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giovedì, 22 Gennaio, 2026
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Bassa istruzione, il carburante della democrazia dei nostri giorni

Alfabetizzazione, ceto medio e crisi della partecipazione: perché la fragilità culturale incide sulla qualità del voto e sul destino delle democrazie contemporanee.

Ho letto il buon articolo di Enrico Farinone, pubblicato alcuni giorni fa su questo sito, “Trump, il potere senza argini”. Al di là del caso storico – e da manuale di psicoanalisi – rappresentato da Trump e dal trumpismo, al di là della qualità dei suoi elettori modello Capitol Hill, quell’articolo ha fatto riaffiorare una serie di convinzioni personali che da tempo mi accompagnano.

Partiamo dagli Stati Uniti: i dati sull’alfabetizzazione

Partiamo dagli Stati Uniti e da qualche dato. Un’analisi Gallup di quattro anni fa, condotta in accordo con il Ministero dell’Istruzione statunitense, ha evidenziato che poco più della metà degli americani possiede capacità di lettura inferiori a un livello di prima media.

Il 54% dei cittadini americani compresi tra i 16 e i 74 anni presenta dunque un basso livello di alfabetizzazione ed è, di fatto, nelle mani di conoscenze riconducibili alla scuola elementare.

Uno sguardo all’Italia: la crisi della democrazia partecipata

Vediamo ora l’Italia. Perché la crisi della nostra democrazia partecipata parte da lontano ed è anch’essa strettamente legata ai livelli di alfabetizzazione. Se oggi circa la metà degli elettori non va più a votare, significa che qualcosa ci ha distratti.

Gli allarmi e le avvertenze lanciati da studiosi autorevoli già da molto tempo non sono stati presi nella dovuta considerazione, nonostante potessero indicarci con anticipo come sarebbero andate le cose.

Il trend è ormai chiaro: alle urne si reca poco più del 50% degli aventi diritto. Sappiamo inoltre che coloro che restano a casa sono, in larga misura, gli italiani meno alfabetizzati. Una previsione che, per inciso, desta forte preoccupazione è quella secondo cui, con queste percentuali di votanti, i futuri premier dei “premierati” – per non parlare dei presidenti dei “presidenzialismi” – saranno eletti da una ristrettissima minoranza di cittadini.

Ricordo, per chi l’avesse dimenticato, che Giorgia Meloni governa con il consenso di circa il 17% degli italiani, avendo votato alle ultime elezioni soltanto il 64% degli aventi diritto.

Il disinteresse del ceto medio e la responsabilità sociale

Si registra così un progressivo crescendo di disinteresse e di menefreghismo verso il bene comune, che è bene di tutti. Di questo processo è responsabile soprattutto la parte più ampia e robusta della società italiana, rappresentata dal ceto medio.

Se infatti sottraiamo i circa 5,7 milioni di persone in povertà assoluta (9,8% della popolazione residente, dato Istat 2024), con oltre 2,2 milioni di famiglie coinvolte e con il 13,8% di bambini – in particolare appartenenti a famiglie straniere – sui quali, fatta eccezione per l’impegno delle mense Caritas, si registra un sostanziale disinteresse politico, una larga parte del resto della popolazione rientra proprio in questa fascia di reddito e in questa categoria sociologica.

L’avvertimento di De Rita e la “cetimedizzazione”

Vale allora la pena ricordare che già dalla metà degli anni Novanta Giuseppe De Rita ci aveva messi in guardia dai pericoli della “cetimedizzazione” della società italiana. Molti nuovi ceti medi, molta nuova borghesia, che non avevano nulla da spartire con i ceti medi e con la borghesia del passato.

L’allarme lanciato da De Rita non riguardava soltanto la fascia di reddito, ma un elemento ben più preoccupante: questa “neoborghesia” – così la definiva – mancava soprattutto di istruzione e di preparazione. Proprio per questo, osservava De Rita, non sapeva e non poteva essere classe dirigente.

Di queste avvertenze, purtroppo, non abbiamo tenuto conto.

Politica, media e bassa istruzione

C’è di più. A partire dai primi anni Duemila, anche nella sfera politica e nella classe politica italiana abbiamo avuto a che fare con questo tipo di neoborghesia. Una classe dirigente che ha giocato tutte le sue carte sulla bassa istruzione diffusa, puntando sull’approssimazione mediatica, sulle bugie odiose dei social, sulle paure legate all’immigrazione e sulla politica spettacolarizzata da una televisione e da una stampa spesso partigiane.

La formazione, le esperienze nel pre-politico, gli approfondimenti accademici, il saper parlare e il modo di parlare, le conoscenze, erano del tutto assenti. Opzioni lasciate agli ingenui. Si doveva entrare subito nell’agone politico, senza perdere tempo, senza alcuna esperienza precedente, nemmeno in un comitato di quartiere.

Un tempo si iniziava dal Comune di residenza, si cresceva gradualmente fino al Parlamento. E non parliamo di una seria formazione pre-politica: quella era semplicemente scomparsa.

La qualità della democrazia e la perdita dei valori

I risultati sono sotto gli occhi di tutti. La “cetimedizzazione” di De Rita ha inciso profondamente anche sulla qualità della nostra democrazia. Al di là della classe di reddito, dell’attività economica, del tipo di lavoro e persino dei rischi di declassamento sociale – che pure esistono – la diffusione di questo nuovo ceto medio poco colto ha prodotto una perdita di valori portanti.

Sono stati erosi i capisaldi della democrazia liberale: le libertà, il welfare, i giusti equilibri tra Stato e imprese, tra pubblico e privato. Ma si è indebolita anche la tradizione della democrazia laica e cattolico-democratica, ispirata alla dottrina sociale della Chiesa, con i suoi valori di solidarietà, uguaglianza, fraternità,  rispetto per la persona umana e per gli ultimi.

Dal voto di valori al voto istintivo

L’effetto della cetimedizzazione sul voto politico lo conosciamo bene. Si vota istintivamente, di volta in volta. Non più per le idee o per valori da tutelare, ma per un leader. Per il suo nome sulla scheda elettorale, per la sua simpatia, per le sue promesse.

Soprattutto leggendo i suoi post e interagendo sui social. Non c’è più bisogno della sezione di partito, delle scuole di formazione, degli iscritti. Basta una chat.

E spesso, purtroppo, avanza.