Da Taranto un’eredità da riscoprire
Si è tenuto a Taranto il 23 settembre scorso un convegno di studi dedicato ad Aldo Moro, a 110 anni dalla nascita, con al centro la riedizione critica (a cura del prof. Antonio Incampo) delle dispense (“Il diritto” e “Lo Stato”) legate alle lezioni da lui tenute negli anni accademici 1944-1945 e 1946-1947. Il convegno, intitolato “All’inizio di un pensiero, per tornare al futuro”, ha voluto riflettere sul pensiero del grande statista pugliese, che a Taranto trascorse dal 1923 al 1934 un periodo significativo della sua formazione.
Da questo nasce opportunamente anche la proposta di istituire a Taranto un luogo pedagogico rivolto ai giovani, dedicato alla cultura costituzionale e alla lettura delle opere di Moro. Il progetto si collega all’inaugurazione dell’Opera omnia online di Aldo Moro su iniziativa del Quirinale e della Camera dei deputati.
L’intento è anche quello di approfondire l’eredità educativa di Moro, intento lodevole in quanto è ancora da studiare adeguatamente il significato pedagogico del suo impegno, significato segnalato a mia cura nella voce che gli ha dedicato la grande Enciclopedia pedagogica, diretta da Mauro Laeng e pubblicata dall’editrice La Scuola di Brescia. E può allora tornare di qualche utilità richiamare alcune affermazioni di Moro in proposito: poche frasi, ma di grande significato ieri come oggi.
La scuola nella vita democratica
Nel 1952 Moro espresse la convinzione che la scuola dovrebbe essere considerata «quale punto centrale del nostro sistema morale e politico, quale lo strumento più alto per una umana formazione della nostra comunità nazionale, quale l’ambiente più favorevole per risolvere tutti i problemi, anche quelli sociali e politici, per soddisfare l’ansia che è in tutti di un mondo migliore».
Diversamente da coloro che nei confronti della scuola tengono «un atteggiamento utopistico o miracolistico o grettamente interessato», Moro rivendicava la centralità della scuola nel contesto democratico e auspicava che essa fosse considerata come «cosa dei giovani, lo strumento delle loro comunicazioni con noi, il tramite per il quale si rende da parte nostra un servizio alla gioventù, per permettere ad essa di continuare a salvare la nostra vita».
Educare con l’esempio e la fiducia
Una tale concezione nasceva dalla considerazione in cui Moro teneva i giovani, visti come «il centro della vita, coloro ai quali si subordina ogni interesse comodo, coloro che rappresentano la parte migliore di noi e nei quali soltanto perciò la nostra vita si compie ed assume pieno valore».
Con questo spirito Moro si è posto di fronte ai propri studenti — una testimonianza per tutte, quella di Giovanni Battista Scaglia — e ai propri figli. In merito si veda la testimonianza della primogenita Maria Fida, la quale ha scritto: «non aveva, per fortuna, la mania di educarci, non voleva essere severo a tutti i costi (tra l’altro non ci sarebbe riuscito neanche volendo), non faceva mai prediche — perché sapeva bene che si educa attraverso l’esempio e non attraverso le parole —, si limitava ad amarci con pazienza, gentilezza e grande fiducia, nonché orgoglio smisurato nelle nostre capacità».
Uguali per dignità, diversi per vocazione
Questa apertura verso i giovani si accompagna in Moro all’esigenza di una scuola democratica ma non astrattamente egualitaria. Come ebbe a scrivere nel 1954: «una scuola per tutti in una società responsabile deve essere differenziata. Quindi a ciascuno la propria scuola, alla società la propria scuola», nel senso che le iniziative scolastiche «devono dimostrare una grande varietà, una grande articolazione, quale risponde effettivamente alla natura di una libera società nella quale gli uomini sono uguali per dignità ma non nella loro concretezza storica, nella quale gli uomini sono differenti per vocazione e per capacità, nella quale varie sono le esigenze della società stessa, per soddisfare le quali i singoli debbono essere preparati».
Una scuola aperta e attuale
Si tratta, insomma, di realizzare una «scuola aperta e attuale», come scrisse nel 1959, precisando che si tratta di «organizzarla in modo che tutti i suoi tipi, a tutti i livelli, sia aperta e accessibile a tutti quelli che se ne debbano o se ne vogliano servire; darle un contenuto culturale attuale».
Ma già nel 1958, come ministro della Pubblica Istruzione, aveva avviato l’insegnamento dell’Educazione civica nelle scuole medie e superiori, come abbiamo ricordato su queste stesse colonne. Nel 1959 varava il piano per lo sviluppo della scuola nel decennio dal 1959 al 1969, precisando che «non si è, di proposito, vincolato in modo determinante a particolari strutture scolastiche, consentendo che la sua attuazione si adegui alle soluzioni che via via matureranno». Una indicazione preziosa per ogni programmazione che voglia essere incisiva.

