Il populismo si sconfigge con una nuova classe politica
Domina sempre più l’impressione che la classe politica odierna, sia di casa nostra, che fuori dai nostri confini, non sia minimamente paragonabile ai tanti statisti che nel secolo scorso seppero fronteggiare un conflitto mondiale devastante, non solo per il continente europeo, e ridare con la loro guida, ed il sostegno di virtuose Costituzioni, e assicurare, con la creazione dei primi abbozzi di un’Europa comunitaria, fiducia, pace e speranza, foriere, per ben ottant’anni, di sviluppo e progresso.
Pensiamo a De Gasperi, principale fautore della ricostruzione civile ed economica nel nostro paese.
Ma anche a Schuman, Adenauer e Monnet, che insieme al leader trentino ebbero l’idea che attraverso un organismo sovranazionale (CEE, e successivamente UE) proteso verso obiettivi comuni di integrazione e solidarietà tra i popoli europei si sarebbe favorita e rafforzata la convivenza e la coesione sui tanti interessi convergenti.
Populismo, riforme istituzionali e indebolimento dell’equilibrio democratico
Così mentre la deriva populista, e le sue estremizzazioni anche ordinamentali (emblematiche le riforme tese a scardinare il virtuoso bilanciamento dei poteri: riforma della Corte dei Conti e proposta di premierato; quanto alla riforma sulla separazione delle carriere e sull’autogoverno della magistratura (CSM) il discorso è più complesso, trattandosi in parte della naturale conseguenza del nuovo articolo 111 Cost. che prevede l’effettiva terzietà del giudice) stanno erodendo, in tanti angoli della terra, gli assi portanti di vecchi e nuovi assetti democratici, con la conseguenza di demotivare sempre più i cittadini e allontanarli dalle urne, persiste un’idea di politica moderata e rispettosa dei valori di cui è intrisa la nostra Costituzione che non si rassegna, anzi, contrasta l’idea di questo governo di disarticolare il tessuto democratico del paese.
Il vuoto di comando globale e la crisi dei centri decisionali
In questo quadro ben si collocano due pregevoli articoli dell’opinionista Stefania Parisi, che si chiede preoccupata nel suo articolo del 26 dicembre scorso:
«Tra interventismo americano, fragilità europea e declino degli organismi sovranazionali, la geopolitica contemporanea rivela una crisi profonda dei centri decisionali capaci di garantire ordine, autorevolezza e stabilità internazionale».
A cosa può portarci l’attuale vuoto di comando?
Molto più in dettaglio, nell’ulteriore articolo del 3 scorso a firma della stessa autrice, dal titolo: Senza un’offerta articolata e credibile…, si inerpica nei meandri sempre meno comprensibili delle offerte politiche oggi sempre più tese a privilegiare logiche di potere e lottizzazioni di ruoli strategici piuttosto che progetti politici coerenti e credibili.
Il coraggio politico e il rischio delle parole senza progetto
Così leggiamo testualmente nella parte conclusiva al paragrafo intitolato:
«Il coraggio che serve – Ma questa prospettiva sarà possibile solo se vi sarà quello che comunemente si definisce coraggio politico. Un coraggio che, per riaffermare un progetto politico ed essere coerenti fino in fondo, non convive con la mera logica del potere e della sua spartizione, ma opera e rifulge nella testimonianza lineare e trasparente attorno a una proposta di cui si avverte la prolungata assenza».
Se da una parte se ne condivide lo spirito che informa le due analisi, si avverte una certa difficoltà nel cogliere pienamente il senso di una visione che rischia di condizionare la bontà del ragionamento.
La sensazione è che si finisce talvolta di ricadere involontariamente nella medesima insidia.
Domina infatti da tempo, in questo tentativo di delineare una diversa e alternativa visione di paese rispetto alle attuali approssimazioni programmatiche – ove a dominare sono solo le promesse identitarie e di bandiera – una sorta di genericità e vaghezza, che riflette l’embrionalità di un lavoro politico che attende ancora di essere definito, complice anche la non compiuta ricomposizione dell’area cattolico-riformista, finendo per scivolare nel labirinto delle parole vuote, così da non far cogliere pienamente la prospettiva politica che muove il ragionamento.
Forse è giunto il momento di travalicare quei limiti propositivi, che per convenzione appartengono ai politici, nell’idea, peraltro costituzionale, che anche ai corpi intermedi, oggi più che mai, compete contribuire alla solida costruzione di una convivenza civile fondata sulle regole del diritto comune, pretendendo modelli politici e ordinamentali credibili e conformi a Costituzione.
Ottant’anni di pace, deterrenza e dominio delle risorse. E ora?
È vero che abbiamo avuto ottant’anni di pace, e di salvaguardia delle democrazie occidentali, ma quei “centri decisionali” che si sono avvalsi della deterrenza nucleare, che ovviamente non può essere infinita, hanno preteso, senza tanti paludamenti, l’egemonia sulle risorse cruciali del pianeta, oscurando diritti e scelte autoctone nei diversi angoli dei continenti.
Ora, vien da chiedersi come si possa oggi semplicisticamente auspicare, nell’immediato, come impresa verosimile, un’idea di nuova (virtuosa?) governance geopolitica.
Soprattutto dopo l’emblematico blitz del 3 gennaio ordinato da Trump alle sue forze armate, che sdoganando sfacciatamente l’uso della forza, come primo strumento legittimo per risolvere le questioni internazionali, non ha avuto esitazioni a violare un paese sovrano e catturare il dittatore Maduro, pur con tutte le illegalità che si potessero contestare al suo presidente-dittatore e usurpatore – come testimonia in questi anni l’opposizione interna, e il largo disconoscimento da parte di diversi paesi – sostituendolo,
immediatamente, con una governance provvisoria che sa di protettorato senza limiti, come peraltro si arguisce eloquentemente da una delle miriadi di rivendicazioni e minacce ripetute da Trump, in queste ore, a Delcy Rodríguez, dal tenore: «se la vicepresidente venezuelana non fa ciò che è giusto, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di Maduro».
Anche Colombia, Cuba e Messico sono nel mirino degli Stati Uniti, oltre alla Groenlandia, da annettere a tutti i costi per ragioni di sicurezza nazionale.
Il messaggio non sfuggirà alle altre grandi potenze sul modo, disinvolto, con cui Trump ha in mente di risolvere ogni pur minimo contenzioso.
Dallo Stato di diritto allo stato di natura hobbesiano
Mentre è paradossale che un presidente di un paese, già emblema della democrazia nel mondo, adotti stile, linguaggio e modi da Caudillo sfrenato. La scommessa è, come farà ad aggredire un paese, già nella sfera sovrana della Danimarca, che appartiene a quella stessa Nato di cui gli americani sono il socio più importante?
Mentre, quanto al futuro del Venezuela e soprattutto dell’uso della risorsa più importante, ossia il giacimento di idrocarburi più grande del mondo, allo stato delle cose non ci sembra possibile fare previsioni su quando legittimamente i venezuelani potranno essere chiamati a scegliere il governo del loro paese.
E non solo, perché già si proiettano nell’immediato futuro, attraverso il firmamento dei social-media, le ripetute pretese nei confronti della Groenlandia ritenuto “territorio necessario per la sicurezza nazionale”.
Di certo, di fronte alla ferma opposizione della Danimarca non si può escludere un attacco militare mirato.
Tale successione di eventi e propositi ci dà il senso che qualcosa dell’attuale contesto storico sia sfuggito alla nostra autrice, e di molto importante.
La sfida autoritaria e la crisi dell’ordine internazionale
Del resto, l’attuale quadro non è altro che la deliberata sfida, covata e lanciata cinicamente in questo decennio dai regimi autoritari e bellicosi, nell’idea revanscista di riproporre vecchi modelli imperialisti, e da ultimo anche dall’America di Trump, ai sistemi democratici dell’Occidente europeo.
Condizione geopolitica, tesa alla costruzione di un nuovo ordine mondiale fondato su negoziate sfere di influenza tra tre o quattro grandi potenze (se anche l’India alzerà le sue pretese), che non ci “regalerà”, per chissà quanti decenni, nessun nuovo efficace ordinamento sovranazionale, finché non prevarranno ragione e buon senso, che, di solito, trovano spazio dopo i disastri.
Onu, “pacta sunt servanda” e il ritorno alla legge del più forte
È singolare pertanto che in quei pregevoli ragionamenti (e non è infrequente nell’ampio panorama dei media), non sia colto, nella giusta misura, all’orizzonte, il preoccupante scivolare verso uno stato di natura, senza regole, se non quelle di chi è più forte, di hobbesiana memoria, di cui ne è ampia testimone l’intenzionale rottura, da ultimo, di pochi giorni fa, dell’originario patto di convivenza civile, costruito a fatica, con la creazione dell’Onu, dopo l’ultimo conflitto mondiale e la pervicace idea di fare a pezzi il principio “Pacta sunt servanda” tra le nazioni.
Ben altra analisi preliminare avrebbe richiesto il refrain su così pur pregevoli interrogativi, sia sui reali, ed ancor più, dissimulati ruoli egemonici di una grande potenza, sia su quali sfere di effettivo intervento le grandi potenze, oggi ancora più gravide e scalpitanti nel voler far uso degli arsenali atomici, sarebbero disposti ad affidare ad organismi super partes come l’Onu, oggi diventato un simulacro di sé stesso.
Il vuoto al centro e la disaffezione democratica
Riportandoci ad una visione strettamente interna della politica di casa nostra, questo “vuoto al centro”, come spiegano molti sondaggisti, è una delle cause, se non la causa principale, della disaffezione dei cittadini nei confronti della politica e della res publica.
Ora, vero è che la risposta potrà arrivare solo da chi crede davvero in quel progetto politico e non si lascia incantare dalle sirene del potere.
Ma viene ancora da chiedersi quale figura politica di alto livello, capace di mettere in moto in tempi assai brevi un processo di tal fatta, si riesca ad intravedere oggi nel panorama di casa nostra e nel quadrante internazionale?
Europa, stanchezza comunitaria e occasioni mancate
Mentre il continente europeo, nonostante un apparente ed inconcludente dinamismo, sembra attraversato da un certo intorpidimento nell’idea comunitaria, cosa che alimenta sudditanza e rassegnazione.
Emblematico il tempestivo reale accantonamento del cosiddetto “libro bianco” di Mario Draghi, nel quale con grande competenza e coraggio ha messo a nudo tutte le zavorre e i tanti lacci e lacciuoli che ostacolano il processo di costruzione di un modello di Unione più efficiente, autonomo ed autorevole.
Una politica più seria per ridare fiducia e speranza
Insomma, un tale scenario, ingessato su uno status quo che a fatica riesce a conservarsi, fa perdere ogni spinta capace di portare a miglior fattore soluzioni innovative e credibili, ostacolate, peraltro dalla sotterranea competizione tra i partner europei, dilaniati da chi tra essi non fa che remare contro, trovando nella regola dell’unanimità il miglior alleato per sabotare ogni opportuna decisione.
Forse una maggior serietà nella politica aiuterebbe il cittadino a cogliere quegli elementi di speranza e di rimotivazione, in una visione che comprenda, nella sua generalità, i problemi del cittadino comune, più coesione sociale e una equilibrata cura degli interessi collettivi, sia pur nella loro diversificazione, come richiede una società pluralista e articolata nella peculiarità dei territori, oltre che nei suoi oneri internazionali.
