8.9 C
Roma
mercoledì, 21 Gennaio, 2026
Home GiornaleTrump, il potere senza argini

Trump, il potere senza argini

L’America è di fronte alla più grave torsione illiberale della sua storia recente. Solo un voto fortemente oppositivo, il prossimo novembre, potrà cambiare l’inclinazione autoritaria della presidenza.

A un anno dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, inevitabilmente l’attenzione di larga parte del mondo è concentrata sulla sua aggressiva politica estera, sui suoi possibili sviluppi e sulle sue motivazioni di base. Parzialmente – o completamente, dipende dai punti di vista – contraddittoria rispetto all’esasperato isolazionismo assunto a cardine filosofico della corrente MAGA. Molte domande, a tal fine, rimangono ancora senza risposta e meritano comunque necessari approfondimenti, che il prosieguo degli eventi aiuterà a svolgere.

Il fronte interno, vero terreno di allarme

Dove però le preoccupazioni dovrebbero essere ancora maggiori, per chi ha a cuore il destino democratico dell’Occidente e degli Stati Uniti d’America nel caso specifico, è il territorio USA, le sue città, le sue istituzioni. Perché questi dodici mesi trumpiani hanno visto la più pericolosa offesa al sano istituto democratico che mai gli sia stata recata da un Presidente.

Al punto che occorre davvero sperare che – indipendentemente dalle opinioni politiche di ciascuno – il sistema, sempre decantato, dei “pesi e contrappesi” possa venire aiutato e difeso (essendo oggi sotto attacco) da una vittoria dei Democratici alle prossime elezioni di metà mandato, a novembre.

L’idea plebiscitaria del potere

Non è possibile stilare qui il lungo elenco di scelte e di affermazioni in libertà che Trump ha posto in atto, a convalida di questa seria preoccupazione e della conseguente speranza appena espressa. Basterà dire che dalla grazia concessa agli assalitori del Campidoglio del 6 gennaio 2021 – molti dei quali ora in forza all’ICE, il corpo para-poliziesco utilizzato per “deportare” immigrati, clandestini o meno che siano – all’omicidio a Minneapolis della povera signora Good, l’anno trumpiano è stato riempito da una serie impressionante, continua e ininterrotta, di attacchi a città amministrate dagli avversari politici del Presidente.

Il tutto sulla base di un preciso mantra: «ho vinto le elezioni, dunque rappresento io la volontà popolare. Io sono l’unico limite alle mie decisioni».

Dall’assolutismo alla tentazione autocratica

Riecheggia l’assolutismo del Re Sole. Più modernamente, appare esplicitata l’ambizione autocratica che pare affascinare sempre più ambiziosi e spregiudicati politici, i quali allargano oltre le misure costituzionali consentite un potere acquisito in seguito a libere elezioni, per poterlo prolungare nel tempo e ampliarlo a dismisura. Da ciò derivano diverse conseguenze, tutte assai dirompenti.

Il Presidente attuale sta esercitando il potere affidatogli dalla Costituzione in nome del popolo non nell’interesse di tutto il popolo americano, come dovrebbe essere, ma solo di quella parte che lo sostiene: che lo ha votato e che continua ad apprezzarlo.

La logica dell’obbedienza e del terrore

Chi cambia posizione, chi critica, chi contesta pur provenendo da un precedente sostegno – nel Partito Repubblicano, nel movimento MAGA, ecc. – viene scaricato e insultato: «you’re fired!», come urlava Trump ai malcapitati concorrenti del suo show televisivo. È sufficiente una singola opposizione, un distinguo. Così si crea un clima di terrore che genera acquiescenza totale, sottomissione, silenzio.

Il resto degli americani, quelli che non lo hanno votato – dall’ex Presidente Biden all’ultimo degli immigrati – sono derisi, insultati, emarginati e, se necessario, combattuti direttamente.

L’assedio alle istituzioni indipendenti

Ne deriva che ogni posizione di responsabilità di emanazione presidenziale viene assegnata solo a persone di assoluta fiducia e totale fedeltà, indipendentemente da competenze acquisite, capacità dimostrate, merito effettivo. Ne deriva altresì una condizione per la quale ogni centro di potere e responsabilità indipendente viene attaccato con ogni mezzo per intimorirlo, indebolirlo, minarne la legittimità, svuotarlo di contenuti.

E così, in varia misura, sono state attaccate le diverse Agenzie Federali, il cui compito è l’applicazione concreta delle leggi emanate dal Congresso, istituite per garantire – al di là delle maggioranze pro tempore di governo – il buon funzionamento dei servizi per i cittadini: ordine pubblico, sanità, assistenza, lavori pubblici. FBI, FED, tribunali statali: nessuno si è salvato dall’attacco.

Preparare il terreno alla prossima vittoria

Un assedio che prosegue e che potrebbe anche abbattere ogni resistenza, considerando il tempo ancora a disposizione. Tempo che senz’altro verrà utilizzato da Trump per creare le premesse di una nuova vittoria elettorale, stavolta del Partito Repubblicano.

Segnali in questo senso si sono già visti con i cambiamenti attuati nella composizione dei collegi elettorali – una disfunzione consentita e utilizzata anche dai Democratici, a dire il vero – e soprattutto con l’attacco al voto per corrispondenza, considerato ostile ai Repubblicani e dunque sospettato di essere inquinato e facilmente soggetto a brogli.

Il settore privato sotto pressione

Non solo il settore pubblico. Anche quello privato – il motore dell’America capitalista – è stato posto sotto tiro. Università, media, artisti, studi legali, imprenditori. Le libere espressioni della società civile sono state aggredite, insultate, minacciate in varia guisa: dal taglio dei finanziamenti a quello delle frequenze televisive, tutta una pletora di strumenti ricattatori a disposizione del potere esecutivo è stata evocata, e talvolta concretamente utilizzata, per minarne l’autonomia di giudizio e la libertà di valutazione.

Finanche i big tecnologici, i detentori del vero potere di influenza sulle masse, hanno dovuto temere possibili ritorsioni – è accaduto persino a Elon Musk – trovando quindi il modo migliore, chi più convintamente, chi meno, per convivere con questo dispotico Presidente.

L’ora dei contrappesi

È una inquietante torsione illiberale quella cui stiamo assistendo negli Stati Uniti. C’è ancora tempo per fermarla, ma è evidente a questo punto che solo un voto fortemente oppositivo al Presidente, il prossimo novembre, potrà rimettere in funzione quei meccanismi di controllo dei suoi ampi poteri che i Padri Costituenti avevano previsto e voluto, per impedirne una pericolosa esondazione.