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martedì, 13 Gennaio, 2026
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Trump, Venezuela e Unione Europea

Senza diritto internazionale non c’è sicurezza e senza visione comune l’Europa non conta. La forza al posto della legge è una risposta inaccettabile

Trump ha deciso di smentire tutti coloro che hanno accolto il suo nuovo mandato come una ventata di pacifismo. Difficile essere scontenti del rovesciamento del regime disastroso di Nicolás Maduro, ma di fronte all’ennesima violazione del diritto internazionale non si può festeggiare. 

Ora i Venezuelani sono veramente liberi?

Vedere i cittadini scendere in piazza per la liberazione da un dittatore è entusiasmante, ma è legittimo interrogarsi sui risvolti futuri: i venezuelani saranno davvero liberi di autodeterminarsi oppure l’influenza americana continuerà a condizionarli?

Il dibattito politico di oggi tende purtroppo alla continua polarizzazione e alla creazione di schieramenti che non conoscono sfumature. Essere preoccupati per le nuove modalità dei grandi leader internazionali, basate sulla forza e non sulla legge, non significa supportare il regime di Maduro. Al contrario, significa interrogarsi sui mezzi utilizzati e sulle conseguenze che questi producono sull’ordine internazionale.

La logica dell’intervento americano

Il Venezuela dispone di alcune delle più grandi riserve petrolifere al mondo e intrattiene rapporti energetici con Russia, Cina e Iran. Il presidente Donald Trump si è servito dell’accusa di narcotraffico per giustificare un’azione militare iniziata ormai da mesi e che ha già provocato più di cento vittime. Si tratta di un attacco che costituisce una grave violazione non solo del diritto internazionale, ma anche di quello statunitense.

Appare evidente come il riferimento al narcotraffico sia stato utilizzato principalmente come pretesto per aggirare il Congresso, appellandosi alla sicurezza nazionale. Il presidente americano crea un precedente gravissimo che andrà a legittimare comportamenti analoghi anche da parte di potenze rivali. Il ritorno alla dottrina Monroe, auspicato da Trump, non può che destare preoccupazione.

In questo contesto, la condotta americana finisce paradossalmente per rafforzare le narrative di Cina e Russia, che possono giustificare le proprie azioni come risposte simmetriche. La sfera d’influenza può essere, oggi più che mai, ancora più rivendicabile da queste grandi potenze che vedono in Taiwan e Ucraina ciò che Trump vede in Venezuela e Groenlandia.

La crisi dell’ordine internazionale

È inutile soffermarsi inoltre sul fatto che gli interessi del presidente riguardino ben poco i diritti di cui beneficiano i venezuelani, mentre risulta centrale l’interesse verso le loro risorse petrolifere. Trump è lo stesso leader che ha tentato di delegittimare le elezioni e la volontà popolare, che esercita continue pressioni sui media indipendenti, che fa un uso espansivo e politicizzato della macchina repressiva e che minaccia i diritti civili e di protesta, minando costantemente la neutralità delle istituzioni.

Tutte caratteristiche che tendono a identificarlo più come uno smantellatore dello Stato di diritto che come un esportatore di democrazia, rendendo così privi di fondamento gli appellativi che lo presentano come “liberatore di popoli”.

Il sistema internazionale si sta sgretolando e la legge del più forte sta sottomettendo il diritto. La delegittimazione degli organi di cooperazione internazionale ci condurrà verso derive imperialistiche che arrecheranno gravi danni all’equilibrio mondiale.

Il ruolo irrisolto dell’Unione Europea

In questo contesto è doveroso interrogarsi sul ruolo e sul futuro dell’Unione Europea, che fatica a trovare spazio. Rischia di rimanere spettatrice di un confronto tra grandi potenze, incapace di difendere i propri interessi e i propri valori. L’alleato americano non è in discussione ma, soprattutto in casi come questo, in cui Trump, con le recenti dichiarazioni sulla Groenlandia, di fatto minaccia un territorio europeo, diventa di fondamentale importanza la nostra postura nei suoi confronti.

Ad oggi manca quell’autonomia strategica che permetterebbe all’UE di stare nell’alleanza atlantica con la schiena dritta, dettando il gioco e non subendolo sistematicamente. Per emanciparsi è chiaro che serva innanzitutto autonomia dal punto di vista difensivo, ma il vero limite dell’Unione Europea, più che la debolezza nelle capacità militari, è la mancanza di una visione politica comune che trasformi la somma degli Stati in una comunità federale.

La Difesa comune ha bisogno di un disegno politico

Senza un’idea condivisa di destino, anche un piano di sicurezza e difesa rischia di ridursi a una dispersione di risorse preziose per altri scopi fondamentali e critici, a partire dalle politiche sociali. Un progetto di difesa ha senso solo se inserito all’interno di un progetto che coordina scelte, responsabilità e obiettivi strategici. In assenza di questa dimensione comunitaria, il riarmo non produce sicurezza, ma spreco e aumento della tensione.

Il percorso appare lungo e tortuoso, soprattutto in una fase in cui, in tutta l’Unione, i nazionalismi sembrano tornare a prevalere. È qui che emerge il principale nodo politico europeo: quanti Stati e quanti cittadini sarebbero oggi davvero disposti a cedere una parte della propria sovranità nazionale in favore di una sovranità europea condivisa?