HomeAskanewsUngheria verso il voto: la difficile sfida di Magyar a Orban

Ungheria verso il voto: la difficile sfida di Magyar a Orban

Roma, 20 mar. (askanews) – A tre settimane dalle elezioni legislative del 12 aprile, l’Ungheria si presenta come un paese diviso non solo tra due leader, Viktor Orban e Peter Magyar, ma tra due idee opposte del proprio futuro politico. Le manifestazioni rivali del 15 marzo a Budapest, nel giorno della festa nazionale, hanno mostrato con evidenza questa frattura: da una parte il premier nazional-conservatore che chiede ai suoi una nuova “vittoria storica”, dall’altra il capo di Tisza che accusa il sistema di essere ormai ridotto alla difesa del potere “a ogni costo”. Al di là dell’impatto simbolico delle due piazze, il dato politico è che, per la prima volta da molti anni, Orban affronta una sfida davvero competitiva.

I sondaggi indipendenti più recenti danno infatti Tisza avanti. Una rilevazione del 21 Research Centre, pubblicata l’11 marzo, assegna al partito di Magyar il 53% tra gli elettori decisi contro il 39% di Fidesz; tra tutti gli elettori il vantaggio scende, ma resta significativo, 38% a 30%. La stessa indagine stima, in uno scenario lineare, 115 seggi a Tisza e 78 a Fidesz. Ma la campagna è ancora apertissima: gli indecisi restano numerosi e il partito di governo continua a citare sondaggi alternativi, spesso condotti da istituti ritenuti vicini all’area governativa, che descrivono una corsa molto più equilibrata o addirittura favorevole a Orban.

Qui poi entra in gioco il vero cuore del voto ungherese: il sistema elettorale. Il parlamento di Budapest ha 199 seggi, dei quali 106 sono assegnati in collegi uninominali con formula maggioritaria secca, mentre 93 vengono distribuiti con liste nazionali in un sistema proporzionale corretto da un meccanismo compensativo. In pratica, gli elettori con residenza in Ungheria esprimono due voti, uno per il candidato del collegio e uno per la lista nazionale. Non è però una proporzionale pura: i voti “in eccesso” maturati nei collegi vengono trasferiti alle liste, e questo produce un premio strutturale per il partito più forte sul territorio.

Il punto decisivo è che in Ungheria non vengono recuperati soltanto i voti dei candidati sconfitti, ma anche parte di quelli dei candidati vincitori, cioè i consensi non strettamente necessari per conquistare il seggio. Questo significa che chi domina nei collegi non solo porta a casa il mandato, ma rafforza anche il proprio bottino nella quota proporzionale. E’ uno dei motivi per cui il sistema viene considerato fortemente favorevole al vincitore. L’Osce/Odihr ricorda inoltre che nel 2024 sono stati ridisegnati i confini di 39 collegi uninominali, più di un terzo del totale, con Budapest che ha perso due seggi a vantaggio della contea di Pest, il territorio che circonda la capitale.

Tradotto in termini elettorali, questo vuol dire che vincere il voto nazionale potrebbe non bastare a Magyar. Fidesz conserva infatti una forza capillare nelle aree rurali, nei piccoli centri e in gran parte della provincia, mentre Tisza appare più forte a Budapest e nelle città maggiori. In un sistema dove i collegi pesano più della metà dei seggi, una serie di vittorie strette nelle campagne può valere più di larghi successi urbani concentrati in poche circoscrizioni. Uno studio dell’Osw, il centro studi polacco per l’Europa orientale, stima che Tisza avrebbe bisogno di un vantaggio nazionale di circa 3 punti per assicurarsi una maggioranza parlamentare, mentre Fidesz potrebbe restare maggioritario anche con un risultato vicino alla parità, o perfino leggermente inferiore a quello dell’opposizione.

Il precedente del 2022 spiega bene questa distorsione. Allora Fidesz ottenne il 54,13% del voto di lista e conquistò 135 seggi su 199, mantenendo la maggioranza dei due terzi. L’opposizione, pur forte nella capitale, fu travolta nel resto del paese. In altre parole, il sistema elettorale non traduce soltanto il consenso: lo amplifica. Ed è proprio per questo che le legislative del 12 aprile non sono un semplice referendum sulla popolarità di Orban, ma una prova di resistenza per l’architettura politica che il leader ungherese ha costruito dal suo ritorno al potere nel 2010.

A rendere ancora più difficile la sfida dell’opposizione è il contesto della campagna. L’Odihr, che ha dispiegato una missione di osservazione per il voto del 12 aprile, ha segnalato già nella sua valutazione preliminare preoccupazioni sulla debole separazione tra stato e partito, sulla trasparenza del finanziamento politico, sulla concentrazione del mercato dei media e sulla copertura sproporzionata a favore della forza di governo da parte dell’emittente pubblica. Sono rilievi che si aggiungono al giudizio molto severo formulato dall’Osce dopo il voto del 2022, quando le elezioni furono definite ben amministrate sul piano tecnico ma segnate dall’assenza di un vero “level playing field”, cioè di condizioni reali di parità. Negli ultimi giorni anche la libertà di stampa è tornata sotto i riflettori, dopo l’allontanamento forzato di due giornalisti di Telex da un evento elettorale legato a Fidesz.

Sul terreno dei contenuti, Orban continua a impostare la campagna come una scelta tra “guerra e pace”, sostenendo che i suoi avversari trascinerebbero l’Ungheria nel conflitto in Ucraina. E’ una linea che gli consente di saldare insieme nazionalismo, paura della guerra e polemica permanente con Bruxelles. Ma il premier arriva a questo appuntamento anche con un’economia debole: tre anni di quasi stagnazione, aumento del costo della vita, deficit intorno al 5% del pil per più anni consecutivi e difficoltà nel rilancio industriale, compreso il settore delle batterie su cui il governo aveva puntato molto. Magyar, ex uomo del sistema Orban poi divenuto suo antagonista, prova invece a presentarsi come una destra europeista e anti-corruzione: promette di sbloccare i fondi europei congelati, investire in sanità, istruzione e trasporti, e riallineare Budapest a Unione europea e Nato, pur mantenendo prudenza sull’adesione accelerata dell’Ucraina all’Ue.

Per questo il voto del 12 aprile ha una portata che supera i confini ungheresi. Orban si è appena presentato al Consiglio europeo come il leader che continua a bloccare il prestito da 90 miliardi di euro a Kiev, esasperando ancora una volta i partner europei. Una sua vittoria consoliderebbe dunque non solo il modello interno dell'”democrazia illiberale”, ma anche il ruolo dell’Ungheria come fattore di veto dentro l’Unione. Una vittoria di Tisza, al contrario, aprirebbe una fase nuova ma non necessariamente semplice: come osservano diversi analisti, anche battendo Fidesz nelle urne, l’opposizione dovrebbe poi misurarsi con istituzioni, regole e centri di potere plasmati in quindici anni di dominio orbaniano. La vera battaglia, insomma, non si giocherà soltanto nelle due piazze di Budapest, ma collegio per collegio, nella provincia che ha garantito a Orban la sua lunga egemonia. Ed è lì, molto più che nella capitale, che si capirà se il 12 aprile sarà l’inizio di una transizione o l’ennesima riconferma del sistema costruito da Fidesz, magari indebolito ma ancora vivo.