Un tempo senza riferimenti profondi
Viviamo in un tempo che proclama valori ovunque e li pratica sempre meno.
Un tempo che parla di etica, sostenibilità, responsabilità sociale, ma che nei fatti fatica a riconoscere il limite, la fragilità, la dignità dell’altro. Un tempo che ha smarrito i riferimenti profondi e li ha sostituiti con slogan, KPI, narrazioni performative.
Eppure, proprio mentre il presente sembra incepparsi, riemerge una domanda antica e radicale: su quale codice stiamo costruendo le nostre decisioni?
Non solo quelle politiche o economiche, ma quelle quotidiane: come guidiamo un’impresa, come esercitiamo un ruolo di potere, come ci prendiamo cura delle persone, come attraversiamo il conflitto, la malattia, la guerra.
Può apparire paradossale, persino ingenuo, guardare a un codice millenario per rispondere alle sfide del terzo millennio. Eppure è proprio qui che si apre una possibilità inattesa.
Non si tratta di nostalgia né di idealizzazione del passato. Si tratta di recuperare una grammatica morale dell’agire, capace di orientare l’azione quando le regole formali non bastano più.
Un codice che non promette efficienza immediata, ma trasformazione profonda.
Un’etica che costa: il coraggio di fare ciò che è giusto
La prima parola di questo codice è Giustizia. Non quella astratta dei manuali, ma quella concreta che costa. Fare ciò che è giusto anche quando conviene di meno, anche quando rallenta, anche quando espone.
Nel nostro tempo la giustizia è spesso ridotta a procedura, a compliance, a adempimento normativo. Ma la giustizia autentica è decisione incarnata. È scegliere di non approfittare della fragilità dell’altro, di non massimizzare il profitto a scapito della dignità, di non voltarsi dall’altra parte quando il sistema produce esclusione.
Lo vediamo con chiarezza nel sistema sanitario: tra la retorica dell’universalismo e la realtà delle liste d’attesa, delle disuguaglianze territoriali, della rinuncia alle cure.
Qui la giustizia non è una parola, ma una responsabilità politica, organizzativa, professionale. È decidere se la salute è davvero un bene comune o solo una voce di bilancio.
Il coraggio della vulnerabilità
La seconda parola è Coraggio. Non il coraggio eroico, muscolare, competitivo. Ma il coraggio più difficile: quello di agire nella vulnerabilità.
In un mondo che premia l’infallibilità apparente, ammettere il limite è considerato debolezza. Eppure nessuna leadership autentica nasce senza il coraggio di esporsi, di riconoscere l’errore, di attraversare l’incertezza.
Le organizzazioni che funzionano davvero non sono quelle che negano il conflitto, ma quelle che lo abitano con saggezza.
Le istituzioni che rigenerano fiducia non sono quelle che promettono soluzioni semplici a problemi complessi, ma quelle che sanno dire la verità, anche quando è scomoda.
In questo senso, il coraggio è una virtù profondamente politica e civile. È il contrario della propaganda, del cinismo, della delega permanente.
Compassione: potere che cura, non che domina
La terza parola è Compassione.
Forse la più fraintesa, spesso confusa con sentimentalismo. In realtà, la compassione è una forma alta di responsabilità: usare il proprio potere per aiutare, non per dominare.
Nel mondo del lavoro, della sanità, delle istituzioni, il potere è inevitabile. La questione non è eliminarlo, ma umanizzarlo. Un potere che non ascolta produce scarti. Un potere che non vede le persone produce disaffezione, fuga, rabbia.
La crisi dei corpi intermedi – sindacati, associazioni, comunità professionali – nasce anche da qui: dall’incapacità di riconoscere il valore relazionale del potere. Eppure, come ricordava Giuseppe De Rita, lo sviluppo autentico nasce dal basso, nella vitalità della società, non nei palazzi isolati dal vissuto reale. La compassione non indebolisce le istituzioni. Le rende credibili.
Rispetto: ogni persona come fine, non come mezzo
Il rispetto è forse la virtù più rivoluzionaria in un tempo che riduce tutto a strumento.
Persone come risorse umane. Pazienti come casi clinici. Cittadini come target elettorali. Lavoratori come costi.
Trattare ogni persona come fine, e non come mezzo, significa rimettere al centro la dignità.
Ed è esattamente ciò che richiama il Manifesto per l’Umanizzazione della Società: una proposta culturale e politica che invita a rivedere modelli organizzativi, sistemi decisionali, linguaggi e priorità.
Umanizzare non significa addolcire la realtà. Significa assumerla fino in fondo, riconoscendo che senza rispetto non c’è futuro sostenibile.
Onestà e coerenza: la distanza tra parole e azioni
Viviamo immersi in dichiarazioni di principio. Ma ciò che genera sfiducia non è l’assenza di valori proclamati, bensì la distanza crescente tra parola e azione.
L’Onestà, intesa come coerenza, è diventata una virtù rara.
Eppure è l’unica che costruisce nel tempo reputazione, fiducia, legittimità.
Quando la comunicazione sostituisce la sostanza, quando l’immagine prende il posto dell’impegno reale, il tessuto civile si logora.
Lo vediamo nella politica, nell’impresa, perfino nel sociale quando diventa vetrina.
Essere onesti oggi significa spesso andare controcorrente. Significa rinunciare al consenso immediato per costruire senso duraturo.
Onore e lealtà: fedeltà a qualcosa di più grande di sé
Le ultime due parole del codice parlano di Onore e Lealtà.
Parole quasi scomparse dal lessico pubblico, eppure decisive. Essere degni di stima quando nessuno guarda. Essere fedeli a una visione che supera l’interesse individuale.
In un’epoca segnata da guerre che tornano ad essere “affari”, da conflitti che generano profitti, da scandali che mostrano il volto oscuro del potere senza responsabilità, queste parole suonano come un atto di resistenza.
La guerra, oggi, non è solo distruzione di vite. È distruzione di legami, di fiducia, di futuro. E ogni volta che il male diventa conveniente, che la violenza viene normalizzata, che l’essere umano è ridotto a strumento, perdiamo tutti qualcosa.
Un codice inattuale o radicalmente necessario?
Si dirà: tutto questo è bello, ma non realistico. Eppure la vera domanda è un’altra: è realistico continuare così?
Con un ascensore sociale fermo, con una sanità sempre più sotto pressione, con comunità fragili e disintermediate, con giovani che non trovano senso né orizzonte? Forse il problema non è che questo codice sia inattuale. Forse è il presente ad essere diventato eticamente miope. Recuperare un codice di giustizia, coraggio, compassione, rispetto, onestà, onore e lealtà non significa tornare indietro. Significa andare più a fondo.
La domanda che resta
Se davvero vogliamo trasformare il modo in cui guidiamo imprese, istituzioni, comunità e noi stessi, siamo disposti ad accettare un’etica che non promette vantaggi immediati, ma chiede responsabilità, coerenza e visione?
Oppure continueremo a cercare soluzioni rapide a problemi profondi, stupendoci poi della fragilità del mondo che abbiamo costruito? La scelta, ancora una volta, non è astratta. È già dentro le nostre decisioni quotidiane.
