Il precedente storico e l’attualità
Il recente divieto di atterraggio nella base militare di Sigonella, imposto dal Governo Meloni ai bombardieri americani diretti nel Golfo arabico, ha indotto la stampa a ricordare (seppur in maniera incompleta) una parzialmente analoga vicenda accaduta oltre quarant’anni or sono, durante il Governo Craxi.
Ero arrivato a Washington da poco più di un anno, quando le relazioni tra Italia e Stati Uniti furono, seppur per breve tempo, seriamente compromesse da quella che venne poi definita “la crisi di Sigonella”.
Il sequestro dell’Achille Lauro
Tutto iniziò il 7 ottobre 1985, giorno in cui la nave italiana “Achille Lauro” venne sequestrata nel Mediterraneo con tutti i crocieristi a bordo (tra cui numerosi di cittadinanza americana), ad opera di terroristi palestinesi dell’FLP (“Fronte di Liberazione della Palestina”), che chiedevano il rilascio di 50 prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.
Su richiesta di Craxi, Arafat, leader dell’OLP, negando il proprio coinvolgimento, propose Abu Abbas (fondatore dell’FLP) e un suo compagno come mediatori per favorire una soluzione incruenta. Nel frattempo, gli americani organizzavano – malgrado il parere contrario del governo italiano – l’operazione militare “Margherita” per individuare la posizione nautica della nave (che si stava muovendo verso la Siria) e organizzare un intervento armato.
Trattandosi di una nave battente bandiera italiana, Craxi continuò a rivendicare l’esclusiva competenza ad intervenire e, grazie all’ottimo rapporto con Arafat, sostenne la necessità di negoziare con i dirottatori per evitare inutili spargimenti di sangue, a condizione che a bordo non fossero stati compiuti atti di violenza perseguibili sulla base del diritto penale italiano.
La mediazione ebbe successo. Il 10 ottobre la nave approdava a Porto Said, dove i quattro dirottatori palestinesi lasciavano liberi nave e passeggeri, scendendo a terra per dileguarsi impunemente sotto gli occhi della polizia egiziana, accompagnati da Abu Abbas e dal suo complice (nel frattempo giunti personalmente in Egitto).
L’uccisione del passeggero e la reazione americana
Fu soltanto allora che, contrariamente a quanto più volte dichiarato per radiotelefono dal comandante italiano della nave e dagli stessi dirottatori, si scoprì che un ebreo americano invalido (sulla sedia a rotelle) era stato brutalmente gettato in mare dopo il sequestro della nave.
Agli occhi americani, questo reato rendeva nullo l’accordo stipulato e passibili di sanzioni penali i responsabili, i quali però si erano già imbarcati su un Boeing 747 dell’Egypt Air diretto a Tunisi.
I servizi americani scoprirono subito le coordinate di quel volo e il Presidente Reagan ordinò che il velivolo fosse dirottato verso la base aerea di Sigonella in Sicilia per arrestare Abu Abbas (da anni ricercato dagli americani) e i suoi complici, per poi trasferirli negli Stati Uniti ed essere giudicati da un tribunale americano.
Lo scontro a Sigonella
Una volta atterrato, l’aereo venne circondato da cinquanta marines in pieno assetto di guerra, circondati, a loro volta, da un pari numero di carabinieri. Si creò subito una pericolosa situazione di stallo, idonea a generare uno scontro.
Reagan telefonò a Craxi, sollecitando la consegna immediata dei terroristi. Il Presidente del Consiglio si rifiutò, rivendicando la giurisdizione italiana e sostenendo che i terroristi sarebbero stati giudicati dalle competenti autorità nazionali, essendo il reato a loro contestato avvenuto su nave battente bandiera italiana ed essendosi l’aereo che li trasportava posato su suolo italiano.
Reagan alla fine cedette, riservandosi però di chiedere subito l’estradizione dei terroristi, sulla base del trattato vigente tra Stati Uniti e Italia.
Per Craxi andava però fatta una distinzione fra i quattro sequestratori e Abu Abbas e il suo complice, che non avevano partecipato al sequestro, anche perché Mubarak, dal Cairo, sollecitava il rilascio immediato del velivolo di linea egiziano con a bordo i due, da considerare sotto la protezione del governo egiziano, minacciando per ritorsione di trattenere la nave Achille Lauro ancorata a Porto Said.
Il compromesso e le tensioni diplomatiche
Le conversazioni tra le tre capitali continuarono per l’intera giornata del 12 ottobre, per poi di fatto concludersi con il definitivo arresto dei quattro dirottatori e il rilascio di Abu Abbas e del suo complice, dopo un trasbordo dall’aereo egiziano ad uno di linea jugoslava.
Tutto avvenne nell’arco di alcune frenetiche ore, durante le quali a Washington l’Ambasciatore Petrignani, ignaro di quanto stava accadendo, si stava intrattenendo con il Segretario di Stato in uno dei periodici colloqui di routine. Improvvisamente, il suo interlocutore gli comunicò che, purtroppo, doveva interrompere la conversazione per sopraggiunti improrogabili impegni. L’Ambasciatore, insospettito, fece ritorno in ufficio e si mise subito in contatto con Roma, apprendendo l’accaduto.
Da quel momento, le relazioni diplomatiche fra i due Paesi vennero praticamente interrotte. Vani i tentativi di Petrignani di riannodarne i fili. Il Dipartimento di Stato alzò una barriera invalicabile, rifiutando ogni richiesta di contatti ufficiali. La Casa Bianca sembrava intenzionata a rivedere a fondo il rapporto con l’Italia.
Il Columbus Day e la svolta
Pochi giorni dopo era prevista l’annuale cena di gala per le festività del Columbus Day, nel corso della quale il Presidente degli Stati Uniti tradizionalmente faceva un’apparizione, pronunciando un discorso per i presenti (comunemente oltre mille invitati, per la maggioranza italo-americani).
Dalla Casa Bianca, questa volta, non arrivava alcun cenno di conferma circa la presenza di Reagan. Così fu fino a poche ore dallo svolgimento dell’evento. Poi improvvisamente arrivò, ma in Ambasciata ci si chiedeva quale sarebbe stato il contenuto del messaggio presidenziale.
Da attore consumato, Reagan apparve solennemente annunciato dal Capo del Cerimoniale. Serio, di fronte al microfono, sul grande palco allestito al centro dell’enorme salone sotterraneo dell’albergo ospitante l’evento, esordì con voce studiatamente misurata:
“Ladies and Gentlemen, the friendship between Italy and United States is… unshakable!”.
Tripudio generale. Petrignani, visibilmente emozionato, affidò ad un giovane collega un breve messaggio da telegrafare a Roma, riportando testualmente la frase iniziale pronunciata dal presidente americano.
La crisi di Sigonella, a quel punto, poteva dirsi risolta. Il definitivo suggello ebbe luogo alcune settimane dopo, quando Craxi fu invitato ufficialmente a Washington.
Il seguito politico e il ruolo di Andreotti
Al momento, però, la vicenda ebbe un seguito politico in Italia, poiché il Ministro della Difesa Spadolini, criticando apertamente la decisione presa da Craxi, ritirò i suoi ministri dal governo.
Nei suoi diari, pubblicati nel 1989, Andreotti rivela un colloquio avuto a Bruxelles con l’omologo americano Schultz, alcuni giorni dopo l’accaduto, prima dell’inizio di una seduta del Consiglio atlantico in vista di un incontro a Ginevra fra Reagan e Gorbacev.
Al Segretario di Stato americano, che non faceva mistero della forte perdurante irritazione nei confronti del governo italiano, Andreotti rispose che le prove addotte dalle autorità americane per trattenere Abbas erano state giudicate dalla magistratura italiana labili e generiche.
A fronte dell’insistenza di Schultz, Andreotti richiamò anche la necessità politica di tenere conto della richiesta espressa da Mubarak e sottolineò l’abuso di potere esercitato dai militari americani a Sigonella, base NATO con uno status particolare.
Infine, rievocò il ruolo di mediazione svolto da Abbas, su richiesta di Arafat, che aveva consentito la liberazione della nave e dei passeggeri. Questa precisazione – afferma Andreotti – colpì particolarmente Schultz, che la riconobbe come una motivazione in grado di spiegare, almeno in parte, il comportamento italiano.
La chiusura della crisi
La vicenda non si chiuse immediatamente. Il testo di compromesso elaborato non fu inizialmente accettato dalla Casa Bianca.
Andreotti dovette allora precisare che, senza una chiara rettifica di Washington, né lui né Craxi avrebbero incontrato Reagan prima del vertice con Gorbacev. La pressione ebbe effetto. Il Sottosegretario Whitehead fu incaricato di consegnare una lettera di scuse di Reagan indirizzata a Craxi.
La consegna avvenne il 19 ottobre e rappresentò la pietra tombale posta sul breve ma grave dissidio tra le due capitali.
Le sentenze e una riflessione conclusiva
Il 10 luglio 1986, due dei dirottatori palestinesi furono condannati all’ergastolo dal Tribunale di Genova e gli altri due a diversi anni di prigione. Quanto ad Abu Abbas, i giudici riconobbero elementi di colpevolezza nell’organizzazione del sequestro, condannandolo anch’egli (in contumacia) all’ergastolo. Il portavoce del governo americano plaudì al modo con cui la magistratura italiana aveva condotto il processo.
Durante la mia permanenza a Washington (1984-1990), le relazioni fra Italia e Stati Uniti furono molto strette e fruttuose. L’incidente di Sigonella le raffreddò soltanto per un limitatissimo periodo di tempo.
Eppure, nel 1993, all’epoca di Tangentopoli, qualche osservatore politico avanzò l’ipotesi che l’attacco a Craxi e il lungo processo ad Andreotti costituissero anche una sorta di “vendetta” americana.
Sono sempre stato convinto dell’infondatezza di tale supposizione, essendo stato testimone oculare della stima e considerazione di cui i nostri rappresentanti godevano negli ambienti governativi americani e dell’atmosfera di grande amicizia e fiducia che la loro presenza vi suscitava.
Giorgio Radicati, diplomatico, all’epoca dei fatti era Primo Consigliere d’Ambasciata a Washington. È stato Console generale a New York, Ambasciatore a Praga e, fuori ruolo, Capo Missione a Skopje prestando servizio presso l’OSCE.
