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Potenzialità e pericoli dei social media. Conversazione con Ruben Razzante

Confronto attorno ai rischi dei social per i minori: responsabilità delle piattaforme, educazione digitale e dialogo tra scuola e famiglia, per tutelare la persona senza sacrificare libertà e privacy.

Prof. Razzante la sentenza della Corte di Los Angeles del 25 marzo 2026 – che ha condannato Google e Meta ad un risarcimento di 3 milioni di dollari per il danno psicologico subito da una ragazza di 20 anni – ha stabilito che gli algoritmi e i design dei loro social Instagram e You Tube creano dipendenza e causano gravi danni alla salute mentale dei giovani fruitori.  

La motivazione che può riassumersi nell’aver progettato e gestito piattaforme capaci di indurre dipendenza compulsiva e stati d’ansia o depressione fin dall’infanzia – ha fatto da apripista a numerosi analoghi ricorsi, al punto che Mark Zuckerberg è stato richiamato in giudizio per lo stesso motivo. Non solo i contenuti dei social sono finiti sotto la lente della giustizia ma anche le tecniche di funzionamento dei social (infinite scrolling, algoritmi, notifiche, meccanismi di convincimento).

Dopo anni di indifferenza rispetto alle conseguenze di un uso sconsiderato dei social- specie in capo a soggetti minori- pare ora che la giustizia (a partire dagli USA) prenda in seria considerazione il fenomeno, individuando responsabilità e infliggendo sanzioni. Tutto questo rappresenta una svolta nel mondo dell’informazione e dell’intrattenimento online?

“Sì, si può parlare di una svolta, non tanto perché una singola sentenza possa da sola modificare il modello dell’informazione e dell’intrattenimento online, quanto perché sembra affermarsi un diverso modo di guardare alla responsabilità delle piattaforme. L’attenzione della giustizia non si concentra più soltanto sui contenuti illeciti o dannosi, ma sulle stesse architetture tecnologiche attraverso cui quei contenuti vengono proposti, selezionati e resi irresistibili.

L’orientamento giurisprudenziale emergente riporta così al centro un principio essenziale: la tecnologia non è neutrale e deve essere concepita in modo rispettoso dei diritti fondamentali della persona. Se un algoritmo, un’interfaccia o una determinata modalità di interazione sono progettati per massimizzare il tempo di permanenza e la dipendenza dell’utente, diventa necessario interrogarsi sulla loro compatibilità con il diritto all’autodeterminazione, alla salute e allo sviluppo della personalità. Il problema è ancora più delicato quando l’utente è un minore, soggetto per sua natura più vulnerabile e meno capace di riconoscere e contrastare i meccanismi persuasivi.

La vera svolta, dunque, potrebbe consistere nel passaggio da una logica di semplice “mitigazione del danno” a quella della prevenzione: i diritti fondamentali devono essere incorporati nella tecnologia fin dalla sua progettazione. Non basta correggere a posteriori gli effetti negativi di un sistema; occorre che i suoi stessi meccanismi siano costruiti secondo criteri di sicurezza, trasparenza e tutela dell’autonomia. In questa prospettiva, la giustizia sta contribuendo a definire un nuovo paradigma: non più tecnologia al servizio dell’engagement a ogni costo, ma tecnologia progettata al servizio della persona”.

Alcuni Stati hanno approvato normative che stabiliscono soglie di accesso con riguardo all’età o le stanno adottando, compresa l’Italia.

Si ha tuttavia l’impressione che queste limitazioni possano essere aggirate, a cominciare dal controllo dei requisiti di ingresso e all’atto pratico della fruizione da parte dell’utente, specie in contesti dove i genitori non sono presenti o sono poco accorti sui tempi di utilizzo da parte dei figli e sullo scorrimento dei contenuti.

Sarà possibile tecnicamente rispettare una normativa più rigorosa e selettiva e con quali forme di tutela e controllo?

“Il rispetto di una normativa più rigorosa e selettiva è tecnicamente possibile, ma presenta difficoltà significative, soprattutto quando si pretende di verificare non soltanto l’età al momento dell’accesso, ma anche l’effettivo utilizzo delle piattaforme e dei contenuti nel tempo. I sistemi di age verification possono essere elusi, mentre controlli più stringenti richiedono inevitabilmente la raccolta e la verifica di informazioni personali, con rilevanti problemi di sicurezza e tutela della privacy.

Il rischio è quindi che, per rendere effettivi i divieti, si finisca per introdurre forme di controllo generalizzato e invasivo della persona: non solo verificare l’età, ma monitorare comportamenti, tempi di utilizzo, preferenze e contenuti fruiti. È una prospettiva delicata, perché la protezione dei minori non dovrebbe tradursi in una sorveglianza permanente degli utenti, né nell’erosione del diritto alla riservatezza.

Restano inoltre i limiti pratici legati all’assenza o alla scarsa attenzione dei genitori, soprattutto nell’ambiente domestico e attraverso dispositivi condivisi o personali. Per queste ragioni esprimo un certo scetticismo sull’efficacia di divieti fondati esclusivamente sull’età. Più che su controlli generalizzati, sarebbe opportuno puntare su sistemi proporzionati di verifica, strumenti di parental control, responsabilizzazione delle piattaforme e maggiore educazione digitale, cercando un equilibrio tra tutela dei minori, libertà degli utenti e protezione della privacy”.

Eppure il Global Privacy Enforcement Network, istituito nel 2010 su raccomandazione OCSE ha compiuto nel 2025 una rilevazione sui siti web e le app utilizzate dai bambini dalla quale sono emersi alcuni dati caratterizzati da luci ed ombre.

Il monitoraggio dei dati raccolti ha consentito di rilevare nell’ordine: 1) che il 72% dei fruitori delle piattaforme ha eluso la verifica dell’età, anche mediante autodichiarazione, 2) il 59% dei siti web chiedeva di accedere con un indirizzo mail, il 46% con la geolocalizzazione e addirittura il 50% con l’accredito di nome e cognome, 3) il 71 % non forniva indicazioni sui controlli di protezione mirati per i bambini, 4) il 36% non consentiva di eliminare facilmente l’accesso tramite account, 5) solo il 35% delle piattaforme offriva la possibilità ai minori di chiedere il permesso ai genitori per continuare la navigazione nel web.

Quale significato attribuire a questi dati che riguardano i comportamenti dei minori all’atto pratico dell’accesso ai social?

“Questi dati sembrano confermare che il problema non risiede soltanto nell’assenza di norme rigorose, ma nella difficoltà di renderle effettive nell’ambiente digitale. Il dato più significativo è che il 72% degli utenti avrebbe eluso la verifica dell’età: ciò evidenzia i limiti di sistemi basati sull’autodichiarazione o su controlli facilmente aggirabili e suggerisce che una soglia anagrafica, da sola, non è sufficiente a garantire una reale protezione dei minori.

Al tempo stesso, i dati relativi alla raccolta di informazioni personali – indirizzo e-mail, geolocalizzazione, nome e cognome – mostrano un possibile effetto paradossale: per impedire l’accesso ai minori si rischia di richiedere una quantità crescente di dati anche agli utenti che intendono semplicemente accedere a una piattaforma. La tutela dei minori potrebbe così tradursi in una forma di controllo generalizzato degli utenti, con evidenti interrogativi sul piano della privacy e della proporzionalità.

Ancora più significativa appare la scarsa presenza di strumenti specificamente orientati alla protezione dei bambini: se il 71% delle piattaforme non fornisce indicazioni sui controlli dedicati e solo il 35% consente al minore di chiedere il permesso ai genitori per proseguire, emerge una responsabilità non adeguatamente assunta dalle piattaforme.

Nel complesso, quindi, questi dati alimentano un certo scetticismo sull’efficacia dei divieti fondati esclusivamente sull’età. La sfida non è soltanto impedire l’accesso, ma costruire un ecosistema digitale nel quale verifica, tutela, responsabilità delle piattaforme e coinvolgimento dei genitori siano effettivi, senza trasformarsi in una sorveglianza invasiva della persona”.

Provo ad individuare tre livelli di intervento per un’operazione complessiva di controllo e protezione dei giovani utenti dei social media.

Uno riguarda la questione delle ‘fonti’ informative, cioè l’impostazione delle piattaforme, i loro contenuti e l’accesso facilitato e senza limiti.

Un secondo contesto di intervento concerne la dimensione sociale e lata della frequentazione dei social che interessa in primis gli adulti con una smisurata produzione di esempi negativi e inappropriati per i minori.

In terzo luogo va rimarcato il dovere di esercitare attenzione e controllo nell’uso quotidiano dei social che richiamano il ruolo della famiglia, spesso disattenta ove non colpevole nella vigilanza dei propri figli e delle loro abitudini.

Ci sono altre forme di protezione da realizzare?

“I tre livelli individuati costituiscono una base importante, ma a mio avviso l’azione di protezione dovrebbe essere completata da almeno altri due ambiti. Il primo riguarda direttamente le piattaforme e la loro responsabilità.

Non è sufficiente limitare l’accesso in base all’età: occorre intervenire sulla progettazione stessa dei servizi, imponendo criteri di sicurezza e di tutela dei minori già nella fase di progettazione, limitando meccanismi che favoriscono un uso compulsivo, raccomandazioni di contenuti inappropriati, pubblicità mirata e forme di interazione potenzialmente pericolose.

In questa prospettiva, la responsabilità delle piattaforme deve essere effettiva e verificabile, senza però trasformarsi in una sorveglianza generalizzata degli utenti.

Il secondo livello riguarda la scuola e l’educazione digitale. La protezione non può dipendere soltanto dal divieto o dalla vigilanza familiare: i giovani devono essere messi nelle condizioni di riconoscere manipolazioni, contenuti ingannevoli, comportamenti predatori, cyberbullismo e meccanismi di dipendenza. L’alfabetizzazione digitale dovrebbe quindi diventare parte stabile della formazione, coinvolgendo anche genitori e insegnanti.

A questi strumenti aggiungerei infine un controllo pubblico indipendente, capace di verificare concretamente il rispetto degli obblighi da parte delle piattaforme e di intervenire in caso di violazioni. La protezione dei minori dovrebbe dunque essere il risultato di una responsabilità condivisa tra piattaforme, istituzioni, scuola e famiglia, evitando sia l’illusione che un semplice divieto anagrafico possa risolvere il problema, sia il rischio di una società fondata sul controllo permanente delle persone”.

Senza cadere nella retorica, nel pregiudizio o nella generalizzazione possiamo tuttavia individuare nei social media il canale di accesso, trasmissione e induzione di comportamenti scorretti, che inducono azioni tendenzialmente violente fino alla vera e propria commissione di reati anche tra i giovani e giovanissimi: nell’immaginario collettivo essi sono intesi come la cassa di risonanza del ‘peggio’ senza controllo.

Si pone un problema di protezione dei soggetti più vulnerabili e indifesi poiché – senza eccedere nel transfert comportamentale – immagini e contesti accessibili inducono emulazione, perdita di controllo, dissoluzione del discrimine tra il bene e il male, giochi estremi, gesti sconsiderati trasmettendo implicitamente un senso di impunità che si riverbera nella commissione di veri e propri illeciti penali.

Come possono famiglia e scuola intervenire ed interagire per fermare questa deriva? Che cosa devono fare di fronte a pericoli e comportamenti sempre più parossistici e sofisticati nell’essere la rappresentazione immaginifica del male e il gusto del proibito?

“Famiglia e scuola possono intervenire efficacemente solo se rinunciano sia all’allarmismo sia alla sottovalutazione del fenomeno. Il primo compito è riconoscere che i social non sono necessariamente la causa dei comportamenti violenti o illeciti, ma possono amplificarli, renderli emulabili e trasformarli in modelli apparentemente normali o desiderabili. Per questo occorre accompagnare i giovani nella comprensione critica di ciò che vedono, distinguendo la rappresentazione del male dalla sua accettazione e la trasgressione dalla sua legittimità.

La famiglia dovrebbe recuperare una funzione di presenza e dialogo, non limitandosi al controllo del dispositivo. Occorre conoscere le piattaforme frequentate, parlare dei contenuti incontrati, stabilire regole condivise sui tempi e sulle modalità di utilizzo e, soprattutto, creare un contesto nel quale il ragazzo possa segnalare esperienze inquietanti senza il timore di essere immediatamente punito o privato del dispositivo. Il controllo deve quindi essere proporzionato e progressivo, evitando di trasformarsi in una sorveglianza invasiva.

La scuola, dal canto suo, dovrebbe rendere strutturale l’educazione digitale, sviluppando capacità di interpretazione dei contenuti, riconoscimento delle manipolazioni, gestione dell’aggressività e consapevolezza delle conseguenze reali delle proprie azioni online. Dovrebbe inoltre offrire un presidio tempestivo nei casi di cyberbullismo, adescamento, minacce o diffusione di contenuti illeciti, coinvolgendo la famiglia e, quando necessario, le autorità competenti.

In definitiva, di fronte a forme sempre più sofisticate di rappresentazione del proibito, la risposta non può essere soltanto il divieto: serve una presenza adulta autorevole, capace di spiegare, porre limiti, ascoltare e intervenire tempestivamente. La prevenzione nasce soprattutto dalla capacità di non lasciare soli i giovani davanti a ciò che il web propone loro”.

Senza drammatizzare penso che sia necessaria un’opera di pedagogia sociale.

Credo che si debba dialogare con i ragazzi, educare ad un uso misurato delle tecnologie, al rispetto delle regole, al valore della vita e della dignità umana.

Non possiamo assistere impassibili o indifferenti a queste derive negative, imprevedibili, spesso drammatiche senza provare la via del convincimento, della ragionevolezza e dei sentimenti. Forse le generazioni più lontane dall’età adulta disprezzano i cattivi esempi di alcuni pessimi maestri. Forse la disperazione e il senso di vuoto della vita sono emozioni che si provano prima di quanto accadesse tempo fa. Si può parlare in senso deteriore di una sorta di esistenzialismo autodistruttivo precoce.

Forse alcuni ragazzi hanno compreso che ci sono giochi che comportano prove sempre più rischiose e fanno di questi – non degli affetti, non dell’amicizia, non della famiglia, non della scuola – il centro dei loro interessi, spavaldi al punto di ostentare tracotanza ed emulazione, competizione e rischio, con la certezza di uscirne vincenti. Dobbiamo far capire loro che questa concezione di sé e della vita stessa fa parte di una gigantesca, colossale e ingannevole mistificazione di cui sono vittime predestinate, tanto è profondo, imperscrutabile, indefinibile, inesplorabile il buco nero che li inghiotte ogni volta che con il proprio smartphone “varcano la soglia” di un ignoto senza meta e troppo spesso senza ritorno. Ci sono altre vie, Professore, oltre il controllo tecnico e il dialogo che induca al convincimento?

“Credo che esistano altre vie e che forse siano proprio quelle che rischiamo di trascurare quando affidiamo alla tecnica il compito di risolvere problemi che sono prima di tutto educativi e sociali. Il controllo tecnico può impedire alcuni comportamenti, ma difficilmente può spiegare perché siano sbagliati, né può sostituire la capacità di discernimento del giovane.

Occorre allora investire sul convincimento, sulla responsabilità e sulla costruzione di una consapevolezza personale. Dialogare con i ragazzi significa aiutarli a comprendere che dietro uno schermo esistono persone reali, con una dignità, dei sentimenti e dei diritti che devono essere rispettati. Significa educarli a un uso misurato delle tecnologie, alla capacità di interrompere una pratica quando diventa compulsiva, a riconoscere la manipolazione e a comprendere che non tutto ciò che è tecnicamente possibile è per questo accettabile.

Famiglia e scuola dovrebbero inoltre restituire valore alla relazione, all’empatia, alla responsabilità delle proprie azioni e al rispetto delle regole. Non attraverso prediche o imposizioni astratte, ma attraverso esempi concreti e una presenza adulta credibile. Un ragazzo ascolta più facilmente chi dimostra di comprenderne le difficoltà e non soltanto chi pretende di giudicarlo.

Di fronte alle derive più pericolose non possiamo dunque limitarci a bloccare, filtrare o sorvegliare. Dobbiamo anche educare a scegliere. La vera protezione consiste nel costruire progressivamente una libertà responsabile: la capacità di distinguere ciò che diverte da ciò che ferisce, ciò che è trasgressivo da ciò che è distruttivo, ciò che può essere fatto da ciò che deve essere evitato. In questo percorso, ragionevolezza, dialogo e sentimenti non sono strumenti deboli, ma forse la forma più profonda di prevenzione”.

Riprendo una sua riflessione dalla precedente intervista del giugno 2023: “Ci vuole un nuovo quadro giuridico incentrato su un rapporto dinamico tra essere umano e nuove tecnologie”.

Si tratta di un aspetto che diventa preliminare ad ogni approfondimento sul digitale, internet, il metaverso e l’intelligenza artificiale. “Più in generale se l’AI non verrà utilizzata in conformità con la legge e non rispetterà i diritti fondamentali delle persone, compresi quelli relativi alla dignità, alla privacy, all’onore, all’immagine, alla non discriminazione e alla proprietà intellettuale, essa diventerà il killer del benessere digitale anziché armonizzarsi con la prospettiva della costruzione di un nuovo umanesimo digitale. Bisogna dunque vigilare”.

Dopo la “Dichiarazione europea sui diritti e i principi digitali per il decennio digitale”, proclamata il 15 dicembre 2022 dal Consiglio europeo, dal Parlamento europeo e dalla Commissione europea ci sono state legiferazioni o atti normativi che ne hanno rafforzato i principi fondamentali (il concetto di tecnologie inclusive, in grado di unire le persone, una connettività di elevata qualità con l’accesso universale a internet, il diritto alla formazione digitale, i sistemi algoritmici e di intelligenza artificiale come strumenti per aumentare il benessere umano, un ambiente digitale sicuro, protetto e tutelato, le tecnologie digitali sostenibili e con un impatto negativo minimo su società e ambiente)?

Sul piano etico mi pare fondamentale l’enciclica di Leone XIV “Magnifica humanitas”. È d’accordo?

“Dopo la Dichiarazione europea sui diritti e i principi digitali del 15 dicembre 2022, l’Unione europea ha rafforzato il quadro di tutela attraverso interventi come il Digital Services Act e, soprattutto, l’AI Act, orientati a rendere lo sviluppo tecnologico compatibile con la sicurezza, la trasparenza e la protezione dei diritti fondamentali.

Ma la dimensione giuridica deve essere accompagnata da una riflessione etica più profonda. In questo senso considero di particolare rilievo l’enciclica Magnifica Humanitas di Leone XIV, che richiama la necessità di custodire la persona nel tempo dell’intelligenza artificiale. Il suo messaggio è chiaro: la tecnologia può essere strumento di progresso, ma non può diventare il criterio con cui misurare il valore dell’uomo. Occorre invece un rapporto dinamico tra essere umano e tecnologia, nel quale l’innovazione rimanga al servizio della dignità, della libertà e del bene comune.

Se l’IA non sarà governata nel rispetto della legge e dei diritti fondamentali – dalla dignità alla privacy, dall’onore all’immagine, dalla non discriminazione alla proprietà intellettuale – rischierà di trasformarsi da strumento di benessere in fattore di nuova vulnerabilità. Magnifica Humanitas ci ricorda proprio che non dobbiamo né demonizzare la tecnologia né subirla passivamente, ma esercitare discernimento e responsabilità. È questa, a mio avviso, la premessa per costruire un autentico nuovo umanesimo digitale: vigilare sull’innovazione affinché nessun progresso tecnologico finisca per smarrire ciò che deve essere sempre il suo fine ultimo, la persona umana”.

La figura del Garante per l’infanzia e l’adolescenza, presente in tutti i Paesi più civili, postula un aggiornamento in tema di competenze, attribuzioni, poteri di tutela e controllo commisurati ad una realtà sociale e di contesto in continua evoluzione, rendendo urgente un radicale ripensamento sul suo ruolo istituzionale per rendere più incisive e cogenti le sue strumentalità istituzionali, per far fronte ad un mutato scenario esistenziale dei minori.

Si assiste ad una proliferazione di situazioni sempre più sofisticate e pervasive di disagio e pericolo rispetto alle quali occorre delineare attribuzioni nuove e adeguate.

Il mondo virtuale ha ormai affiancato quello reale e non si tratta di una rappresentazione solo parallela ma spesso sovrapposta e alternativa, sovente fuorviante: è una dimensione nuova, in crescita, di cui occorre tener conto soprattutto perché dilaga in un terreno fertile come quello degli adolescenti ma spesso degli stessi bambini. Diffusione delle tecnologie e potenzialità dell’I.A. apronoscenari che recano opportunità straordinarie per la scienza e il progresso dell’umanità ma adombranocriticità persino imprevedibili: occorre sempre considerare infatti quali menti e quali mani gestiscono le loro molteplici applicazioni.

Condivide, professore, la necessità di nuove e aggiornate competenze, non solo formali, retoriche ed enfatiche ma incisive e fattuali, del ruolo e dei compiti del Garante per la tutela dei minori?

“La trasformazione del mondo dei minori impone un radicale ripensamento del ruolo del Garante per l’infanzia e l’adolescenza. Non è più sufficiente una funzione prevalentemente consultiva, di indirizzo o di sensibilizzazione: di fronte a fenomeni nuovi, sofisticati e pervasivi occorrono competenze aggiornate e strumenti realmente incisivi, capaci di produrre effetti concreti.

Il mondo virtuale non è più una dimensione separata da quella reale: è ormai parte integrante dell’esperienza quotidiana di bambini e adolescenti e spesso ne condiziona relazioni, identità, comportamenti e percezione della realtà. Social media, intelligenza artificiale, sistemi algoritmici, piattaforme digitali e nuove forme di interazione espongono i minori a opportunità straordinarie, ma anche a rischi che non sempre siamo ancora in grado di prevedere.

In questo scenario il Garante dovrebbe poter esercitare funzioni più forti di prevenzione, monitoraggio e controllo, disporre di adeguate competenze tecnologiche e interdisciplinari, acquisire dati e informazioni, promuovere verifiche indipendenti e intervenire tempestivamente nei confronti delle situazioni di maggiore rischio. Dovrebbe inoltre poter dialogare in modo strutturato con piattaforme, istituzioni scolastiche, famiglie, autorità indipendenti e forze di tutela, evitando sovrapposizioni e vuoti di responsabilità.

Non servono, dunque, nuove attribuzioni soltanto sulla carta, né formule solenni prive di strumenti operativi. Servono poteri proporzionati, risorse adeguate, professionalità specialistiche e capacità di intervento effettivo. Il Garante deve diventare un presidio dinamico della tutela dei minori, capace di anticipare i rischi e non soltanto di registrarli quando si sono già manifestati. La vera sfida istituzionale è trasformare la tutela dall’enunciazione di un principio in una protezione concreta, tempestiva e verificabile”.

Prof. Ruben Razzante

Docente di Diritto dell’informazione e di Diritto della comunicazione all’Università Cattolica di Milano e di Diritto dell’informazione all’Università Lumsa di Roma.

Editorialista di importanti organi d’informazione, è fondatore del portale dirittodellinformazione.it e di Polisophia, Community per l’Innovazione Responsabile, che punta a contribuire al dibattito pubblico sugli usi costruttivi, inclusivi e solidali delle tecnologie al servizio della crescita individuale e collettiva.

Aderiscono a Polisophia importanti player del mondo delle imprese, delle istituzioni, delle professioni e del sistema formativo. Per maggiori informazioni consultare il sito polisophia.it.