Milano, 23 mar. (askanews) – Violet Grohl ha pubblicato pochi giorni fa il nuovo singolo “595”, disponibile in radio da venerdì 27 marzo, accompagnato dal videoclip ufficiale, primo estratto dal suo album di debutto “Be Sweet To Me”, la cui uscita è prevista il 29 maggio 2026.
Ispirato a una t-shirt vintage che pubblicizzava una linea telefonica erotica, il nuovo brano “595” è una traccia provocante e sensuale, carica di scosse sonore e con un ritornello incisivo: “I’ll be your 1-900-G spot, baby / 595 I’m on the line / You won’t last”.
L’album con cui la cantautrice debutterà nella scena musicale, “Be Sweet To Me” è stato registrato tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 nello studio casalingo del produttore Justin Raisen a Los Angeles, insieme a un gruppo di musicisti riuniti nello spirito delle session della Wrecking Crew degli anni ’60 e ’70. “THUM”, il primo brano scritto da Violet con i suoi collaboratori, è stato influenzato dal packaging old-school di uno smalto anti-onicofagia che l’artista aveva portato con sé in studio, contribuendo a definirne il sound ruvido. “Self help me / Self help myself / Chew my bitter fingers”, canta con un timbro graffiante, in contrasto con la dolcezza della sua voce.
“Entrare in studio e registrare mi è sembrata la strada che dovevo seguire”, racconta la giovane cantautrice. L’artista ha subito trovato sintonia con il produttore Justin Raisen: “la prima impressione è stata che fosse molto più matura della sua età. Ha una voce straordinaria ed è completamente sé stessa, senza compromessi”. “Tutto è stato scritto in studio”, racconta Violet Grohl. “Arrivavo con una playlist di ispirazione, passavamo un po’ di tempo ad ascoltare e poi iniziavamo a scrivere”. “Violet ha una conoscenza incredibile di tutti gli stili musicali; ogni playlist era diversa”, dice Raisen, citando trip hop, new wave, black metal scandinavo, folk acustico anni ’70 e vocal jazz. “Mi ha fatto scoprire molte cose che non conoscevo; la sua conoscenza enciclopedica della musica è impressionate”, continua. A metà delle registrazioni, l’energia del progetto è cambiata. “L’atmosfera che avevo inizialmente in mente non mi sembrava più autentica rispetto a quello che provavo”, racconta. “Avevo bisogno di suoni più pesanti, chitarre dense e riverberi estremi. È stato liberatorio trasformare il dolore e la tristezza in qualcosa di concreto”.
Le canzoni di “Be Sweet To Me” nascono dall’immediatezza del presente e si caratterizzano per un approccio impressionistico, fortemente influenzato dall’amore di Violet Grohl per il cinema, in particolare per il lavoro di David Lynch. In questo contesto si inserisce “Bug In A Cake”, brano melodico che richiama le presenze paranormali legate al recente trasferimento dell’artista nella casa della nonna paterna, una figura per lei fondamentale. A gennaio, Violet Grohl ha pubblicato “What’s Heaven Without You”, un brano suggestivo scritto dopo gli incendi di Altadena a Los Angeles, anch’esso ispirato a Lynch. “Applefish” è una ballata slowcore cupa e stratificata, segnata dal peso della mortalità, mentre la shoegaze “Last Day I Loved You” racconta la perdita del senso di sé. “Cool Buzz” prende in giro le incoerenze morali di certi ragazzi punk che predicano valori progressisti ma non lasciano spazio alle donne nei loro ambienti musicali.
La musica alternativa tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 rappresenta un’influenza costante nel suo percorso artistico: “C’è qualcosa di così potente in quel periodo, dai messaggi all’estetica, è autentico e crudo”, afferma l’artista. Pixies, Soundgarden, Cocteau Twins, The Breeders, PJ Harvey, The Muffs, Björk, Alice in Chains, L7 e Juliana Hatfield: influenze fondamentali nel percorso dell’artista, che racconta: “Ascolto questa musica da quando ero bambina”.
“La musica, che sia farla o semplicemente amarla, è ciò che unisce la mia famiglia”, racconta Grohl, citando suo padre Dave Grohl dei Foo Fighter e i nonni paterni, che suonavano e cantavano in gruppi locali. Violet canta e suona da sempre, ha imparato da autodidatta l’ukulele e poi la chitarra, portandoli con sé tra scuola e tour. “Verso i 12 anni ho capito che mi piaceva guardare gli altri fare musica, e che forse potevo farla anche io”, racconta. “Scrivevo anche poesie, e questo ha acceso il desiderio di trasformare le esperienze dolorose in arte”. In precedenza, il suo modo di scrivere era timido e solitario, spesso confinato nella sua stanza. “Lavorare in uno spazio collaborativo mi ha aiutata ad aprirmi anche a livello lirico”, dice. “Ma mi ha anche permesso di sperimentare con generi e strumenti che normalmente non avrei scelto”.
