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Vide e credette

Il segno dei teli nel sepolcro vuoto, letto alla luce di una più accurata traduzione, illumina il momento in cui l’evidenza sensibile diventa atto di fede.

Il mattino di Pasqua

Il giorno di Pasqua si dà lettura del Vangelo Gv 20,1-9:

“Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò,

vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti”.

Il dato di fatto e la differenza dello sguardo

Si tratta di un episodio reale, ossia della scoperta del sepolcro aperto e vuoto di Cristo. Tuttavia, non tutti traggono la medesima conclusione.

Le donne vedono. Pietro constata. Solo il discepolo Giovanni — “quello che Gesù amava” — giunge alla certezza della Resurrezione.

La domanda decisiva è allora: che cosa vede Giovanni più degli altri?

Il nodo interpretativo del vide e credette”

La tomba priva della Salma era già sotto gli occhi di tutti. Ma Giovanni coglie un dettaglio ulteriore, decisivo: la disposizione delle bende e del sudario.

Per lungo tempo, tuttavia, le traduzioni correnti non hanno restituito con precisione il significato dei termini greci utilizzati dall’Evangelista. Di qui la difficoltà a comprendere il passaggio logico tra il vedere e il credere.

L’ultima versione della CEI del 2008 ha recepito, almeno in parte, le osservazioni di don Antonio Persili — sostenute anche da Vittorio Messori — che hanno contribuito a chiarire questo punto.

Il segno dei teli

Giovanni non vede semplicemente dei panni abbandonati. Le fasce non sono gettate a terra, ma distese sul banco dove era stato deposto il corpo di Cristo. Si presentano intatte, come se il corpo fosse “sgusciato” da esse, lasciandole nella loro forma originaria.

Ancora più significativo è il sudario: non “piegato in un luogo a parte”, ma disposto come un involucro, nella forma stessa del capo che avvolgeva.

Il tessuto, più leggero delle bende, appare quasi irrigidito dagli oli profumati essiccati, mantenendo una struttura rialzata, come se la presenza che conteneva fosse semplicemente venuta meno.

Dallevidenza al credere

È questo insieme di segni — discreti ma coerenti — che consente a Giovanni di compiere il salto. Non si tratta di una deduzione arbitraria, ma di una lettura intelligente della realtà: un dato materiale che rinvia a un evento che lo trascende.

L’interpretazione proposta da Persili scioglie così un enigma linguistico e, al tempo stesso, illumina un passaggio teologico decisivo: l’incontro tra fede e ragione. Nel sepolcro vuoto, la fede non nasce contro l’evidenza, ma a partire da essa.