Il sistema delle preferenze, spesso evocato come garanzia di democrazia, mostra limiti strutturali rilevanti: costi elevati, dinamiche clientelari e competizione interna distorsiva impongono una valutazione più equilibrata.

Il valore della scelta diretta, senza retorica

Quando parliamo di preferenze, cioè di sistema elettorale, dobbiamo intenderci bene anche per non fare di tutta l’erba un fascio. Certo, la scelta diretta dell’eletto da parte dell’elettore è sicuramente un aspetto importante e da non sottovalutare. Fa parte, del resto, dell’abc della democrazia.

Ma se vogliamo, al contempo, essere anche onesti intellettualmente e uscire dalla propaganda, non possiamo non farci qualche piccola domanda al riguardo.

Il modello della prima Repubblica

C’era un sistema un tempo, e lo dico con un pizzico di nostalgia, questa volta di sana nostalgia, che rappresentava un sistema elettorale autenticamente democratico, popolare, liberale, trasparente e credibile.

Era il sistema che prevedeva quattro preferenze alla Camera e un sistema per il Senato che veniva comunemente chiamato “provincellum”. Ovvero un sistema uninominale e per collegi dove la competizione era all’interno del proprio partito su base regionale.

Un sistema che ha caratterizzato la vita politica italiana per quasi cinquant’anni, cioè per l’intera prima Repubblica, per poi cedere il passo al cosiddetto “mattarellum” che ha avuto l’indubbio merito di ancorare la rappresentanza parlamentare ad una quota proporzionale di partito, il 25%, e il restante 75% alla competizione attorno ai collegi uninominali di coalizione. Collegi, però, va pur detto, di dimensioni accettabili e ragionevoli.

Dopodiché, e come tutti ben sappiamo, è arrivata la stagione delle liste bloccate e anche dei collegi uninominali talmente vasti che sono, di conseguenza, tranquillamente equiparabili alle fatidiche liste bloccate.

Il costo reale della preferenza unica

Ora, per tornare alle preferenze, credo sia arrivato il momento di avanzare con chiarezza, e senza alcuna polemica, alcune oggettive riflessioni.

Innanzitutto oggi la preferenza unica, o di genere che poi, però, è quasi sempre unica nella concretezza, richiede ingenti e consistenti somme di denaro. Chi dimentica questo piccolo particolare sa di essere un ipocrita, perché la preferenza unica è sinonimo di campagne elettorali costosissime e dispendiosissime.

Non è proprio un sistema che favorisce la promozione e la valorizzazione dei ceti popolari a ceto dirigente del nostro Paese, come non si stancava di ripetere, giustamente e coerentemente, la sinistra sociale della Democrazia Cristiana. E non solo la sinistra sociale della DC.

È inutile negarlo. È così al Nord ed è così al Sud, in ogni angolo del nostro Paese.

Clientelismo e competizione interna

In secondo luogo la preferenza unica, e non le preferenze multiple come nella prima Repubblica quando c’erano ancora i grandi partiti popolari, democratici, interclassisti e di massa, è oggi la sistematica traduzione nel sistema elettorale del codice e della prassi clientelare.

E non solo, come ovvio, nelle regioni meridionali dove quella prassi è quasi un dogma perché storicamente più affine e congeniale per quel tessuto culturale e sociale.

In terzo luogo, e solo per citare alcuni aspetti contemporanei e non antichi di questo sistema elettorale, con la preferenza unica si innesca un meccanismo di violenta e spietata competizione all’interno del partito, o del rispettivo cartello elettorale, trasformando la medesima competizione elettorale in una gara a chi spende di più da un lato e con una tendenza, dall’altro, a delegittimare l’avversario, che è poi un tuo compagno di partito.

Un approccio laico alle riforme elettorali

Per queste ragioni, semplici ma oggettive, il sistema delle preferenze non va né beatificato né oltremodo esaltato. Come, del resto, nessun altro sistema elettorale.

Ecco perché i collegi uninominali di piccole dimensioni o le liste corte su base plurinominale possono tranquillamente rappresentare una risposta concreta, corretta e alternativa per campagne elettorali che non vogliono diventare dispendiose o trappole per future e del tutto potenziali inchieste giudiziarie su come si è raccolto il consenso elettorale.

Insomma, anche per il sistema elettorale che, come diceva giustamente Carlo Donat-Cattin in tempi non sospetti, “è la madre di tutte le riforme”, occorre sempre avere un atteggiamento laico e non fideistico.

Soprattutto in un contesto come quello contemporaneo dove la politica, e i partiti, non vivono una stagione particolarmente brillante ed entusiasmante.