismo. Ma la misura della fede — e della democrazia — non è l’intensità delle parole: è la qualità delle decisioni quando il prezzo è alto. E oggi quel prezzo lo pagano sempre gli stessi: chi non ha alternative.
Il corto circuito: pace proclamata, disumanità praticata
Ogni volta che pronunciamo “pace in terra” e poi accettiamo che una bambina arrivi sola, spaesata, con un’infanzia frantumata in mare, produciamo un corto circuito. Ogni volta che difendiamo la “civiltà” e poi costruiamo politiche che trasformano l’acqua in deterrente, svuotiamo la parola civiltà.
È qui che la questione non è più “migratoria” in senso stretto: è antropologica e costituzionale. Perché una comunità politica si definisce dal modo in cui tratta chi non ha potere.
La nostra Costituzione non è un testo ornamentale: è un argine. Parla di diritti inviolabili, di doveri di solidarietà, di protezione per chi non può godere delle libertà nel proprio Paese. Non è “buonismo”: è architettura della dignità.
Un’agenda di realtà
Se vogliamo smettere con questa pantomima, cominciamo a pretendere scelte verificabili, misurabili nel tempo e non consumabili in una conferenza stampa. La prima è la più ovvia e, proprio per questo, la più rimossa: aprire canali legali e costruire quote credibili, stabili, governate con criteri trasparenti. Non per “fare un favore” a qualcuno, ma per togliere ossigeno ai trafficanti, ridurre la tratta e sottrarre la mobilità umana al ricatto dell’illegalità.
La seconda riguarda la soglia minima dell’umano: la ricerca e il soccorso non come fastidio, né come concessione morale, ma come dovere pubblico. Il salvataggio non è un’opinione; è un criterio di civiltà. Trattarlo come intralcio significa accettare, senza dirlo, che l’acqua diventi strumento di deterrenza.
Poi c’è il nodo amministrativo, che fingiamo di non capire e che invece è decisivo: servono procedure d’asilo rapide e garantiste, con un investimento serio sulla capacità organizzativa dello Stato. La lentezza produce irregolarità; l’irregolarità alimenta paura; la paura diventa consenso. È un circuito che avvantaggia solo chi campa di emergenze permanenti.
Un cantiere stabile
E quando l’ingresso è regolare e la protezione è riconosciuta, la partita non finisce: comincia. L’integrazione va trattata come cantiere stabile di governo — scuola, casa, lavoro regolare, lingua, comunità — non come un gesto sentimentale o una postilla caritatevole. Perché l’integrazione è governance: o la costruisci, o la subisci.
Infine, se le cause sono strutturali, anche la risposta esterna deve smettere di essere predatoria: serve una cooperazione internazionale capace di affrontare conflitti, cambiamento climatico, sfruttamento e catene economiche diseguali senza la scorciatoia dell’esternalizzazione punitiva, che delega la violenza e acquista silenzi.
E sì: tutto questo non regge senza un cambio di linguaggio. Occorre un discorso pubblico che smetta di usare l’immigrazione come trofeo propagandistico. Il nemico esterno è comodo: distrae, polarizza, giustifica scorciatoie autoritarie. Ma il conto lo paghiamo noi, come società, quando i diritti diventano negoziabili e la persona viene trasformata in variabile dipendente del consenso.
Il Mediterraneo non mente. Noi, invece, sì
Il mare non mente: registra. Riflette. Restituisce.
Siamo noi a mentire quando, da cattolici democratici, riduciamo il Vangelo a una cornice emotiva e non a una presa di posizione.
Se vogliamo un titolo diverso per questa stagione, non possiamo continuare a lasciare che il Mediterraneo lo scriva con la carne.
Il vero scandalo non è che “arrivino”. È che muoiano così — e che noi ci abituiamo.
E la conversione, oggi, ha una forma concreta: smettere di essere spettatori morali. Entrare nella responsabilità. Pretendere politiche all’altezza della dignità. E, finalmente, avere il coraggio di dire che l’ipocrisia — anche la nostra — è parte del naufragio.
