HomeAskanewsUsa, Trump furioso dopo le midterm cerca di riprendersi la scena

Usa, Trump furioso dopo le midterm cerca di riprendersi la scena

Roma, 6 nov. (askanews) – Donald Trump non sembra aver digerito la pesante sconfitta subita dai repubblicani alle elezioni di metà mandato, che hanno consegnato ai democratici il controllo di entrambi i rami del Congresso. In una nuova raffica di messaggi pubblicati su Truth Social, il presidente americano ha attaccato i vincitori, attribuito agli stessi elettori la responsabilità delle conseguenze economiche del voto e chiesto addirittura di modificare l’attribuzione dei voti in una delle ultime competizioni ancora in bilico, quella per il Senato in Alaska. Una successione di interventi che sembra rispondere anche al tentativo di riconquistare il centro della scena politica e mediatica, dirottando il dibattito dalle responsabilità della disfatta repubblicana alle polemiche alimentate dallo stesso presidente. Soprattutto, Trump cerca di prendere le distanze dalla sconfitta: “Io semplicemente non ero sulla scheda elettorale. Se ci fossi stato, avremmo vinto a valanga!”, ha nuovamente scritto in un messaggio interamente in maiuscolo.

A scatenare la nuova offensiva del presidente è stato anche il crollo di Wall Street nella seduta di ieri, con il Dow Jones che ha perso 1.833 punti (-3,44%), il Nasdaq il 5,52% e l’S&P 500 il 4,36%. “La Borsa è crollata oggi perché i ‘Dumocrats’ hanno avuto un grande martedì. E’ così triste da vedere, ma potete prendervela soltanto con voi stessi!”, ha scritto Trump, utilizzando il suo consueto gioco di parole offensivo contro i democratici. In un altro messaggio ha parlato di “una delle peggiori giornate della storia” dei mercati, denunciando le perdite subite dai risparmi pensionistici degli americani: “I vostri fondi 401(k) sono quindi diminuiti. Ricordate, non sono stati i repubblicani, sono stati i ‘Dumocrats'”. Ha però assicurato che gli Stati uniti torneranno presto “più grandi e più forti che mai”.

La ricostruzione del presidente trascura tuttavia alcuni elementi. Mercoledì, all’indomani del voto, Wall Street aveva registrato un consistente rialzo, con il Dow Jones in crescita del 3% e l’S&P 500 dell’1,6%, proprio sulla prospettiva di un Congresso diviso tra democratici e repubblicani. Il successivo crollo è stato alimentato soprattutto dalle vendite sui titoli tecnologici e dalle preoccupazioni degli investitori per una possibile stretta sulla regolamentazione dell’intelligenza artificiale e sulla costruzione di nuovi centri dati, oltre che dai timori sulla sostenibilità del debito dovuto agli ingenti investimenti nel settore.

Un altro bersaglio della furia presidenziale è diventata l’Alaska, dove la democratica Mary Peltola è in vantaggio di poche centinaia di voti sul senatore repubblicano uscente Dan Sullivan nel conteggio delle prime preferenze. Trump ha chiesto che i voti ottenuti da un candidato indipendente, Daniel J. Sullivan, omonimo del senatore, e quelli di un altro candidato, il repubblicano Gerald Heikes, vengano semplicemente sommati a quelli dell’uscente. “I voti del falso Dan Sullivan, più quelli dell’altro ‘parassita’ che i democratici hanno messo sulla scheda, dovrebbero essere immediatamente assegnati al VERO Dan Sullivan, e le elezioni sarebbero finite. Vincerebbe facilmente. Non esiste un’altra soluzione giusta!”, ha scritto. L’Alaska utilizza però un sistema di voto a preferenze ordinate, che prevede il trasferimento dei voti secondo le seconde scelte espresse dagli elettori, non la loro assegnazione automatica a un candidato.

Dietro questa successione di attacchi sembra dunque delinearsi una strategia comunicativa già sperimentata da Trump, quella che negli Stati uniti viene definita “flood the zone”, saturare lo spazio informativo con iniziative, provocazioni e messaggi capaci di monopolizzare l’attenzione pubblica. Una tecnica riconducibile all’ex consigliere presidenziale Steve Bannon, di cui il sito Axios aveva individuato una nuova manifestazione già nelle settimane precedenti le elezioni. Stavolta, tuttavia, l’obiettivo sembra anche quello di ribadire un’autorità politica ridimensionata dal pronunciamento degli elettori. All’indomani del voto, l’account ufficiale della Casa bianca ha pubblicato una fotografia del presidente accompagnata dalla scritta “Trump è ancora il vostro presidente”, mentre Trump ha diffuso l’immagine di un cappellino rosso con la parola “VETO”, a ricordare il potere di bloccare le leggi approvate dal nuovo Congresso democratico. Anche il direttore della comunicazione della Casa bianca, Steven Cheung, ha sentito il bisogno di ribadire pubblicamente che Trump resta il presidente degli Stati uniti.

Il messaggio è stato ulteriormente rafforzato da un comunicato ufficiale della Casa bianca, diffuso il 4 novembre, nel quale si assicura che i democratici falliranno nei tentativi di smantellare le politiche presidenziali e che “il presidente Trump non smetterà mai di combattere”. Come osserva Lindsay Newman, analista del centro studi britannico Chatham House, Trump non sembra intenzionato ad accettare il tradizionale ruolo di presidente indebolito dalla perdita della maggioranza parlamentare, il cosiddetto “lame duck”, l’anatra zoppa della politica americana. Al contrario, punta a continuare a governare attraverso i poteri esecutivi, senza lasciarsi condizionare dall’opposizione del Congresso. Una lettura che trova riscontro anche nelle indiscrezioni raccolte da Reuters sui provvedimenti unilaterali già in preparazione alla Casa bianca.

La nuova offensiva comunicativa segna così un cambiamento di tono rispetto alle prime dichiarazioni dopo il voto, quando Trump si era detto disposto ad accettare i risultati, aveva riconosciuto ai democratici di aver condotto una buona campagna elettorale e aveva prospettato possibili collaborazioni con la nuova maggioranza. Ora, mentre all’interno del Partito repubblicano si moltiplicano le richieste di un cambio di rotta dopo la sconfitta, il presidente appare determinato a non assumersi la responsabilità dell’esito delle urne e, soprattutto, a dimostrare che, nonostante la perdita del Congresso, il protagonista della politica americana resta ancora lui.