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Ungheria al voto, Orban può perdere il potere

Roma, 30 mar. (askanews) – A meno di due settimane dal voto del 12 aprile, le elezioni ungheresi non sono più soltanto l’ennesimo test di tenuta del sistema costruito dal premier ungherese Viktor Orban dal 2010, ma la prima vera competizione in molti anni in cui il potere può cambiare mano.

Il dato politicamente più rilevante è che i sondaggi indipendenti più autorevoli continuano a dare in vantaggio Tisza, il partito guidato da Peter Magyar. L’ultima rilevazione Median, pubblicata il 25 marzo e rilanciata da Reuters, assegna a Tisza il 58% tra gli elettori decisi contro il 35% di Fidesz; nell’insieme della popolazione il vantaggio è 46% a 30%. Già a inizio marzo un altro istituto indipendente, 21 Kutatokozpont, aveva registrato 53% a 39% tra i decisi. Il quadro, dunque, non è più quello di una semplice erosione del consenso di Orban, ma di un sorpasso vero e proprio del principale partito d’opposizione.

Il capitolo sondaggi va tuttavia trattato con prudenza. Da una parte, Median ha uno dei migliori storici previsivi nel paese; dall’altra, il fronte governativo continua a sventolare rilevazioni di istituti vicini all’area di Fidesz che mostrano una corsa più stretta o addirittura favorevole al partito di governo. Reuters ha ricordato, per esempio, che a metà febbraio l’istituto pro-governativo Nezopont dava Fidesz avanti 46% a 40%. In altre parole, la tendenza generale oggi favorisce Tisza, ma l’ampiezza del vantaggio resta oggetto di una guerra di numeri che è parte stessa della campagna.

Il punto decisivo, però, è che in Ungheria non basta vincere i sondaggi nazionali per ottenere il potere. Il parlamento ha 199 seggi: 106 sono assegnati in collegi uninominali a maggioranza semplice e 93 con liste nazionali in un sistema proporzionale solo parzialmente compensativo. Come sottolineano sia l’Osce/Odihr sia l’Osw, il meccanismo stabilisce il vincitore su un doppio binario: nei collegi uninominali maggioritari e nella quota proporzionale, dove si riversano anche i voti “in eccesso” dei candidati vincenti. Secondo una simulazione dell’Osw, Tisza avrebbe bisogno di un vantaggio nazionale di circa 3 punti per garantirsi la maggioranza parlamentare, mentre Fidesz potrebbe restare primo anche in una situazione di quasi parità o perfino con un lieve svantaggio nei voti. Inoltre, l’Odihr ricorda che nel 2024 sono stati ridisegnati più di un terzo dei collegi uninominali, in un modo che potrebbe favorire Fidesz, che è più radicato nelle aeree rurali e nei piccoli centri.

Le possibilità di Orban, dunque, non dipendono solo dalla sua capacità di rimontare nei consensi, ma dalla tenuta dell’architettura politico-elettorale che ha costruito in questi quindici anni. Anche per questo l’Osce/Odihr insiste su un tema già emerso nelle precedenti consultazioni: l’assenza di un terreno di gioco paritario. In un rapporto del 27 marzo, l’organizzazione segnala preoccupazioni per la scarsa separazione tra stato e partito, l’uso di risorse pubbliche nella campagna elettorale, l’assenza di limiti reali alla spesa elettorale, la mancanza di obblighi robusti di trasparenza finanziaria prima del voto e un ecosistema mediatico segnato da concentrazione, squilibri di visibilità e peso preponderante governativo, particolarmente influente tra gli elettori più anziani e nelle piccole località. Non è una prova di brogli in senso stretto, ma è la conferma che Orban affronta la sua sfida più dura da una posizione ancora strutturalmente forte. Sul piano economico, il governo arriva al voto in condizioni molto meno solide rispetto ai cicli precedenti. L’Ocse stima che il Pil ungherese sia cresciuto appena dello 0,3% nel 2025, dopo una fase di debolezza iniziata a metà 2022, e prevede un recupero all’1,9% nel 2026 e al 2,3% nel 2027, trainato soprattutto dai consumi privati, mentre gli investimenti restano frenati dai fondi Ue bloccati e dalla bassa fiducia. S&P vede il deficit intorno al 5% del Pil e avverte che il prossimo governo, qualunque esso sia, dovrà contenere la spesa sociale per evitare ulteriori pressioni sui conti pubblici e sul rating. La Commissione europea, dal canto suo, prevede un debito pubblico vicino al 75% del Pil nel 2027, mentre il Parlamento europeo ricorda che il Recovery Plan vale 10,4 miliardi di euro e che 9,5 miliardi restano ancora disponibili, ma subordinati al rispetto delle condizioni sullo stato di diritto e con scadenza di erogazione entro fine 2026. Il nodo economico, quindi, non è solo la crescita debole, ma la combinazione tra stagnazione, finanza pubblica deteriorata e dipendenza da fondi europei che Budapest non riesce a sbloccare.

Anche il check socioeconomico conferma che il malessere non nasce da un collasso del mercato del lavoro, ma da una qualità della crescita sempre più povera e da servizi pubblici percepiti come insufficienti. L’Ocse nota che la disoccupazione è salita solo moderatamente al 4,5% nel 2025, ma segnala anche un crollo degli investimenti di circa il 18% dall’inizio del 2023. Sul fronte sociale, l’ufficio statistico ungherese sostiene che gli indicatori di povertà siano migliorati nel lungo periodo, con il tasso di grave deprivazione materiale e sociale sceso all’8,5% nel 2024 e il rischio di povertà stabilizzato attorno al 14%; ma proprio questo dato conferma che una fascia consistente del paese continua a vivere in condizioni fragili. Nei servizi, i segnali sono più severi: il profilo sanitario Ocse-Ue parla di liste d’attesa ancora sopra i livelli pre-pandemici, con nel 2024 il 74% dei pazienti in attesa oltre tre mesi per una protesi d’anca e il 78% per una protesi al ginocchio; nell’istruzione, l’Ocse stima una spesa pari al 3,4% del Pil, ben sotto la media Ocse del 4,7%. In parallelo, Transparency assegna all’Ungheria 40 punti nell’indice di percezione della corruzione e il 84mo posto mondiale, un altro segnale del logoramento della fiducia nelle istituzioni.

C’è poi un altro elemento che pesa sul voto: il fallimento, almeno finora, della promessa orbaniana di rilanciare il paese attraverso il grande polo delle batterie. La scommessa di trasformare l’Ungheria in una “superpotenza” europea del settore si è trasformata in un problema elettorale: a fronte di 26 miliardi di euro di investimenti attratti dal 2021, la produzione del comparto è calata, la crescita non è ripartita e le controversie ambientali attorno all’impianto Samsung di God hanno alimentato l’idea che il governo abbia privilegiato capitale straniero e grandi sussidi pubblici rispetto agli interessi delle comunità locali. In una campagna dominata dalla retorica di Orban su “guerra o pace”, la vera vulnerabilità del premier potrebbe dunque essere molto più domestica: stagnazione, costo della vita, servizi in affanno e crescente insofferenza verso un’élite percepita come chiusa e opaca.

Per questo il voto del 12 aprile supera largamente i confini ungheresi. Se Orban vincesse ancora, pur magari indebolito, consoliderebbe sia il modello interno della sua “democrazia illiberale” sia il suo ruolo di fattore di veto nell’Unione europea, come già visto sul dossier ucraino. Se invece Tisza riuscisse a trasformare il vantaggio nei sondaggi in una maggioranza di seggi, si aprirebbe una fase nuova nei rapporti con Bruxelles e Nato e probabilmente un recupero della fiducia degli investitori. Ma anche in questo secondo scenario, la transizione non sarebbe lineare: un eventuale governo Magyar dovrebbe misurarsi con regole, istituzioni, reti territoriali e apparati mediatici modellati in sedici anni di dominio di Fidesz. Insomma, Tisza oggi appare avanti nel paese; Orban resta però ancora competitivo nel sistema. Ed è questa la vera contraddizione delle elezioni ungheresi del 2026. Capiremo solo dopo il voto se verrà sciolta.