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venerdì, Aprile 4, 2025
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Tregua a Gaza, un fallimento annunciato

Il piano in tre fasi che aveva avviato la tregua era interpretato da Israele come una sorta di “regalo di benvenuto” al nuovo Presidente USA, che si sarebbe necessariamente arenato al termine della prima.

Ciò che era evidente da tempo, la rottura unilaterale della tregua siglata oltre due mesi fa ha sancito in modo irrefutabile: Israele o, meglio dire, l’attuale governo di estrema destra presieduto da Benjamin Netanyahu non vuole la pace, non la vuole ora e soprattutto non vuole nella maniera più assoluta la creazione di uno stato palestinese. Né a Gaza né in Cisgiordania. Né ora né mai. Punto.

Questo articolo potrebbe concludersi qui. Un post, nulla più. Sarebbe sufficiente per illustrare lo stato delle cose. Però qualche altra considerazione, desunta dagli eventi in corso, la si può aggiungere. La ripresa dei bombardamenti sulla Striscia ha consentito al premier israeliano di conseguire almeno tre risultati immediati.

Il ritorno al governo dell’estremista più estremo, quel Ben Gvir leader del partito dei coloni che ne era uscito all’annuncio dei negoziati con Hamas. Un rafforzamento della maggioranza parlamentare quanto mai utile a fronte della crescente e nuovamente molto partecipata, come era prima del 7 ottobre 2023, ondata di protesta popolare contro la politica guerresca e radicale dell’esecutivo di Tel Aviv.

La possibilità per Netanyahu di continuare a eludere, causa appunto conflitto in corso, le pesanti accuse che su di lui incombono da anni e che la magistratura israeliana non ha dimenticato, sottoponendolo a processo. La guerra è di fatto l’assicurazione che Bibì ha per evitare un’insidia assai pericolosa per lui come individuo e non solo per la sua carriera politica. E per poter proseguire nella sua azione mirante a ridurre l’indipendenza della magistratura medesima e dei servizi di sicurezza.

L’effettuazione di un test sulle reali intenzioni di Donald Trump, alleato di ferro ma personaggio imprevedibile: il sostegno rafforzato che ne è derivato, con la ulteriore minaccia “infernale” rivolta a Hamas, ha tranquillizzato Netanyahu (che al contrario si era fatto sospettoso, all’inizio del mandato presidenziale del tycoon, a fronte della spinta di quest’ultimo per arrivare rapidamente ad un accordo di pace, arricchita poi dalla scenografica e lunare idea di trasformare la Striscia in un mega resort per miliardari). Per dirla tutta, il piano in tre fasi che aveva avviato la tregua era palesemente interpretato da Israele come una sorta di “regalo di benvenuto” al nuovo Presidente USA, che si sarebbe necessariamente arenato al termine della prima, non avendo nessun interesse il governo ebraico nel giungere realmente ad un accordo di pace effettivo. E così è stato.

In questo quadro, occorre riconoscere altresì che le irritanti provocazioni orchestrate da Hamas ad ogni rilascio di ostaggi, tese a umiliarli e a dimostrare un totale controllo del territorio che in realtà non ha più, non potevano che accrescere l’odio israeliano e dunque la sua determinazione distruttrice.

Non si vedono dunque spiragli nella drammatica crisi di Gaza. Non vuole cedere Hamas; Israele non ci pensa nemmeno; gli Stati Uniti hanno in questa fase altro per la testa; i paesi arabi hanno approntato sì un piano di pace che però resterà in un vicolo cieco sin quando Tel Aviv non lo prenderà almeno in considerazione come base per un negoziato, che abbiamo visto non volere.

L’unico barlume di luce lo hanno offerto, in queste settimane, le timide – ma è la prima volta, e dunque sono assai significative – manifestazioni popolari di palestinesi che a Gaza hanno chiesto ad Hamas di andarsene e quelle, ben più imponenti, che a Tel Aviv gli israeliani ostili al governo insieme ai parenti degli ostaggi continuano a organizzare per chiedere l’avvio di reali negoziati di pace. A Gaza si manifesta per poter sopravvivere, a Tel Aviv per salvare l’anima di una nazione che sta perdendo sé stessa.