Roma, 3 mar. (askanews) – Nell’incertezza dei reali obbiettivi strategici della sua Amministrazione in Iran, Donald Trump batte sul tasto dell’ottimismo militare: le operazioni “stanno andando benissimo” e Teheran “non ha più una marina o un’aviazione” – anzi è “a corto di rampe di lancio missilistiche” mentre Washington “può continuare a bombardare per sempre”; dunque “troppo tardi per trattare”.
La Casa Bianca ha quindi sorvolato sugli avvertimenti dei giorni scorsi relativi alla carenza di munizioni per una campagna militare troppo sostenuta, non solo da parte delle forze statunitensi ma anche e soprattutto di quelle degli alleati del Golfo, finiti nel mirino dei missili iraniani.
La strategia di Teheran infatti appare chiara: mirare a una guerra di logoramento dai costi economici e militari insostenibili in un teatro di guerra lontano, complesso e contro un Paese esteso e popolato; per non parlare di un regime che appare comunque ben radicato e la cui sopravvivenza non dipende dai singoli individui ai vertici.
In questo senso anche Israele ha chiaro il suo obbiettivo: un cambio di regime che renda definitivo il ridimensionamento di Teheran in quanto minaccia militare o terroristica; di qui il bombardamento effettuato a Qom dove è stato colpito l’edificio in cui era in corso la riunione del Consiglio degli Esperti incaricato di nominare formalmente il successore di Ali Khamenei come Guida Suprema.
Secondo fonti iraniane non vi sarebbero state vittime, mentre altri parlano di almeno tre morti: il messaggio tuttavia appare chiaro, nessuna leadership iraniana, presente o futura, può dirsi al sicuro dagli attacchi israeliani. Il tempo però stringe e neanche lo Stato ebraico può permettersi una campagna militare troppo lunga e dispendiosa. La questione quindi è fino a che punto possono continuare le operazioni soprattutto alla luce del potenziale disastro economico di una chiusura totale dello Stretto di Hormuz e degli hub finanziari del Golfo, le cui difese aeree non sono illimitate: insomma, una corsa a chi finirà i missili per primo.
In tutto ciò Trump ha cambiato idea più volte sul “regime change”, sulla necessità di un attacco preventivo – l’ultima versione è che sia stata la Casa Bianca a forzare la mano di Israele, e non viceversa come aveva affermato ieri il Segretario di Stato Marco Rubio – sull’opportunità o meno di riaprire le tratative e sulla pericolosità degli arsenali iraniani anche dopo la presunta “obliterazione” degli impianti nucleari del giugno scorso.
Di qui che il voto previsto domani in Senato sui poteri di guerra del presidente in Iran non abbia un esito scontato: non è escluso che oltre ai Democratici anche qualche Repubblicano decida che gli obbiettivi della Casa Bianca siano troppo vaghi e i costi troppo alti.
