Milano, 11 giu. (askanews) – La cura dimagrante di Volkswagen in Germania corre più veloce del previsto: entro fine anno le uscite nella sola Volkswagen saranno già 19mila, con accordi vincolanti firmati per oltre 28mila al 2030. Sono i numeri che il Ceo Oliver Blume porterà all’assemblea degli azionisti del 18 giugno.
“Alla sola Volkswagen, inclusi Sachsen e Osnabrück, avremo ridotto l’organico di 19mila unità entro fine anno”, si legge nel documento diffuso in vista dell’assemblea. In totale, aggiunge il manager nel testo, sono già stati conclusi oltre 28mila accordi vincolanti per uscite entro il 2030. Non si tratta di licenziamenti unilaterali ma di uscite concordate con sindacati e consiglio di fabbrica, soprattutto prepensionamenti e buonuscite, senza licenziamenti forzati per ragioni aziendali.
La riduzione rientra nel programma che prevede circa 50mila posti in meno in Germania entro il 2030 tra Volkswagen, Audi, Porsche e la controllata software Cariad; per la sola Volkswagen, l’intesa di fine 2024 fissa oltre 35mila posti in meno al 2030, insieme a un taglio della capacità produttiva tedesca.
Blume presenterà il piano costi come una delle principali aree di intervento. Nel 2025 i costi di fabbrica dei siti tedeschi Volkswagen sono già stati ridotti di oltre il 20% e, tra accordi collettivi e ridimensionamenti, il gruppo ha ottenuto risparmi strutturali per circa 1 miliardo di euro, con l’obiettivo di 6 miliardi di risparmi netti annui al 2030.
Il nodo dei costi si intreccia con quello della capacità. Volkswagen partiva da una rete globale tarata su 12 milioni di veicoli l’anno prima del Covid, mentre oggi ritiene realistico un livello attorno a 9 milioni. Negli ultimi due anni sono state eliminate circa 2 milioni di unità in Europa e Cina, un ulteriore taglio di 500mila unità è stato avviato in Cina e annuncia Blume i prossimi interventi in Europa e Germania saranno “di portata analoga”. Un’indicazione che conferma quanto anticipato ad aprile a Manager Magazin: una riduzione della capacità europea di circa un milione di unità entro il 2028, concentrata principalmente su Volkswagen e Audi.
Il quadro resta difficile. Il 2025 si è chiuso con ricavi per circa 322 miliardi di euro, sostanzialmente stabili, ma con un risultato operativo sceso a 8,9 miliardi e un margine al 2,8%, penalizzato da effetti straordinari e dazi Usa per quasi 9 miliardi. Le tariffe statunitensi, secondo Blume, hanno un “impatto massiccio” sul Nord America, con un effetto negativo di circa 5 miliardi l’anno; il gruppo considera però gli Usa l’area col maggior potenziale di crescita, tra rilancio del marchio Scout, nuovo stabilimento in North Carolina e possibili localizzazioni Audi.
Il ceo avverte che nel 2026 le condizioni per l’industria si sono ulteriormente deteriorate per il conflitto in Medio Oriente, il calo dei volumi e una concorrenza sempre più intensa. Nel discorso non viene citato direttamente l’Iran, ma il riferimento geopolitico si aggiunge a dazi, barriere commerciali e pressione sulle catene di fornitura.
Per il 2026 il gruppo conferma un risultato operativo sopra il 2025, con margine tra il 4% e il 5,5%, flusso di cassa netto automotive tra 3 e 6 miliardi e liquidità netta tra 32 e 34 miliardi. La rotta al 2030 meno complessità, meno piattaforme, rete produttiva allineata ai mercati, investimenti più selettivi è per Blume necessaria in un mercato europeo dove i costruttori cinesi spingono con prezzi giudicati “non economicamente sostenibili”, mettendo sotto pressione volumi e redditività.
