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lunedì, 5 Gennaio, 2026
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Taiwan ora trema, in Asia il nuovo fronte dell’equilibrio globale

L’intervento Usa in Venezuela, la postura ambigua di Washington e le manovre di Pechino riaprono il dossier Taiwan, trasformando lo Stretto in uno dei principali punti di rottura dell’ordine globale.

Un precedente che pesa

Segnali sempre più inquietanti, per Taiwan. L’intervento americano in Venezuela offre ora alla Cina una possibile giustificazione in più per un possibile attacco all’isola che essa ritiene essere parte della Repubblica Popolare.

Nell’ultima settimana del 2025 Pechino ha ribadito il proprio pensiero al riguardo. Dapprima con l’imponente esercitazione navale nelle acque del Mar Cinese Meridionale. “Un duro avvertimento agli indipendentisti”, si è premurato di sostenere il governo mandarino, inviando così un messaggio preciso anche a quanti (il Giappone, senz’altro; gli Stati Uniti, forse) si rendono colpevoli di inaccettabili “interferenze esterne”.

Le manovre militari e il messaggio a Tokyo e Washington

Ed in effetti le manovre militari hanno simulato, fra l’altro, un blocco navale intorno all’isola e la presa in controllo dei suoi due porti principali, a nord e a sud.

Successivamente, nel suo discorso del (nostro) fine anno il Presidente Xi Jinping ha ribadito il suo pensiero: “i popoli su entrambe le sponde dello Stretto – ha affermato – sono legati da vincoli di sangue e parentela. La riunificazione della nostra madrepatria, una tendenza dei nostri tempi, è inarrestabile”. Una dichiarazione che non lascia molti margini di incertezza.

Non il “se”, ma il “quando”

Non è in questione il “se”, ma solo il “quando”. Che si immagina non molto in là nel tempo, peraltro.

Una determinazione già espressa in altre precedenti circostanze ma ora più inquietante per i taiwanesi alla luce non solo della dura risposta che Pechino ha rivolto a Tokyo dopo le improvvide affermazioni della neo-premier giapponese inerenti proprio Taiwan ma soprattutto in relazione alla nuova postura di Washington.

La nuova postura americana

Che con Trump al comando pare più interessata a trovare un’intesa commerciale, sulle terre rare e non solo, con il Dragone e non tanto – parrebbe – a rischiare un confronto duro e rischioso in nome della libertà di Taiwan.

Tanto più che nella Città Proibita stanno interpretando le rivendicazioni americane sulla Groenlandia e quelle sull’America Latina (dal Venezuela a Panama, sino alla ridenominazione del Golfo del Messico) come un quasi via libera alla Cina su Taiwan. La stessa parziale e non convinta difesa dell’Ucraina sembra ai cinesi confermare questa impressione.

Sanzioni e avvertimenti a Trump

A tal proposito le dure sanzioni comminate da Pechino ad aziende USA del settore difesa, punite con il congelamento dei beni detenuti in Cina, dopo che l’Amministrazione americana aveva annunciato la vendita a Taiwan di armi per 11 miliardi di dollari, paiono voler indicare a Trump – qualche mese prima del suo previsto meeting con Xi – quale sia la direzione che gli USA dovrebbero prendere: nessun rapporto con Taiwan, né commerciale né militare.

La “sacra missione” di Pechino

Il che è un passo in avanti deciso da Pechino da intendere bene nella sua valenza: fino ad oggi, infatti, gli Stati Uniti hanno sempre difeso a parole l’indipendenza taiwanese ma l’hanno sostenuta solo con qualche affermazione di principio e, concretamente, con la vendita di armamenti e non certo con un coinvolgimento diretto di propri militari.

Ora Xi pare voler avvisare il suo omologo americano: non vogliamo più che voi armiate Taiwan, il cui ritorno a casa, alla Cina continentale, è considerato una “sacra missione”, ineludibile.

A Taipei il timore è crescente. Da oggi, ancora di più.