12.7 C
Roma
martedì, 13 Gennaio, 2026
HomeAskanewsTrump annuncia nuovi dazi per chi commercia con l’Iran, la Cina protesta

Trump annuncia nuovi dazi per chi commercia con l’Iran, la Cina protesta

Roma, 13 gen. (askanews) – Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump prova a stringere il cappio attorno all’Iran. Il capo della Casa bianca ha annunciato via social l’introduzione immediata di nuovi dazi del 25 per cento contro tutti i Paesi che intrattengono rapporti commerciali con l’Iran, definendo la misura “finale e conclusiva”. Una mossa che ha mandato su tutte le furie la Cina, che ha reagito annunciando che “salvaguarderà con determinazione i propri diritti e interessi legittimi”.

Il provvedimento, di portata globale, è destinato a colpire in particolare le grandi economie con forti legami energetici e commerciali con Teheran, a partire da Cina e India, ma anche Turchia, Emirati arabi uniti e Unione europea. Trump ha collegato esplicitamente la decisione alla repressione delle proteste antigovernative in Iran, nel cui contesto, secondo l’ong Iran Human Rights, sarebbero morte oltre 600 persone e sarebbe stato imposto un blackout quasi totale di internet. Il presidente statunitense ha inoltre evocato la possibilità di un intervento militare.

Pechino ha reagito con durezza. La portavoce del ministero degli Esteri cinese Mao Ning, intervenendo alla quotidiana conferenza stampa a Pechino, ha ribadito la “ferma opposizione” della Cina alle guerre tariffarie, avvertendo che Pechino “salvaguarderà con determinazione i propri diritti e interessi legittimi”. Mao ha anche condannato le minacce americane di ricorrere alla forza contro l’Iran, affermando che la Cina auspica che tutte le parti facciano di più per favorire la pace e la stabilità in Medio Oriente e ribadendo la contrarietà a misure coercitive e a pressioni che possano aggravare le tensioni regionali, nel rispetto del diritto internazionale. La portavoce ha aggiunto che la Cina sta monitorando attentamente la situazione in Iran e adotterà tutte le misure necessarie per garantire la sicurezza dei cittadini cinesi.

Sulla stessa linea l’ambasciata cinese a Washington, che in una dichiarazione al Washington Post ha definito i nuovi dazi una forma di “coercizione” e “pressione”. Il portavoce Liu Pengyu ha affermato che la Cina si oppone con decisione a “sanzioni unilaterali illegittime e all’applicazione extraterritoriale della giurisdizione” e che adotterà contromisure per tutelare i propri interessi.

La posta in gioco è rilevante. La Cina è il principale partner commerciale dell’Iran, con circa il 30 per cento del commercio estero totale, anche se nei primi undici mesi del 2025 il commercio ufficiale tra Cina e Iran è diminuito del 24 per cento, segnale di un rallentamento già in atto proprio a causa delle sanzioni Usa.

Sul cruciale fronte energetico, la Cina è il primo importatore mondiale di petrolio: compra oltre l’80 per cento del greggio iraniano esportato via mare. Secondo i dati 2025 della società di analisi Kpler, la Cina ha acquistato in media 1,38 milioni di barili al giorno di petrolio iraniano lo scorso anno, pari a circa il 13,4 per cento delle importazioni marittime totali di greggio del Paese.

Negli ultimi anni la Cina ha fatto ampio ricorso all’acquisto di petrolio da Paesi sottoposti a sanzioni occidentali, in particolare Iran, Russia e Venezuela, per ridurre il costo complessivo della bolletta energetica, risparmiando miliardi di dollari. Pechino è oggi anche il maggiore acquirente di greggio venezuelano e uno dei principali importatori di petrolio russo.

I principali compratori cinesi di petrolio iraniano sono le raffinerie indipendenti, note come teapots, concentrate soprattutto nella provincia dello Shandong. Questi operatori, che rappresentano circa un quarto della capacità di raffinazione cinese, sono attratti dallo sconto applicato al greggio iraniano rispetto ai barili non sanzionati. Operando spesso con margini ridotti e penalizzati da una domanda interna debole, le teapots utilizzano il petrolio iraniano come leva per contenere i costi.

Le grandi compagnie petrolifere statali cinesi, secondo trader ed esperti riportati dall’agenzia di stampa Reuters, hanno invece evitato di acquistare greggio iraniano dal 2018-2019. Il petrolio Iranian Light viene venduto in Cina con uno sconto compreso tra 8 e 10 dollari al barile rispetto al Brent. Ciò consente ai raffinatori cinesi di risparmiare rispetto a importazioni alternative non sanzionate, come quelle dall’Oman.

Gli sconti si sono ampliati anche per l’accumulo di scorte: l’Iran dispone attualmente di una quantità record di petrolio in stoccaggi terrestri e offshore, pari a circa 50 giorni di produzione, mentre le importazioni cinesi sono diminuite a causa delle sanzioni e dei timori legati a possibili azioni militari statunitensi.

Le sanzioni Usa stanno comunque avendo un impatto crescente. Dopo il ripristino delle misure restrittive nel 2018, l’amministrazione Trump ha introdotto nuovi pacchetti sanzionatori contro il commercio petrolifero iraniano, inclusi provvedimenti contro tre raffinerie indipendenti cinesi. Questo ha spinto diversi operatori di medie dimensioni a ridurre gli acquisti per il timore di essere inseriti nelle blacklist statunitensi.

L’annuncio di Trump arriva in un contesto di tensioni commerciali già elevate. Lo scorso anno il presidente Usa aveva imposto dazi “reciproci” del 25 per cento contro l’India, aggiungendo una penalità analoga per l’acquisto di petrolio russo. Nello stesso periodo, nonostante un’intesa tra Trump e il presidente cinese Xi Jinping per allentare alcune barriere commerciali, la tariffa media statunitense sulle importazioni cinesi è rimasta al 47,5 per cento, secondo il Peterson Institute for International Economics.

Per quanto riguarda l’Iran, nello specifico, secondo quanto ha scritto oggi il New York Times, Trump sta seguendo una strategia doppia, oltre a esercitare la pressione commerciale. Da un lato valuta la possibilità di un intervento militare, tanto che il Pentagono avrebbe già presentato alla Casa bianca una serie di piani, dall’altro intende perseguire la via diplomatica. Ieri il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha confermato che un incontro con l’inviato speciale degli Stati uniti Steve Witkoff potrebbe avere luogo, nonostante le proteste di massa in corso nel Paese. In un’intervista ad Al Jazeera, Araghchi ha affermato che “i contatti con Witkoff hanno preceduto e seguito le proteste e continuano tuttora”, aggiungendo che “alcune idee sono state discusse con Washington e al momento le stiamo esaminando”.

Il capo della diplomazia iraniana ha inoltre espresso la disponibilità di Teheran a negoziare sul programma nucleare, a condizione che non vi siano minacce contro il Paese. Allo stesso tempo, ha detto, le autorità iraniane nutrono dubbi sulla reale volontà dell’amministrazione statunitense di avviare negoziati “costruttivi e onesti”.

Araghchi ha poi sostenuto che vi sono forze che cercano di trascinare Washington in una guerra con Teheran a beneficio di Israele. “Se Washington volesse tornare a uno scenario militare, come ha fatto in passato, siamo pronti”, ha avvertito, aggiungendo che “la nostra preparazione militare è significativa e più ampia rispetto all’ultima guerra”.