Roma, 7 gen. (askanews) – L’amministrazione Trump sta studiando una proposta di acquisto della Groenlandia, proposta che la prossima settimana sarà sottoposta ai rappresentanti della Danimarca dal segretario di Stato Usa Marco Rubio. Un’ipotesi che privilegerebbe la soluzione diplomatica alle tensioni che stanno montando tra le due sponde dell’Atlantico ma che di per sé non esclude, se le trattative non dovessero andare a buon fine, l’uso della forza. “Vorrei sottolineare che l’acquisizione della Groenlandia da parte degli Stati Uniti non è un’idea nuova – ha premesso oggi in conferenza stampa la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt -. È qualcosa che i presidenti fin dal 1800 hanno definito vantaggioso per la sicurezza nazionale americana. Il presidente è stato molto aperto e chiaro con tutti voi e con il mondo nel ritenere che sia nel migliore interesse degli Stati Uniti scoraggiare l’aggressività russa e cinese nella regione artica. Ed è per questo che con il suo team per la sicurezza nazionale sta attualmente discutendo di come potrebbe essere un potenziale acquisto”.
“So – ha aggiunto Leavitt – che i presidenti del passato hanno spesso escluso” la possibilità di usare la forza per queste cose, “e sono stati molto trasparenti nel trasmettere la loro strategia di politica estera al resto del mondo ma questo non è qualcosa che fa questo presidente. Tutte le opzioni sono sempre sul tavolo per il presidente Trump mentre valuta ciò che è nel migliore interesse degli Stati Uniti. Dirò solo che la prima opzione del presidente è sempre stata la diplomazia”.
E tuttavia, come ha ricordato oggi il New York Times, un vecchio accordo, siglato nel 1951 da Danimarca e Stati Uniti, permetterebbe già agli Usa di aumentare la presenza militare americana sull’isola, rendendo inutile sia la necessità di acquistare la Groenlandia dalla Danimarca sia di conquistarla con la forza. Secondo il patto, infatti, gli Usa potrebbero “costruire, installare, mantenere e gestire” basi militari in tutta la Groenlandia, “ospitare personale” e “controllare atterraggi, decolli, ancoraggi, ormeggi, movimenti e operazioni di navi, aerei e imbarcazioni”, scrive il quotidiano. “Gli Stati Uniti hanno mano libera in Groenlandia, possono praticamente fare ciò che vogliono”, ha affermato Mikkel Runge Olesen, ricercatore presso il Danish Institute for International Studies di Copenaghen. Anzi, la strada dell’acquisto sarebbe addirittura più complicata: la Groenlandia non vuole essere comprata da nessuno, soprattutto dagli Stati Uniti. E la Danimarca non ha l’autorità per venderla, ha spiegato Olesen. Attualmente i groenlandesi possono indire un referendum sull’indipendenza e un sondaggio dell’anno scorso ha rilevato che l’85% dei residenti si oppone all’idea di un’acquisizione americana. A scanso di equivoci, il primo ministro della Groenlandia, Jens-Frederik Nielsen, ha ripetutamente deriso l’idea di essere comprati, affermando la scorsa settimana che “Il nostro paese non è in vendita”.
Anche il sospetto che in realtà Trump sia più interessato alle materie prime critiche dell’isola che alla sicurezza strategica non regge: secondo tutti gli analisti gli Stati Uniti non avrebbero bisogno di impossessarsi dell’isola per ottenerli: i groenlandesi si sono detti disponibili a fare affari praticamente con chiunque.
Persino la ragione addotta da Trump circa l’aggressività cinese e russa nell’area nell’artico appare infondata. E’ vero che la Groenlandia occupa una posizione geografica rilevante nell’Artico ed è spesso citata nei documenti strategici cinesi come potenziale snodo della “Via della seta polare”, tuttavia, sul piano concreto, il ruolo dell’isola resta del tutto marginale, almeno per Pechino: i dati disponibili non indicano una presenza marittima cinese significativa intorno all’isola, né un utilizzo sistematico delle sue acque come corridoio commerciale. La Russia invece, non sembra poter impensierire più di tanto una superpotenza come gli Stati Uniti, come si è visto oggi nel caso della petroliera ‘Marinera’, abbordata a sequestrata dalla Guardia costiera a stelle e strisce per violazioni in merito all’embargo sul petrolio venezuelano.
Restano dunque insondabili le ragioni di tanta protervia da parte del presidente Usa che sta mettendo sul “chi va là” le cancellerie europee. Gli Stati membri dell’Unione Europea, ha dichiarato oggi il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot, sono pronti a “reagire” contro qualsiasi intimidazione da parte degli Stati Uniti nei confronti della Groenlandia. “Qualunque sia la forma dell’intimidazione e qualunque sia la sua origine, abbiamo iniziato a lavorare al Quai d’Orsay per prepararci a reagire, a rispondere e a non rispondere da soli. Questo lavoro culminerà nei prossimi giorni” in un piano che sarà condiviso con i principali partner della Francia, ha aggiunto il diplomatico transalpino. “Di fronte a questi segnali di intimidazione, vogliamo agire, ma dobbiamo agire insieme ai nostri partner europei”, ha proseguito Barrot, che oggi ha tenuto un incontro con i suoi omologhi tedesco e polacco. E persino un esponente di estrema destra come Nigel Farage, leader del partito britannico Reform UK, ha affermato che usare la forza per strappare la Groenlandia alla Danimarca sarebbe “oltraggioso”.
