Bruxelles, 11 feb. (askanews) – I governi di Germania e Italia vanno in senso diametralmente opposto alla discussione in corso sul possibile superamento del voto all’unanimità nell’Ue; unanimità che, laddove è ancora la regola, paralizza e indebolisce l’Unione. E che Mario Draghi, nel suo recente discorso di Lovanio, ha prospettato di superare con il suo ragionamento sul “federalismo pragmatico”, che consenta una “azione comune” decisiva in determinati settori, da parte dei paesi “volontari”, in opposizione alla “logica della confederazione” che oggi ancora prevale in Europa laddove sussiste il diritto di veto individuale da parte di ciascuno Stato membro (come in politica estera e di difesa, e nella fiscalità).
Non solo i governi di Roma e Berlino non si pronunciano sul superamento del meccanismo dell’unanimità, ma addirittura ipotizzano un ritorno del diritto di veto anche nei settori in cui è stato abolito da tempo.
E’ quanto emerge chiaramente dal breve documento informale dal titolo “Elementi per un’ambiziosa agenda europea per la competitività nel 2026”, che Germania e Italia (con l’appoggio del Belgio), hanno elaborato in vista del “ritiro” dei membri del Consiglio europeo, domani nel castello di Alden Biesen, nelle Fiandre. Nel paragrafo contro gli oneri burocratici, questo “non-paper” invoca come “indispensabile” una “ulteriore semplificazione normativa” della legislazione dell’Ue poiché, sottolinea, “gli eccessivi oneri amministrativi continuano a ostacolare l’espansione delle imprese, l’innovazione e la competitività”.
Il documento informale italo-tedesco-belga chiede che sia previsto “un freno di emergenza” che consenta di “bloccare gli oneri eccessivi che emergono durante il processo legislativo” (ovvero quando, ad esempio, il Parlamento europeo presenta degli emendamenti), e che questo meccanismo interdittivo possa essere attivato “su richiesta di uno Stato membro”.
In pratica, si prefigura la reintroduzione di una sorta di diritto di veto individuale, da parte anche di un solo Stato membro, nei campi in cui oggi la legislazione comunitaria è decisa a maggioranza qualificata in Consiglio. Altro che superamento del meccanismo paralizzante dell’unanimità, sarebbe una vera e propria “rinazionalizzazione” delle procedure di decisione comunitarie.
Il documento chiede anche di effettuare uno “screening” di tutta la legislazione comunitaria e delle politiche Ue esistenti (“l’acquis dell’Ue”), al fine di “individuare ulteriori atti giuridici da semplificare o ritirare”, e sollecita l’applicazione di un “un principio di discontinuità che garantisca che le Commissioni uscenti ritirino le proposte (legislative, ndr) in sospeso, al termine del loro mandato”. Richieste, queste, che vengono prospettate come impegni da parte della Commissione europea, senza tenere conto, a quanto sembra, delle sue prerogative. Perché in realtà, secondo i Trattati Ue, la Commissione ha il monopolio dell’iniziativa legislativa, e quindi anche il diritto di decidere in perfetta autonomia se proporre o no la modifica o il ritiro di una legislazione esistente, o di una proposta legislativa non ancora approvata in via definitiva.
