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sabato, 30 Agosto, 2025
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Montagna sugli scudi: lo schiaffo di Bonatti alle bugie istituzionali

Settanta anni dopo la leggendaria impresa sul Dru, Walter Bonatti resta il simbolo dell’alpinismo come vocazione personale, oltre ogni retorica sportiva e istituzionale.

L’Estate di quest’anno ha riportato in primo piano la montagna come luogo record di sovraffollamento vacanziero, e quindi di cronache sia di escursionisti che fanno brutte fini (nonostante modaioli bastoncini da nordic walking) per sottovalutazione di un inaspettato passaggio critico su un banalissimo sentiero alla Heidi, sia di quelle del ristretto club dei collezionatori di Ottomila himalayani – Confortola, Moro, ecc – e del dibattito su che cosa e come possa essere certificabile dentro uno sbandierato exploit personale. Dato che con l’alpinismo c’è di mezzo la morte, sapere cosa sia vero e cosa sia falso è importante, è decisivo.

Ma la montagna ha una oggettività sua, eppoi l’alpinismo non ha la Fifa o l’ITF e quindi è arduo che vi sia un’ultima parola e un giudizio incontestabile di una deputata autorità internazionale. Vedremo poi perché questo alimenta da sempre la questione se la montagna abbia o meno un suo ‘sport’, o piuttosto individuali e variegati rapporti personali con essa, di difficile valutazione.

Bonatti e il 22 Agosto 1955

Settant’anni fa, il 22 Agosto del 1955, alle 16,37, Walter Bonatti è in cima al formidabile strabiombo levigato del pilastro sud-ovest del Petit Dru, guglia del versante francese del Monte Bianco. Sei giorni in cui il venticinquenne bergamasco si riprende il suo – direi si vendica – di quanto la precedente pur gloriosa spedizione italiana di Ardito Desio al K2 (Karakorum 2), vinto il 31 Luglio 1954 con Compagnoni e Lacedelli, gli aveva ingiustamente tolto. ‘Ingiustamente’, come accertò e decretò una volta per tutte la Commissione nazionale composta da tre saggi, dei quali uno era il Prof. Alberto Monticone, appositamente nominata dal CAI nell’occasione del cinquantesimo, per porre fine alla querelle tra Bonatti e la formale versione ufficiale della spedizione di Desio, il quale come una sfinge non ha mai deflettuto nel rappresentarla (durante la spedizione pur non essendosi mai mosso dai 4.970 metri del campo base).

Ma vediamo, parafrasando Byron, ‘perché’ i monti

La scoperta delle montagne e la storia dei loro significati. Estetica del sublime

La conquista di invitte cime, un fenomeno sorto alla fine del Settecento con il ginevrino De Saussure che porta in luce il Monte Bianco ed esploso nell’Ottocento quando le montagne – come dice magistralmente Franco Brevini – vengono ‘notate’ e prendono un nome e una personalità, ha sempre attratto nazionalità e nazionalismi di ogni sorta. Spesso, soprattutto per le Alpi, le vette hanno il potere dei fiumi: ci passano i confini.

Sono i grandi lirici inglesi che sostengono l’invenzione (= la scoperta) delle Alpi, e l’estetica del sublime parte da loro. ‘Sub’ e ‘limen’ (soglia, confine): ciò che è eccelso, a ridosso del limite, e si affaccia sull’orrido. È sublime ciò che guarda la vertigine sotto di lui (canone  diverso dalla bellezza).

Sono inglesi e tedeschi che fanno a gara a conquistare cime; bisogna essere industrializzati, un montanaro non avrebbe mai capito che gusto ci fosse stato ad andare in cima, luoghi abitati da demoni e spiriti, la sua occupazione era la sopravvivenza in quelle terre difficili e inospitali.

Nel Luglio del 1865 il Ministro del Regno Quintino Sella (che era anche alpinista, ed a cui sono intitolati rifugi dappertutto non meno del Duca degli Abruzzi) ‘obbliga’ lo sconfortato montanaro-guida valdostano Jean-Antoine Carrel a ritornare in cima al Cervino dopo che l’inglese Edward Whymper ne aveva raggiunto (ma non come suddito della Regina Vittoria…) la vetta il 14 di quel mese. Bisognava marcare italiana la vetta nonostante si giungesse secondi (il Matterhorn ha oggi infatti due cime).

Qualcosa di simile, tipo Bartali al Tour de France del 1948, succede con l’idea nella giovane Repubblica Italiana, patrocinanti il Cai, l’Istituto Geografico Militare, il Cnr, lo Stato ed altri, di un exploit eccezionale, prestigioso davanti al mondo.e legittimabile internazionalmente. Obiettivo designato: il K2.

La spedizione britannica che conquistò l’Everest – al netto dell’incognita Mallory-Irvine del 1924 (avranno mai raggiunto la vetta? comunque non sono più tornati) – è del Maggio 1953.

L’alpinismo è uno sport? C’era un tempo la lotta coll’Alpe, i più oggi arrampicano nei negozi.

Ma l’alpinismo non è uno sport o almeno non lo è nell’accezione classica di questa parola. Ed è contrassegnabile nazionalisticamente solo fino ad un certo punto: è una passione privata, esclusiva (e quindi solo poi inclusiva), una vicenda personale non spiegabile e non giustificabile, una vocazione.

Un disciplinare non c’è e quindi alla fine si risponde alla propria coscienza, non a dei giudici. (Per un esempio concreto, l’unico punto di riferimento riconosciuto a livello internazionale, per le vette dell’Himalaya nepalese, rimane l’Himalayan Database, niente più che un archivio indipendente che da decenni raccoglie, ordina e – quando necessario – mette in discussione le rivendicazioni degli alpinisti).

L’arbitro è la Montagna stessa e le regole le comunica lei. Che hanno a che fare – sempre – con i limiti, e con l’ultimo limite, la morte. Per questo il vero obiettivo di ogni scalata è tornare a casa, e chi non lo comprende non ama la montagna, non è un alpinista ma un avventuriero (od anche più prosaicamente uno delle torme di fighetti, più attrezzati di Messner, che sciamano alla sera per il centro di Courmayeur o di Cortina con scarponcelli intonsi, gente che arrampica nei negozi).

La sua storia va da Guido Rey, XIX secolo, la lotta coll’Alpe  («Io credetti, e credo, la lotta coll’Alpe utile come il lavoro, nobile come un’arte, bella come una fede»), a Messner, che a chi gli chiedeva come vedesse da altoatesino le sue prime conquiste senza aiuti tecnici degli Ottomila, rispondeva “non ho bandiere, la mia bandiera è il mio fazzoletto”.

[Fine della prima parte]