Roma, 15 mag. (askanews) – Un bilancio dell’attesa visita del presidente Usa Donald Trump a Pechino, al di là delle dichiarazioni altisonanti e della retorica, andrà ricercato nelle intercapedini del detto e del non detto: Xi Jinping ha parlato di Taiwan, Trump no; Trump ha parlato dell’Iran, Xi no. Questo almeno a quanto emerge dai resoconti pubblici; i contenuti dei colloqui privati, invece, li conoscono solo i due leader.
Pubblicamente, la visita – durata tre giorni, due di colloqui intensi – è stata definita “una pietra miliare” dal presidente cinese, mentre Trump si è detto “impressionato” dalla Cina e ha definito “fantastici” gli accordi commerciali raggiunti durante il summit. Un grande successo, si direbbe, con Trump che ha lodato senza risparmiarsi Xi, definendolo a più riprese “amico” e invitandolo per una visita alla Casa Bianca per il 24 settembre, con la formula: “Come il commercio è reciproco, così le nostre visite saranno reciproche”.
Ma più che reciprocità, sembra esserci stata una simmetria delle reticenze tra i due leader.
Ieri, nei colloqui durati oltre due ore e dieci minuti, Xi ha parlato della necessità di evitare la “Trappola di Tucidide”, cioè l’inevitabilità di un conflitto tra la potenza consolidata (gli Usa) e quella emergente (la Cina), ma ha avvertito Trump che la questione di Taiwan – che Pechino rivendica come parte integrante del proprio territorio – può portare a un conflitto tra le due potenze, se mal gestita. Su questo punto, non sono arrivate dichiarazioni dell’altrimenti loquace Trump. Obiettivo del presidente cinese è, probabilmente, quello di bloccare le forniture di armi americane a Taipei, con gli Usa che hanno promesso 13 miliardi di dollari di sistemi d’arma per l’isola autonoma (per ora messi in stand-by).
Dal canto suo, Trump ha sentito l’esigenza di sottolineare una comunanza di vedute con Xi sulla questione dell’Iran. “Credo che abbiamo discusso dell’Iran. La pensiamo in modo molto simile, giusto? Vogliamo che finisca. Non vogliamo che abbiano un’arma nucleare. Vogliamo lo stretto aperto”, ha detto Trump oggi arrivando al quartiere della leadership cinese, lo Zhongnanhai, dove vivono i capi del Partito comunista, tra i quali lo stesso Xi. Su Teheran, però, Xi ha taciuto e l’unica presa di posizione è arrivata da una fredda nota del ministero degli Esteri cinese, nella quale si è ribadito che il dialogo e il negoziato sono “la strada giusta”, mentre le soluzioni militari “non portano da nessuna parte”.
Qualcosa di più sembra essere arrivato sul fronte economico-commerciale, ma nulla di decisivo, per quanto Trump abbia parlato di “fantastici accordi” e Xi abbia affermato che si è “raggiunto un consenso per mantenere relazioni economiche e commerciali stabili e ampliare la cooperazione in vari ambiti, nonché per dare una soluzione adeguata alle questioni oggetto di controversie bilaterali”.
Dopo il bilaterale di ieri, Trump ha detto a Fox News che la Cina ha accettato di acquistare 200 aerei Boeing. Il numero sarebbe inferiore ai 600 velivoli ipotizzati prima del viaggio e ai 300 acquisti annunciati durante la precedente visita di Trump in Cina nel 2017. Ieri la Boeing ha perso in borsa.
Al contrario, le azioni Nvidia – il cui numero uno Jensen Huang era parte della ricca delegazione di leader d’impresa che ha accompagnato Trump a Pechino – hanno toccato un massimo storico dopo la notizia secondo cui gli Stati uniti sarebbero pronti ad autorizzare la vendita ad aziende cinesi di alcuni chip avanzati H200. Il segretario al Tesoro Usa Scott Bessent ha tuttavia detto a Cnbc che la notizia sui chip è “una novità” per lui e che “bisognerà vedere”.
Jamieson Greer, il rappresentante Usa per il Commercio, in un’intervista a Bloomberg ha dichiarato che Usa e Cina hanno concordato di costituire un Board of Trade per supervisionare la riduzione tariffaria su circa 30 miliardi di dollari di beni. Washington, ha spiegato, cerca di indirizzare il commercio con la Cina verso “il tipo di merci che vogliamo vendere”, tra cui aerei, soia, dispositivi medici ed energia. Inoltre, la Cina – ha detto ancora Greer – dovrebbe accettare di acquistare oltre 10 miliardi di dollari di prodotti agricoli statunitensi, mentre ha già rinnovato le licenze di esportazione per alcuni macelli statunitensi, consentendo la vendita di carne bovina americana in Cina.
Greer non ha precisato quali concessioni, se ve ne siano, gli Stati uniti abbiano offerto in cambio degli acquisti promessi. Interpellato sulla possibilità che l’amministrazione Trump aumenti in futuro i dazi sulla Cina, ha detto che le due parti hanno concordato che “ci sarà un certo livello di dazi”, senza indicare quale.
Per sostituire i dazi globali bocciati dalla Corte suprema a febbraio, l’amministrazione Trump ha avviato due indagini commerciali, che dovrebbero portare a nuovi dazi sulla Cina e su decine di altri paesi questa estate.
Greer ha detto che i cinesi valuteranno queste mosse alla luce degli accordi precedenti su determinati livelli tariffari e che le due parti dovranno “cercare di gestire” la questione.
Il rappresentante Usa per il Commercio ha inoltre affermato che c’è “disponibilità” da entrambe le parti a estendere l’accordo che garantisce la continuità delle esportazioni cinesi di terre rare oltre la scadenza di ottobre.
Greer ha infine definito una “forte preoccupazione” le recenti norme cinesi che consentono al governo di penalizzare le aziende straniere che spostano fuori dalla Cina le proprie catene di approvvigionamento. “Stiamo cercando di gestire le differenze invece di farle degenerare”, ha detto ancora.
Bessent, dal canto suo, ha affermato che Stati uniti e Cina discuteranno di regole di sicurezza sull’intelligenza artificiale, inclusa la definizione di un protocollo per impedire che potenti modelli di Ia finiscano nelle mani di attori pericolosi non statali.
