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lunedì, 26 Gennaio, 2026
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Testimonianza. Crans-Montana e la giustizia svizzera: vicende analoghe di molti anni fa

Dalla tragedia di Mattmark all’omicidio Zardini: questo racconto di Radicati, nel 1970 giovane diplomatico in servizio a Ginevra, riporta alla luce responsabilità, silenzi e precedenti su cui riflettere con vigile memoria.

Le vicende di Crans-Montana, tra responsabilità evidenti e decisioni giudiziarie controverse, riattivano una memoria storica dolorosa sui rapporti tra istituzioni elvetiche, giustizia e comunità italiana emigrata.

Una decisione che suscita perplessità

Le modalità della recente tragedia a Crans-Montana, i ritardi e le lacune delle indagini locali, le gravi responsabilità dei proprietari del ritrovo subito emerse e, soprattutto, la decisione del tribunale di Syon di lasciarli a piede libero con una cauzione per uno soltanto dei due coniugi (peraltro modesta in relazione alla gravità dei fatti) non possono che suscitare serie perplessità.

Del resto – come ricordato da Gian Antonio Stella in un articolo pubblicato dal Corriere della Sera – le periodiche controverse relazioni tra istituzioni elvetiche e comunità italiana residente sono note e ben documentate e non lasciano bene sperare.

Mattmark 1965: una tragedia annunciata

Al riguardo, ho personali ricordi di due clamorosi accadimenti in materia: il cedimento del ghiacciaio di Allalin nell’agosto del 1965, nei pressi della diga di Mattmark, dove perirono 88 lavoratori, di cui 55 italiani, e il brutale omicidio del connazionale Alfredo Zardini, avvenuto a Zurigo nella primavera del 1971.

Quando, nel 1970, ero appena arrivato a Ginevra per occupare il posto di V. Console presso il Consolato Generale d’Italia, incontrai un connazionale sopravvissuto alla tragedia di Mattmark. Egli, ancora visibilmente commosso, rievocò l’evento, affermando che l’intero ghiacciaio era franato addosso alle squadre di lavoro, sterminandone buona parte.

Si trattava – mi disse – di una tragedia per molti versi annunciata, poiché da vari mesi si erano registrate in quell’area frequenti slavine senza che la società committente decidesse di spostare gli alloggiamenti degli operai in una zona sicura, ossia più distante dalle pendici del ghiacciaio. Egli si era salvato per pura casualità, trovandosi in un’area appena sfiorata dalla massa di ghiaccio e pietre staccatasi dal massiccio sovrastante.

Le condizioni degli emigranti e l’assenza di tutela

L’uomo mi descrisse le inumane condizioni di lavoro degli emigranti, a grande maggioranza italiani, impiegati in quella costruzione: turni di lavoro fino a sedici ore giornaliere anche con temperature proibitive, alloggi sovraffollati, condizioni igieniche precarie ed assistenza sanitaria quasi inesistente.

Gli incidenti sul lavoro, anche gravi, raramente erano pubblicati sulla stampa locale e, comunque, le autorità li ignoravano sistematicamente, evitando di effettuare le necessarie ispezioni. Quanto alla magistratura elvetica, al termine di due processi, non soltanto assolse tutti gli imputati, ma arrivò a sentenziare il pagamento delle spese processuali a carico dei famigliari delle vittime (sic!).

L’omicidio Zardini e l’odio verso gli italiani

Pochi mesi dopo, mi occupai dell’omicidio del connazionale Alfredo Zardini avvenuto a Zurigo ad opera di un energumeno elvetico, che lo aveva per futili motivi selvaggiamente aggredito a calci e pugni, procurandogli fatali lesioni al fegato.

Fu un atto di inaudita ed ingiustificata violenza che portava in superficie l’odio nutrito dai locali nei confronti dei lavoratori italiani, sentimento che la rapida scarcerazione del colpevole sembrò confermare. Grande fu lo sdegno della comunità italiana, alimentando in Italia un clima di accresciuto odio verso il Paese limitrofo. Si arrivò ad auspicare uno stato di belligeranza, invocando immediate azioni di rappresaglia. Il clima politico tra i due Paesi si fece ancora più teso.

Divisioni interne e giustizia controversa

Ricordo, per inciso, che soltanto pochi mesi prima del mio arrivo a Ginevra una sessione della “Commissione Mista per l’Emigrazione” era stata bruscamente interrotta per notevoli divergenze emerse fra le due delegazioni.

In Svizzera, sul caso Zardini, i francofoni auspicavano una punizione esemplare per il colpevole, mentre gli svizzeri tedeschi erano favorevoli al riconoscimento delle attenuanti per un presunto stato di ebbrezza dell’assassino al momento del diverbio.

Una risposta civile: la solidarietà italo-svizzera

Pensai che questa divaricazione di pareri avrebbe finito per ostacolare la ricerca di un giusto componimento e che occorresse al più presto intervenire anche per effettuare un gesto concreto a favore della famiglia Zardini.

Mi rivolsi allora al direttore dell’autorevole quotidiano ginevrino La Suisse, Claude Richoz, convincendolo sull’opportunità di lanciare una grande campagna stampa per diminuire il clima di tensione creatosi e, al tempo stesso, ricostruire senza ipocrisie quanto avvenuto.

Il 4 aprile del 1971 La Suisse creava il “Movimento di solidarietà Italo-Svizzero”, allo scopo di raccogliere fondi mediante la vendita di uno speciale adesivo di solidarietà. L’iniziativa, sostenuta dalla stampa di altri Cantoni, ebbe l’appoggio di dieci ex presidenti della Confederazione Elvetica e di importanti figure della politica e della cultura nazionali.

Ciò detto, alla fine, il Tribunale locale condannò il colpevole… ad un anno e mezzo di prigione.

Tenere alta la guardia

Molti anni sono passati dai fatti evocati ed ovviamente la situazione della manodopera straniera in Svizzera sembrerebbe essersi normalizzata, come pure le relazioni fra le due capitali. Eppure, penso che lo svolgimento di quanto sta accadendo a Crans-Montana dovrebbe indurre tutti coloro che giustamente invocano giustizia a tenere alta la guardia.

 

Giorgio Radicati è stato Console generale a New York all’epoca dell’attacco alle Torri Gemelle. Ambasciatore a Praga, successivamente ha prestato servizio fuori ruolo presso l’OSCE con l’incarico di Capo della Missione a Skopje.

 

La biografia diplomatica di Giorgio Radicati è consultabile qui.