HomeAskanewsTrump potrebbe uscire sconfitto dalle elezioni di Midterm mrilancaire la sua politica...

Trump potrebbe uscire sconfitto dalle elezioni di Midterm mrilancaire la sua politica estera, ecco perché

Roma, 27 ott. (askanews) – Donald Trump potrebbe uscire sconfitto dalle elezioni di Midterm del 3 novembre, perdere il controllo di una o entrambe le Camere del Congresso, ritrovarsi politicamente indebolito a Washington, ma questo non necessariamente comporterà un ridimensionamento della sua politica estera. Un rovescio elettorale potrebbe anzi spingere il presidente a concentrarsi ancora di più sulle grandi crisi internazionali, cercando nei rapporti con Russia, Cina, Iran e Corea del Nord quei risultati che una nuova maggioranza democratica gli renderebbe più difficile ottenere sul fronte interno. C’è poi un’altra incognita: il voto aprirà di fatto anche la corsa alla successione presidenziale del 2028, destinata a mettere alla prova l’autorità di Trump sul Partito repubblicano e a far emergere le divergenze sulla politica internazionale all’interno del movimento Maga, che lui stesso ha costruito.

E’ questo il paradosso attorno al quale si sviluppano le analisi pubblicate nelle ultime settimane dagli osservatori americani, europei e asiatici sulle conseguenze delle Midterm. Il presidente potrebbe perdere una parte significativa della propria capacità di manovra sul piano interno, conservando tuttavia ampi poteri nella conduzione delle trattative diplomatiche, nelle decisioni militari e nella gestione della politica commerciale. Soprattutto, non dovendo più affrontare una campagna elettorale, potrebbe essere meno condizionato dal costo politico immediato delle proprie iniziative.

Il voto arriva in un momento particolarmente difficile per la Casa bianca. Secondo il sondaggio Reuters/Ipsos concluso il 26 ottobre, il gradimento di Trump è al 32%, mentre tra gli elettori registrati il 47% dichiara di sostenere i democratici nelle elezioni per il Congresso contro il 36% dei repubblicani. La guerra contro l’Iran e la politica dei dazi hanno trasformato questioni apparentemente lontane dalla vita quotidiana degli americani in problemi economici concreti, soprattutto attraverso l’aumento dei prezzi energetici e del costo della vita.

La conseguenza di queste difficoltà potrebbe avere una ricaduta elettorale e, all’interno dello stesso Partito repubblicano, ci sono conseguenze tangibili. Un’inchiesta pubblicata da Reuters il 7 ottobre ha esaminato 62 competizioni particolarmente combattute per il Congresso, constatando che in 41 casi i candidati repubblicani hanno preso le distanze da Trump. In 12 competizioni le divergenze riguardano proprio la guerra contro l’Iran.

A rendere più complessa la situazione è la prospettiva delle presidenziali del 2028. Trump non potrà candidarsi per un terzo mandato e la corsa per l’eredità politica è già cominciata sottotraccia. Il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio rappresentano due possibili declinazioni del futuro del trumpismo, soprattutto in politica estera. Il primo ha costruito parte della propria identità politica sulla critica agli interventi militari prolungati e agli impegni americani in Europa; il secondo proviene da una tradizione repubblicana più favorevole all’esercizio della leadership internazionale degli Stati uniti e a una linea dura verso gli avversari strategici.

Le divergenze sono emerse proprio nella gestione della guerra contro l’Iran. Vance ha mantenuto una posizione più cauta sull’intervento e ha assunto un ruolo importante nei tentativi negoziali con Teheran, mentre Rubio ha difeso più apertamente l’opzione militare. Le differenze potrebbero diventare più rilevanti quando si aprirà la competizione per la candidatura repubblicana. Il fioretto potrebbe diventare sciabola.

Il risultato delle Midterm, inoltre, potrebbe incidere indirettamente anche sulle scelte internazionali della Casa bianca. Un Congresso controllato dai democratici potrebbe bloccare nuove iniziative legislative, condizionare gli stanziamenti e aprire indagini sull’amministrazione. Se i democratici conquistassero anche il Senato, potrebbero intervenire sulle nomine dei funzionari e degli ambasciatori. Trump conserverebbe però il potere di veto, superabile soltanto con i due terzi dei voti in entrambe le Camere, e gran parte delle prerogative presidenziali in politica estera.

Secondo Philip Bushman, ricercatore del Japan Institute of International Affairs, in uno studio pubblicato oggi, proprio questa situazione potrebbe indurre Trump a spostare il baricentro del proprio mandato verso la diplomazia e la sicurezza internazionale. E’ un fenomeno già osservato nella storia americana: dopo la sconfitta repubblicana alle Midterm del 2006, il presidente George W. Bush decise un consistente aumento delle truppe, nonostante l’opposizione democratica.

Il primo dossier sul quale una simile dinamica potrebbe manifestarsi è l’Iran. L’8 ottobre Trump ha dichiarato che non avrebbe ordinato nuovi attacchi contro Teheran prima del 3 novembre. Già a settembre, Reuters aveva riferito che i suoi consiglieri erano orientati a evitare un’escalation militare in prossimità delle elezioni, senza escludere una ripresa delle operazioni successivamente. Il presidente potrebbe quindi ritrovarsi, dopo il voto, con minori vincoli elettorali proprio mentre aumenterebbero le pressioni del Congresso per limitare la guerra.

Il senatore democratico Chris Murphy ha dichiarato a Foreign Policy che un’eventuale nuova maggioranza dovrebbe subordinare i finanziamenti militari alla cessazione delle ostilità, se il conflitto fosse ancora in corso nel 2027. Ma una vittoria democratica non impedirebbe automaticamente a Trump di ordinare ulteriori operazioni militari, aprendo invece la prospettiva di uno scontro istituzionale sui poteri di guerra del presidente. L’Iran è inoltre il dossier che più direttamente potrebbe influenzare la successione repubblicana, accentuando la contrapposizione fra chi considera prioritario evitare nuovi impegni militari americani e chi sostiene una strategia di pressione più aggressiva contro Teheran.

Diversa la situazione dell’Ucraina, dove un Congresso democratico potrebbe cercare di contrastare concretamente la linea della Casa bianca. Il blocco degli aiuti militari diretti a Kiev e il recente allentamento delle sanzioni contro la Russia hanno provocato critiche anche tra i repubblicani. Il 16 ottobre Trump ha sospeso gran parte delle misure previste dalla legge sulle sanzioni contro Mosca approvata in settembre con sostegno bipartisan. Una nuova maggioranza potrebbe tentare di ripristinare i finanziamenti per le forniture militari e di limitare la discrezionalità presidenziale nell’applicazione delle sanzioni.

Invece, il controllo dei negoziati con Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky resterebbe nelle mani di Trump. Questo apre a un’altra possibile contraddizione: un presidente indebolito a Washington potrebbe cercare di accelerare un accordo sulla guerra, presentandolo come il grande successo diplomatico del proprio secondo mandato. La stampa russa ha evidenziato la possibilità di un irrigidimento del Congresso nei confronti di Mosca ma, allo stesso tempo, negli ambienti ucraini permane il timore che Trump possa intensificare la pressione su Kiev per ottenere rapidamente un’intesa con il Cremlino.

L’European Council on Foreign Relations invita a non sopravvalutare la capacità di intervento dei democratici. In un’analisi del 19 ottobre osserva che il Congresso potrebbe approvare nuovi stanziamenti per l’Ucraina senza riuscire a garantirne l’effettiva erogazione, dal momento che l’amministrazione ha già utilizzato strumenti amministrativi per trattenere o cancellare fondi precedentemente autorizzati. Le controversie giudiziarie potrebbero inoltre protrarsi fino alla scadenza degli stanziamenti. Per gli europei, insomma, una maggioranza democratica non rappresenterebbe necessariamente una garanzia di continuità degli impegni americani.

Ancora più articolate le conseguenze sui rapporti con la Cina. Il vertice di settembre tra Trump e Xi Jinping ha avviato una fase di stabilizzazione delle relazioni bilaterali, ma le divergenze su commercio, tecnologie e sicurezza nell’Indo-Pacifico rimangono profonde. Soprattutto, la competizione strategica con Pechino è uno dei pochi temi sui quali esiste un ampio consenso tra democratici e repubblicani.

Wu Xinbo, direttore del Centro di studi americani dell’Università Fudan di Shanghai, ha osservato in un’intervista al portale cinese Fenghuang che un Congresso controllato dai democratici potrebbe aumentare le pressioni sui diritti umani, sugli investimenti cinesi negli Stati uniti e su Taiwan. Ma la linea di Trump potrebbe risentire anche delle richieste provenienti dai repubblicani favorevoli a un approccio più intransigente verso Pechino. La Casa bianca potrebbe quindi continuare a cercare accordi con Xi su dazi, terre rare e tecnologie, mentre il Congresso renderebbe più difficile giustificare eventuali concessioni.

Il nodo più delicato è Taiwan. Trump mantiene sospesa l’approvazione di un pacchetto di vendite militari all’isola del valore di circa 14 miliardi di dollari, nell’intento di tenere aperta la porta del dialogo con Pechino. Tuttavia, il sostegno alla sicurezza taiwanese gode di un ampio consenso bipartisan e una maggioranza democratica potrebbe aumentare le pressioni per sbloccare le forniture. Il rischio è che una politica presidenziale orientata a stabilizzare i rapporti con Xi entri in attrito con gli orientamenti del Congresso, complicando ulteriormente la gestione dello Stretto di Taiwan.

La ricerca di risultati diplomatici, poi, potrebbe coinvolgere anche la questione Corea del Nord. Trump ha più volte manifestato il desiderio di incontrare nuovamente Kim Jong Un, anche se appare ormai difficile organizzare un vertice entro la fine dell’anno, a causa della mancanza di risposte da Pyongyang. Un eventuale negoziato rappresenterebbe però uno degli ambiti nei quali il presidente potrebbe agire con maggiore autonomia rispetto al Congresso. Il Japan Institute of International Affairs segnala un problema particolarmente sensibile per gli alleati asiatici: Washington potrebbe cercare un accordo limitato al congelamento di determinate capacità nucleari e missilistiche nordcoreane, privilegiando la protezione del territorio americano rispetto alle minacce contro Giappone e Corea del Sud. Un compromesso presentato da Trump come un successo diplomatico potrebbe quindi lasciare irrisolti importanti problemi di sicurezza regionale.

Infine la Nato. Una vittoria democratica potrebbe rafforzare l’opposizione, anche sul fronte repubblicano, ai progetti di riduzione della presenza militare americana in Europa. Tuttavia, questo non farebbe diminuire la pressione sugli alleati europei affinché si accollino una quota maggiore della difesa del Vecchio Continente, anche perché questo è un tema bipartisan negli Usa. D’altronde, come ha evidenziato un rapporto dell’European Council on Foreign Relations pubblicato a settembre, ci sono forti discrepanze anche all’interno del Partito democratico sul futuro della politica estera Usa: il ritorno di una maggioranza democratica al Congresso, dunque, non equivarrebbe quindi necessariamente a un ritorno all’atlantismo tradizionale delle amministrazioni precedenti.

Per Trump, il risultato del 3 novembre potrebbe insomma aprire una fase contraddittoria: maggiori ostacoli interni, un’autorità politica messa alla prova dai risultati del suo partito e una competizione per la successione destinata a intensificarsi, ma anche la possibilità di concentrare gli ultimi due anni del mandato sulle questioni internazionali. Il presidente, non avendo più una rielezione personale da conquistare, potrebbe dedicare maggiore attenzione alla costruzione della propria eredità politica, cercando di lasciare al successore repubblicano risultati diplomatici capaci di prolungare l’influenza del suo movimento.

Non è detto, tuttavia, che le due esigenze coincidano. Un accordo con Putin, un compromesso con Xi o una nuova intesa con Kim potrebbero suscitare resistenze proprio tra i repubblicani, mentre il confronto fra Vance e Rubio potrebbe rendere più visibili le diverse anime della politica estera conservatrice. La vera conseguenza delle Midterm potrebbe quindi essere non soltanto una ridefinizione dei rapporti tra Casa bianca e Congresso, ma anche l’apertura della battaglia per stabilire quale politica internazionale sopravvivrà alla presidenza Trump dopo il 2028.

(di Antonio Moscatello)