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giovedì, Febbraio 27, 2025
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L’unità europea non passa per i nazionalismi

La svolta degli Usa impone a noi europei, Gran Bretagna inclusa, di “fare qualcosa” (come ha implorato con un po’ di sarcasmo Mario Draghi) per non ritrovarci a breve isolati, disuniti e deboli.

È ormai sempre più evidente che la volontà europeista opposta al credo nazionalista e sovranista diverrà un discrimine fondamentale, forse addirittura il principale, fra le diverse forze politiche del continente. Se questa è la nuova condizione sarà buona cosa affrontare più nel dettaglio le urgenze che l’UE, questa costruzione intrinsecamente ancora debole anche dopo quasi 70 anni di vita, deve comprendere e superare.

Il superamento della rigida regola dell’unanimità è dai più considerato il primo, essenziale, passo per consegnare all’Unione una più efficace azione politica. E pure lo strumento delle “cooperazioni rafforzate”, già utilizzato in alcune circostanze, può tornare utile allo scopo. Ma – considerando l’avversione a questo cambiamento da parte dei governi, che sanno di trovare proprio nell’unanimità di voto un alleato ogni qualvolta lo reputino necessario – questa eventuale e al momento ipotetica innovazione non sarebbe neppure essa sufficiente se alla base non fosse determinata dalla ragionata consapevolezza di quanto solo l’unità fra noi europei ci può rendere forti in un mondo nel quale stanno prevalendo pulsioni autoritarie opposte ai nostri valori condivisi di libertà, democrazia, forza e cultura del diritto, pace. Che potranno essere difesi solo attraverso una vera unità politica continentale, dalla quale tutto il resto discende e senza la quale ogni iniziativa, per quanto lodevole, rischia di essere sterile.

Ora, come ha testimoniato da ultimo la clamorosa spaccatura elettorale tedesca, quasi che oltre 35 anni dalla caduta del Muro fossero trascorsi invano, è chiaro che il ceto politico dirigente, ma pure quello economico e finanziario, non possa non interrogarsi sui perché di questa frattura fra ceti popolari e democrazia liberale. Questo è un tema ormai ineludibile. Se si vuole davvero por mano alla questione prima che l’onda populista e biecamente sovranista travolga tutto, consegnando il continente a un futuro inquietante ove solo si rammenti a cosa portò nella prima metà dello scorso secolo l’esplosione nazionalista divampata alla fine del XIX°.

Anni fa, ai tempi della forte ondata migratoria proveniente dall’Africa, quando – pure allora – ne derivò uno spostamento generalizzato a destra dell’elettorato europeo proprio in ragione di quegli eventi scrissi un libro il cui titolo era “Europa al bivio”. Oggi quel bivio si presenta innanzi a noi in tutta la sua nettezza, in seguito all’incredibile cambiamento di approccio alla nostra realtà politica imposto dalla presidenza Usa. Che impone, a noi europei Gran Bretagna inclusa, di “fare qualcosa” (come ha implorato con un po’ di sarcasmo Mario Draghi) per non ritrovarci a breve isolati, disuniti e deboli.

Questo “qualcosa” non può che essere una unione politica federativa alleata con quanti, britannici e altri, non vorranno farne parte ma parteciperanno ad alcuni progetti comuni fondamentali, primo fra tutti quello relativo alla Difesa. Una sorta di confederazione imperniata su alcuni temi basilari che raccolga la federazione europea (i 27) più i Paesi in attesa di entrare a farne parte o che aderiranno al solo accordo confederativo e non anche a quello federativo: ciò per poter agire da subito, nel mentre che maturino (o meno) i percorsi formali di adesione dei paesi balcanici e di quelli sottoposti alla minaccia russa (Ucraina, Moldavia, Georgia…).

Come ormai è noto a chiunque sono la politica estera e quella di difesa le principali – ma non uniche – unità federative che la UE deve conseguire, ora con una celerità imposta dalla nuova e, bene ribadirlo, incredibile e assurda postura statunitense (che potrà cambiare in futuro con una nuova Amministrazione ma che in ogni caso segna un mutamento che si riverberà comunque nel tempo e che pertanto è impossibile non registrare).

È di tutta evidenza che politica estera e di difesa comportano unità politica. E dunque, al di là degli aspetti tecnici, di per sé già assai complicati, è quello prettamente politico l’ambito nel quale governi e parlamenti dovranno operare con lucidità e consapevolezza in una dimensione strategica.

Il momento è adesso, ogni ulteriore rinvio sarebbe deleterio e potrebbe divenire determinare la fine, anziché l’apice, della ancora imperfetta costituzione europea. Il voto in Germania ha dimostrato che esiste ancora una maggioranza popolare anti-sovranista, ma che ad ogni turno elettorale è più debole: ragion per cui solo un cambio di passo radicale nel senso unitario potrà offrire ai cittadini una prospettiva nuova, una ragione per non farsi attrarre nel gorgo oscuro del nazionalismo.

È questa ormai la sfida alla quale sono chiamati i popoli europei attraverso il loro consenso ad una classe dirigente, espressa democraticamente dalla politica, che dovrà guidare la nuova fase. Accadrà? Non sappiamo. Ma questa volta il pessimismo della ragione potrebbe lasciare spazio all’ottimismo della volontà. La volontà di rispondere con un atto di dignità e di forza a un Presidente americano che vuole disarticolare, con linguaggio e metodi rozzi oltreché imperiali, 80 anni di collaborazione nella pace, nella democrazia e nel progresso economico e sociale fra le due sponde dell’Atlantico.