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mercoledì, 28 Gennaio, 2026
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Trump, apprendista stregone: il rischio di guerra civile

Dall’assalto alle istituzioni alla militarizzazione del conflitto politico: i segnali di una deriva autoritaria che mette a rischio la democrazia americana.

Il dubbio che diventa domanda politica

È la domanda che, più o meno consapevolmente, in molti si stanno – ci stiamo – ponendo da ormai diversi mesi e che si è fatta più assillante in queste ultime settimane dopo i fatti di Minneapolis: Donald Trump e i suoi scherani stanno scientemente provando a trasformare la democrazia americana in un’autocrazia?

Gli indizi in questa direzione cominciano ad essere troppi e una certa inquietudine assale chi li esamina con attenzione. Ma quando un intellettuale come Robert Kagan – politologo e storico di tendenze conservatrici classiche, fra i più seguiti e rispettati d’America – sostiene, con tutta la brutalità necessaria, che il suo Paese rischia il declino democratico (lo ha scritto su The Atlantic) e che, testualmente, non è affatto «convinto che nel 2026, midterm, e nel 2028, presidenziali, avremo elezioni libere e trasparenti» (intervista a La Stampa, 25 gennaio), un vero brivido corre lungo la schiena.

Il precedente del 6 gennaio e la delegittimazione del voto

Perché il tentativo, violento, di non riconoscere l’esito elettorale è già stato posto in atto il 6 gennaio 2021. Trump ha sempre accusato di brogli i vincitori delle presidenziali del 2020, ha messo in dubbio la trasparenza del voto postale, ha sostenuto che la sua fosse una vittoria rubata: e lo ribadisce tuttora.

Tanto è vero che ha amnistiato gli autori del selvaggio attacco al Campidoglio; che sta cercando di rendere più difficile, se non addirittura di abolire, il voto per corrispondenza; che lascia intendere, con una mezza smorfia, che potrebbe anche fare un terzo mandato. A questo, in verità, ultimamente non accenna più: qualcuno deve avergli spiegato che è costituzionalmente impossibile, a meno di promuovere una reale rivoluzione che condurrebbe a una guerra civile.

ICE, tensione sociale e l’ombra dell’Insurrection Act

C’è poi lo schieramento para-militare attuato tramite l’ICE in diverse città a guida democratica, con l’obiettivo ufficiale di prelevare ed espellere dagli USA immigrati clandestini e con quello non dichiarato di creare tensione al loro interno, così da offrire il pretesto per un intervento più massivo della stessa ICE.

Un’azione che appare davvero propedeutica a un successivo ricorso all’Insurrection Act, quel provvedimento d’emergenza definito sin dal 1807 che consente al Presidente di schierare le Forze Armate nelle città a fronte di un dichiarato “stato d’emergenza” necessario per garantire l’ordine pubblico.

L’ideologia dell’odio e la catena delle responsabilità

La furia ideologica che sottende tutto ciò è incentrata sull’odio nei confronti degli immigrati – illegali e non – che Stephen Miller, l’invasato suprematista bianco consigliere della Casa Bianca per la sicurezza interna, ha più volte illustrato nei suoi brutali interventi pubblici.

La violenza fisica cui fanno ricorso gli agenti dell’ICE – preparati sommariamente e frettolosamente al loro delicato lavoro e, si dice, selezionati prevalentemente fra estremisti reazionari e razzisti violenti – è invece sempre stata “coperta” dalle dichiarazioni di Kristi Noem, segretario alla sicurezza interna.

Elezioni a rischio?

In un simile contesto, il tremendo dubbio esposto da Kagan – quello che si è visto sinora è «un grande addestramento per una messinscena che possono fare ovunque, in qualsiasi Stato dell’Unione» – assume un rilievo realmente inquietante.

È evidente come le modalità imperiali con cui Trump interpreta questo suo secondo mandato non siano compatibili con un Congresso controllato dall’opposizione: da qui le preoccupazioni per la regolarità delle elezioni del prossimo novembre.

Minneapolis e l’errore fatale dell’apprendista stregone

Succede però che l’apprendista stregone e i suoi degni aiutanti eccedano e che accada il disastro non previsto. Anzi, un doppio disastro.

I morti di Minneapolis sono due: sono stati deliberatamente uccisi da uomini dell’ICE, come dimostrato dalle immagini trasmesse da tutti i media mondiali, che hanno smentito le dichiarazioni giustificazioniste di Trump, di Vance e di Noem.

La reazione che costringe Trump alla frenata

La reazione popolare; quella degli stessi ambienti economici, pur vicini al mondo trumpiano; gli interventi – finalmente – degli ex presidenti Clinton, Obama e Biden; la netta difesa della propria comunità da parte del sindaco di Minneapolis Jacob Frey e del governatore del Minnesota Tim Walz; il clamoroso ritiro dalla campagna elettorale per il governatorato del candidato repubblicano Chris Madel, disgustato dall’operato dell’ICE, giudicato un “disastro”; i sondaggi nazionali che puniscono decisamente la presidenza per quanto avvenuto a Minneapolis: tutti elementi che hanno costretto Trump a una frenata.

Una tregua fragile, non una soluzione 

Ha dovuto parlare con Walz e Frey, ha trasferito Greg Bovino – l’inquietante capo dell’ICE vestito come un gerarca nazista – al suo precedente incarico, sostituendolo e aprendo alla possibilità di un ritiro dell’ICE dal Minnesota.

Non è finita. Ma forse – speriamo – l’apprendista stregone ha compreso che l’incendio appiccato con le sue truci parole e le sue decisioni sbagliate potrebbe divampare ovunque. E forse, allora, è meglio darci un taglio.