…] Nell’ultima parte del volume, l’attenzione dell’autore si concentra sugli ultimi dieci anni di vita del porporato, quando Rampolla condusse un’esistenza quasi certosina, dedito allo studio, sebbene senza venir meno ai propri compiti, che assolse in pieno, tanto che i suoi interventi alla Congregazione per gli Affari Ecclesiastici Straordinari fecero autorità, come scrive Ticchi. Furono quelli gli anni in cui egli rimase in silenzio, assumendo una posizione defilata nella lotta antimodernista (significativa la lettera di padre Genocchi al cardinal Capecelatro, del 2 ottobre 1910), stemperando la visione intransigente nei riguardi del governo italiano e mantenendo inalterato anzi, addirittura accrescendo il fascino che la sua personalità sapeva esercitare sugli interlocutori.
A tale proposito, mi sembra significativo il profilo pieno di ammirazione – solo in parte citato da Ticchi -, che nell’aprile 1912 l’ambasciatore austro-ungarico Vaticano, Johan Schönburg- Hartenstein, tracciò di Rampolla: a suo giudizio, la personalità del porporato sovrastava «di molto tutti gli altri cardinali di Curia», poiché in lui «l’autorità eminente sembra[va] traboccare direttamente» dalla carne e dal sangue.
A conclusione di quest’interessante lettura, credo che una questione debba porsi: senza il veto austro-ungarico, Rampolla avrebbe avuto concrete possibilità di succedere a Leone XIII? Per quanto mi riguarda, non lo ritengo possibile, poiché erano in particolare i cardinali italiani a voler voltare pagina a proposito della Questione Romana e quindi ad auspicare una qualche forma di conciliazione con il Regno d’Italia. E tutti erano ben decisi a non votare – né a far votare – Rampolla. Se a essi s’aggiungono i nemici naturali del porporato, vale a dire i membri vicini alla Triplice, e il fatto che in Conclave i francesi inizialmente lo votarono senza gran convinzione, dimostrandosi pronti a cambiare subito direzione di fronte a una situazione di stallo, la risposta viene da sé.
Ben diversa sarebbe stata la cosa se Rampolla fosse sopravvissuto a Pio XI: allora sì che il Sacro Collegio sarebbe stato davvero – e a larga maggioranza – orientato su di lui. Non resta quindi che complimentarci con Jean-Marc Ticchi se sul porporato siciliano ora sappiamo molto di più: di certo oggi, in un tempo in cui – com’è stato detto – la diplomazia che si esercita sembra essere quella dei pugni sbattuti sul tavolo, una personalità come la sua, forte di un superiore talento diplomatico, sarebbe tanto necessaria alla politica.
Fonte – L’Osservatore Romano – 26 febbraio 2025
Titolo originale – Non sbatteva mai i pugni sul tavolo. Una biografia del cardinale Mariano Rampolla del Tindaro, segretario di Stato di Leone XIII.