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L’India ha bisogno di una maggiore trasparenza sulle sperimentazioni del vaccino COVID-19

Il mese scorso, un volontario, ha parlato ai media della sua esperienza per una sperimentazione sul vaccino COVID-19 presso il King Edward Memorial Hospital di Mumbai, in India. Anche se poi tra, l’ospedale e il volontario, sono sorti dei problemi relativi alla privacy delle informazioni sanitarie che hanno portato i medici, quasi, a sospendere la sperimentazione.

Questo scambio di accuse, di cui hanno dato notizia i media locali, ha evidenziato le preoccupazioni in corso sulla trasparenza delle sperimentazioni in India.

La nazione ha ora cinque vaccini candidati in varie fasi dei test sull’uomo. Ma la condotta e la regolamentazione di questi studi sono spesso opachi.

Ad esempio, lo studio, sponsorizzato dal Serum Institute of India che sta testando la versione del vaccino AstraZeneca, sembra utilizzare un protocollo diverso, rispetto a quello fornito per la fase III dalla stessa AstraZeneca.

Anche se in India, è difficile dare un giudizio perché i protocolli non sono di pubblico dominio.

Il futuro di Trump

Finalmente Trump ha consentito l’avvio della transizione. Quasi contemporaneamente, Biden ha presentato al Paese alcuni importanti membri della futura amministrazione da lui nominati. Tutto sembra quindi rientrare nell’alveo della normale successione presidenziale a seguito – a quanto pare – della pressione congiunta su “the Donald” dei membri più realisti del suo “staff” e della sua famiglia. 

Eppure, egli non ha ancora ammesso la sconfitta, continuando le battaglie legali in vari Stati (la più parte delle quali già perse) e/o esigendo il riconteggio delle schede in altri. Del resto, il sistema americano del collegio elettorale lo consente. Però mai in precedenza nessun altro candidato sconfitto alle urne aveva mobilitato schiere di avvocati e cariche pubbliche statuali per rigettare il verdetto popolare. 

Nel 2000, quando la contesa tra Bush jr e Gore era rimasta in bilico per un tribolato conteggio di voti in Florida, “il repubblicano di ferro” Antonino Scalia, Presidente della Suprema Corte (investita della questione), determinò con il suo voto la vittoria di Bush per un pugno di schede (peraltro contestate). Gore, un po’ per decisione propria e molto per l’azione del Partito Democratico, pose poi fine alla disputa, telefonando al rivale per congratularsi e consegnargli così la Casa Bianca.

Oggi, questo comportamento non sembra, almeno per il momento, praticabile, perché Trump fa dell’innata prepotenza l’arma migliore, anche nei confronti del suo stesso partito. Come del resto fece fin dal momento della sua candidatura, cinque anni orsono, non curandosi dell’aperto ostracismo dei vertici. Da allora nessuno è stato in grado di opporsi ai suoi diktat, soprattutto dopo alcuni successi in politica interna (economia) ed internazionale (Nord Corea, Cina e Medio Oriente). Oggi, peraltro, appoggiare Trump, seppur sconfitto, o non contrariarlo più del necessario, sembra opportuno al Partito in vista del prossimo ballottaggio elettorale in Georgia, dal cui esito dipenderà il controllo del Senato.

Il suo slogan “America first” ha fatto presa su una vasta platea di cittadini, soprattutto bianchi, benpensanti, accesi nazionalisti, residenti nelle aree rurali, in gran parte poco istruiti, delusi a vario titolo, ostili al governo centrale, generalmente fuori dal quotidiano dibattito politico nonché cronicamente sensibili al suono dell’inno nazionale ed allo sventolio della bandiera a stelle e strisce, che immancabilmente spicca sul tetto delle loro case. Insomma, tutti coloro che Hillary Clinton definiva (con una sintesi estremamente parziale ed infelice, che le costò la presidenza) “una massa di qualunquisti, razzisti, sessisti, omofobi, xenofobi…”.

Questa è l’onda popolare che Trump non ha mai cessato di cavalcare e che gli ha consentito di ottenere un numero di voti superiore a quello da lui incassato quattro anni orsono, numero che anche i più avveduti sondaggisti non avevano previsto. Un suo grande errore (forse fatale) si è rivelato avere gestito male la pandemia, oscillando tra negazionismo assoluto e fallaci prove di forza, dimostrando di non sapere dialogare con l’intero corpo elettorale per non avere neppure tentato di conquistare almeno una parte di cittadini indecisi, fluttuanti cioè nell’area grigia dei votanti.

La perdurante, ostinata ed insolita ritrosia ad accettare la sconfitta potrebbe essere interpretata come la volontà di far credere che soltanto i brogli elettorali lo hanno sconfitto per ottenere da subito un “bonus” da spendere nella prossima competizione presidenziale, quando potrà presentarsi come candidato in cerca di compensazioni poiché già una volta defraudato ingiustamente della vittoria.

C’è però anche chi sostiene che lo sforzo di Trump per mantenere in piedi la figura di imprenditore di successo sceso in campo per dare voce ad una massa di cittadini insoddisfatti nasconda la volontà di difendersi con maggiore autorevolezza, una volta fuori dalla prestigiosa palazzina in Pennsylvania Avenue, dalle accuse che pendono su di lui e che transitano dalla frode bancaria, assicurativa e fiscale allo sfruttamento della posizione di Presidente per favorire le proprie finanze, accettando contributi da parte di governi stranieri.

Sia come sia, contrariamente ai suoi predecessori, Trump non sembra, almeno a questo stadio, coltivare l’intenzione di farsi da parte, trasformandosi in conferenziere dal gettone di platino, scrittore di best-sellers autobiografici e/o applaudito “testimonial”. Infatti, tutto fa ritenere che egli intenda restare ancora alla ribalta della politica almeno fino alla prossima elezione, soprattutto se alcuni giovani parlamentari repubblicani emergenti (in prima fila, i senatori Cotton e Hawley) non riusciranno ad impedirglielo.

Giuliano Cazzola: “Ci vuole  una nuova visione dell’Europa fondata sul raggiungimento di nuovi obiettivi che devono essere il più possibile comuni ed integrati”.

On.le Cazzola, nella Sua lunga militanza di uomo delle istituzioni Lei ha vissuto con intensità la stagione del sindacato, poi quella politica, l’insegnamento accademico e il giornalismo. Dissimulando l’aforisma di Oscar Wilde secondo cui “l’esperienza è il nome che diamo ai nostri errori” quanto invece l’ha formata e arricchita questa lunga e poliedrica vicenda umana, professionale e culturale? Forse l’aver vissuto intensamente e con profonda immedesimazione quel sentimento che Giuseppe De Rita definisce “tenace continuismo” a fronte delle discontinuità dei contesti specifici in cui ha realizzato la ‘Sua’ personale esperienza?

I nostri errori fanno parte del nostro vissuto; e se ne compiono sempre in tutte le attività che svolgiamo oltreché nella vita personale. E poiché la vita è una recita che non ammette repliche dopo la ‘’prima’’ spesso non abbiamo neppure la possibilità di rimediare ai nostri errori. Non c’è dubbio che l’esperienza più importante è stata quella sindacale. È durata ventotto anni, è stata molto formativa perché ho avuto la fortuna di viverla in un periodo importante, ho lavorato e conosciuto grandi personalità e ho ricoperto incarichi di prestigio. Soprattutto l’esperienza sindacale mi è stata utile perché si intrecciava con i miei interessi di studio che non ho mai abbandonato  dopo la laurea in diritto sindacale e mi ha consentito di interloquire con i più grandi giuslavoristi del mio tempo, come Federico Mancini e Gino Giugni. In un certo senso, per il ruolo che ricoprivo nel sindacato, ho sempre fatto parte della loro scuola. Fino alla mia amicizia con Marco Biagi. Nel sindacato ho contratto il grande amore della mia vita: le pensioni, il welfare. Un sapere che mi ha sempre tenuto a galla in tutte le vicende, spesso travagliate che ho attraversato. Per concludere devo riconoscere che la vita è stata molto generosa con me. Dopo gli studi volli fare il sindacalista rinunciando alle altre opportunità che si offrivano ad un laureato. Poi negli anni queste opportunità si sono presentate nella mia vita una dopo l’altra: sono diventato un dirigente dello Stato, in questo ruolo ho trascorso ben 13 anni ai vertici degli Istituti previdenziali, ho avuto incarichi di docenza universitaria e ho fatto parte del Parlamento, per una sola legislatura, ma ricoprendo un ruolo da protagonista nella legislazione del lavoro. La vanità mi porta, benché quasi ottantenne a stare ancora sulla breccia, fino a quando non verrà il momento di dire come il vecchio Simeone ‘’Nunc dimittis servum tuum, Domine’’.

L’ex Presidente della BCE Mario Draghi , nella lectio magistralis per il conferimento della laurea ad honorem presso la Cattolica di Milano ha indicato tre caratteristiche che il decisore politico deve possedere: la conoscenza, il coraggio e l’umiltà. Ritengo che la conoscenza sia il prerequisito per esercitare un mandato pubblico secondo i principi della competenza e della responsabilità. Il coraggio può essere inteso come la capacità di valutare la soluzione migliore in una situazione complessa e la decisione di  perseguirla anche a costo di apparire impopolari. L’umiltà è la capacità di procedere nel proprio  impegno avendo a cuore non i personali interessi o punti di vista ma il raggiungimento del bene comune. Se – assunto per vero questo aforisma – diamo per scontata la loro complementarietà , di quale tra queste tre doti Le sembra più carente la politica, oggi?

Di tutte e tre, salvo eccezioni che pur esistono. Ma con Dante potremmo dire: ‘’Giusti son duo ma non vi sono intesi’’. La conoscenza è addirittura ritenuta inutile, tutto è diventato un’opinione. Abbiamo rovesciato lo schema hegeliano: è reale ‘’il percepito’’. E la politica deve regolarsi sulla base di quanto l’opinione viene indotta a ‘’percepire’’ i complessi problemi del nostro tempo attraverso rappresentazioni infedeli e l’implementazione dei pregiudizi. Il coraggio è diventato spregiudicatezza, l’umiltà è considerata una debolezza.  Vince chi  fornisce  soluzioni semplici per i problemi ovviamente senza  la pretesa di risolverli. Pensi a come è stato trattato il problema strutturale dei migranti negli anni scorsi prima delle elezioni e dopo. 

Stiamo vivendo una stagione densa di criticità a motivo della pandemia in atto. Non Le chiedo di cimentarsi nell’ipotizzare risposte alle cause scatenanti di questo tsunami che sta investendo l’umanità  (che palesa discordanze tra gli stessi scienziati) , quanto di inquadrare la dimensione delle ricadute economiche di questo sconvolgimento, a livello nazionale e internazionale. Mi pare di cogliere uno scivolamento dalle ragioni della geopolitica agli assetti  ma anche alle conseguenze negative di un nuovo scenario sul piano geoeconomico:  ciò non aiuta a far valere le alleanze, se mai espone al rischio di politiche espansive che possono egemonizzare i mercati partendo da nuovi punti di forza. In primis le mire espansionistiche della Cina, a margine anche del fenomeno pandemico: tra i pochi Paesi con il PIL positivoCondivide questa valutazione?

Io non sono ottimista. Come ha stimato la Confindustria proprio in questi giorni il quarto trimestre non avrà lo sprint del terzo, ma tornerà il segno negativo a causa delle chiusure che sono state adottate per reagire al secondo tempo del contagio. Mi preoccupa soprattutto l’incapacità del sistema Paese, partendo dal governo, dalla classe politica fino alle organizzazioni sociali, di andare oltre la politica dei ‘’ristori’’. Sta passando l’idea di un assistenzialismo di massa, che le risorse debbano essere utilizzate per tirare avanti senza lavorare né produrre. Diciamo che nulla sarà come prima ma a suon di miliardi presi a debito non facciamo altro se non congelare il vecchio mondo, come se, passata la pandemia, potesse ripartire come prima, con le stesse aziende, gli stessi organici, i medesimi livelli produttivi fino all’ora X ibernati attraverso la cig (‘cassa integrazione guadagni’ – ndr) da Covid 19, il blocco dei licenziamenti, i vari bonus a fondo perduto.

Gettando uno sguardo d’insieme sul vecchio continente si coglie l’immagine di uno scacchiere dove le pedine sono paralizzate dal timore delle mosse dei giocatori: si avverte l’assenza di un play maker in grado di agire sulla base di una conoscenza esperta, di una silente ma efficace presenza al di fuori e al di sopra dei “particulari” impedienti, in possesso di una visione non solo tattica ma strategica di lunga deriva, una mente capace di contemperare le divergenze unificandole e portandole a sintesi necessaria nel perseguimento di risultati rassicuranti e ispirati al bene comune. Quanto è diventato complicato portare a compimento il progetto politico di un’Europa unita pensato dai suoi padri fondatori? Quanto è rischioso affrontare i temi del momento ma anche l’idea di una ripartenza dell’economia 4.0  che renda solidali gli Stati membri dell’UE?

Ci sono due leader dotati di una visione dell’Europa: Macron e la Merkel. La Cancelliera ha visto il suo ultimo semestre della presidenza di turno requisito dalla pandemia di cui ha dovuto occuparsi anche nel suo Paese. Pur tuttavia ha sostenuto e patrocinato la svolta della Commissione. Quella del Recovery Fund può essere un’occasione irripetibile, ma nessun Paese se lo troverà scodellato in un piatto, se l’operazione di carattere economico non sarà sostenuta da un progetto politico comunitario. Si è citato in questi mesi il Piano Marshall del dopoguerra che non fu solo un disegno illuminato per la ricostruzione dell’Europa (allo scopo di evitare gli errori commessi alla fine della Grande Guerra che poi portarono in pochi decenni al Secondo conflitto mondiale), ma partiva dal progetto di un’alleanza tra Stati fondata su valori di democrazia e libertà non solo politiche ma anche economiche. E tutti i Paesi che aderirono assunsero anche lo stesso modello di sviluppo: i beni di consumo durevoli che erano molto richiesti sui mercati internazionali. In Italia, non solo per le istanze geopolitiche di quei tempi, i cui confini d’influenza erano state poste a Yalta, ma anche sul terreno delle strategie economiche fu sconfitta la sinistra nel 1948. Il suo modello di sviluppo (si pensi al Piano del Lavoro della Cgil) era incentrato sullo sviluppo di un mercato interno, mentre il miracolo economico ebbe come motore le esportazioni ovvero la capacità del nostro sistema produttivo di liberarsi dei prodromi dell’autarchia e di competere sui mercati internazionali. 

Ci si interroga sul Recovery Fund e sull’utilizzo degli oltre 200 miliardi previsti per il rilancio del nostro Paese. Trovo che ci sia molta enfasi sull’eccesso di annuncio a fronte di un differimento temporale dei benefici. Questa straordinaria opportunità – paragonata ad una sorta di Piano Marshall troverà una classe politica preparata a gestirla? Si fanno ipotesi e congetture, tassonomie e priorità ma la sensazione è che manchi una visione d’insieme lungimirante, organica e di lunga deriva. Sulla base della Sua esperienza di economista ha qualche indicazione da suggerire?

Oggi, sia pure in forme diverse, si pongono i medesimi problemi che abbiamo ricordato prima: globalizzazione o protezionismo; statalismo o iniziativa privata; società aperta o dirigismo; multilateralismo o isolazionismo; integrazione o sovranismo. Il Recovery Fund si muove, in una direzione coerente, nel contesto di queste opzioni. E’ importante che Donald Trump sia stato sconfitto e che gli Stati Uniti ritornino sui loro passi, alla guida di una comunità di Stati sempre più integrati negli ordinamenti e nell’economia. L’elettorato americano ha tagliato la testa del serpente. Quanto alle indicazioni bisogna trovare il coraggio del naufrago citato dal Manzoni: abbandonare l’appoggio precario che ci ha sostenuti finora (la politica del ‘’ristori’’ appunto) per aggrapparci a qualche appiglio più solido. Ci vuole  una nuova visione dell’Europa fondata sul raggiungimento di nuovi obiettivi che devono essere il più possibile comuni ed integrati, nel perseguimento dei quali (pensi ad un nuovo assetto delle infrastrutture, della viabilità e dei trasporti) ogni Stato sia chiamato a svolgere la sua parte.

Il famoso MES ha diviso la politica italiana e lo stesso Governo. Le ragioni per usufruirne o meno sono polarizzate e inconciliabili. Parlandone con lui, il Prof. Cottarelli mi ha espresso il convincimento che, in ragione delle finalità di questo ipotetico finanziamento a interessi prossimi allo zero, si tratti di una opportunità da non perdere. Tuttavia chi si oppone lo fa con argomentazioni decise e non negoziabili. Un’altalena di sì e di no che certo non aiuta a immaginare un piano di riassetto e rilancio del sistema sanitario messo alle corde dal Covid e da anni di tagli alle spese. Osservo – come semplice cittadino- che mentre gli ospedali sono intasati e privi di strutture, il personale sanitario messo in una condizione di stress professionale al limite, indulgere delle diatribe del possibilismo inconcludente sia più negativo di qualsiasi decisione che poteva essere presa da tempo. Procrastinamento, rinvio, incertezza procedurale paralizzano il Paese e spaventano la pubblica opinione.  Qual è la Sua valutazione al riguardo?

Non aderire al Mes è stato un errore, un ‘’perseverare diabolicum’’. Era una scelta da fare subito a maggio/giugno. Certo, il contagio corre molto più in fretta delle misure di contrasto che si sarebbero potute adottare da subito. Il prestito del Mes sanitario era più conveniente sul piano dei tassi di interesse rispetto a quelli dei nostri titoli di Stato (0,01% a fronte di un tasso medio del 2,4%) che peraltro cominciamo a trovare più difficoltà di sottoscrizione sui mercati (il titolo Futura, l’ultima creatura del nostro debito sovrano, non ha ottenuto il successo auspicato). Non solo i tassi sono più convenienti (e le condizioni sono più chiare) che in altri prestiti a cui abbiamo fatto ricorso (come il Sure). L’impiego del Mes sarebbe stato utile (e potrebbe ancora esserlo) in una prospettiva più lunga. Leggendo con l’attenzione che merita il Rapporto 2020 di coordinamento della finanza pubblica della Corte dei Conti ci si accorge che un esame condotto nel  2018 aveva stimato che, per cominciare a dare risposta al fabbisogno per l’edilizia sanitaria su tutto il territorio nazionale sarebbero occorsi circa 32 miliardi. Nel 2018, per di più, nessuno aveva previsto il cataclisma della pandemia né l’esigenza di dedicare interi presidi sanitaria alla gestione della pandemia. Poi, c’è un altro problema. Esiste innanzi tutto un problema di organizzazione del sistema sanitario: evitare il collasso delle strutture ospedaliere che non sono in grado di fare fronte da sole agli effetti del contagio. Come ha certificato la Corte dei Conti:’’ La riorganizzazione della rete di assistenza e l’uso complessivamente più appropriato delle strutture ospedaliere non sempre sono stati accompagnati in questi anni da un’adeguata offerta dell’assistenza territoriale rivolta alla parte “più debole” della popolazione, cioè anziani e disabili’’. L’epidemia ha messo in evidenza un grave handicap strutturale: la medicina del territorio. Poi c’è la questione del personale sanitario, dove si è visto che non esiste un ‘’esercito di riserva’’ e che la carenze sono anch’esse strutturali. In sostanza, io credo che anche il ricorso ai lockdown siano utili se servono a guadagnare tempo per sistemare le cose, per rafforzare il sistema sanitario anche a livello territoriale. Altrimenti diventa un gioco a nascondino con il virus, la corsa tra la tartaruga e Achille che non finirebbe, nella realtà, come nel paradosso di Zenone. 

 La vicenda delle due fasi della pandemia ha dimensioni planetarie. Tuttavia altri Stati hanno adottato misure profilattiche e di gestione dei comportamenti collettivi più semplificati. I nostri DPCM non si contano più (la Germania o la Svezia non ne hanno emanato neanche uno, limitandosi a raccomandazioni senza generare la burocrazia asfissiante che ci sta soffocando) . Trovo che da noi tutto sia maledettamente più complicato che altrove: il decisionismo può essere una buona scelta ma non Le sembra che le decisioni via via assunte abbiano evidenziato persino tratti contraddittori? La gestione dello scorso anno scolastico non è stata ottimale: i mesi di chiusura delle scuole non sono stati usati per programmare al meglio la ripartenza di settembre. Nessuno aveva previsto il problema del trasporto scolastico, i banchi non sono stati ordinati per tempo, gli organici sono rimasti gli stessi. E poi le alternanze di aperture/chiusure degli esercizi commerciali, delle aziende, delle piccole e medie imprese. E ancora la limitazione delle libertà personali, necessaria per il bene comune ma farraginosa. Un esempio: in un Comune è stato deciso il divieto di sosta dei pedoni, in un altro il divieto di passeggio. La multa ad un anziano che leggeva il giornale seduto su una panchina. Consideriamo l’autocertificazione modificata almeno dieci volte. La discrezionalità dei controlli. Ma soprattutto il continuo, devastante conflitto tra Stato e Regioni. Perché l’autonomia dei Lander non produce contenziosi continui come accade da noi? Vogliamo considerare anche il peso della personalizzazione della politica e il timore di assumere decisioni certe e impopolari per ragioni di consenso elettorale?

Le sue sono considerazioni tutte condivisibili. Io credo che in quest’ultima fase si siano adottati provvedimenti a casaccio. Si sono chiusi i locali e gli esercizi in cui erano state adottate dopo il lockdown di primavera misure organizzative che garantivano il distanziamento. Sono stati chiusi i ristoranti, i cinema, i teatri dove gli avventori correvano meno rischi che altrove. Questi provvedimenti sono stati diseducativi perché hanno costretto persone che volevano lavorare a chiedere assistenza. È una strada che non porta da nessuna parte, perché un’azienda non sopravvive soltanto perché al suo proprietario è garantito un reddito che sostituisce i ricavi. Io mi sono chiesto più volte perché nella scuola, invece che la pantomima dell’insegnamento a distanza non si siano diversificati gli orari. Che cosa impediva alle scuole superiori di stare aperte il pomeriggio? Gli studenti si presentavano alle 14 in aula e gli insegnanti lavoravano di pomeriggio secondo il loro orario normale. In questo modo si sarebbe ridimensionato anche il problema del trasporto locale. Spesso i presidenti delle Regioni sono passati da un giorno all’altro da una posizione orientata alla massima chiusura ad un’altra che chiedeva maggiore elasticità. Hanno chiesto che fosse il governo a decidere rivendicano poche ore dopo maggiore autonomia. I governatori – non tutti – si sono giocati il prestigio acquisito nella prima fase.

Una  ricerca dell’Università ‘La Sapienza’ , che ho avuto modo di recensire, evidenzia il problema della sostenibilità generazionale , che non si riduce solo alla statistica  di chi lavora e paga le pensioni di chi non lavora più,  ma va vista  in un’ottica di medio-lungo periodo nella tenuta stessa del sistema. Il sociologo Luca Ricolfi ha descritto il fenomeno “della società signorile di massa” dove la generazione dei nonni e dei padri mantiene quella dei figli secondo una logica di rendita ereditata ma improduttiva. Emerge il problema della centralità del lavoro che non esce dal cilindro del mago di turno, poiché comporta i temi della scelta negli investimenti, della competizione sui mercati, della giustizia sociale ecc. Ecco allora che emerge il tema della “Ripartenza”, del rilancio industriale, delle scelte dei settori produttivi, del taglio dei rami secchi, dell’ecologia (“green economy”) e della digitalizzazione. Bastano questi contesti o serve la prospettazione di un “modello sociale di sviluppo”? Osservo che l’Italia è diventato il Paese dei “bonus senza controllo”: sono secondo me bocconi elettorali gettati al lupo che ci insegue. Chi avrà mai il coraggio di una drastica revisione delle politiche di spesa pubblica? E questo si potrà fare senza intaccare il principio costituzionale della giustizia sociale?

L’ho detto prima. Anche questa volta il Covid ha fatto politica, hanno funzionato il bastone delle chiusure di colore cangiante e la carota dei ‘’ristori’’ ( ormai è questo il concetto chiave della neoeconomia italiana). Sono bastati alcuni giorni per passare alla rivendicazione di più consistenti ristori dalla protesta – anche violenta – per la messa in quarantena di attività economiche che non avevano alcuna responsabilità (o almeno non era dimostrata) nell’impennata della curva dei contagi e che, dopo il lockdown di primavera, avevano sostenuto, in proprio, gli oneri della messa in sicurezza secondo le disposizioni di legge (anzi di DPCM). Siamo partiti dal ‘’fateci lavorare’’ per arrivare in breve, e comprensibilmente,  al ‘’tengo famiglia anch’io’’. Pur con tutte le tensioni aspre che attraversano la società, il Paese vive – come afferma una canzone del grande Lucio Battisti – una ‘’sensazione di leggera follia’’: finalmente è consentito spendere quanto è necessario, senza preoccuparsi dei vincoli di bilancio. Se le risorse in deficit non bastano, se si devono finanziare altre settimane di cig-Covid (e continuare a bloccare i licenziamenti) oltre le originarie previsioni, c’è sempre la possibilità di chiedere e ottenere dal Parlamento un altro scostamento di bilancio. Ormai ci sta anche l’opposizione, che non si accontenta di una legge di bilancio da 38 miliardi; ne chiede una da 100. Caso mai il problema non riguarda l’an, ma il quantum e il quomodo.  Come si fa a non capire che non ha prospettive una situazione in cui lo Stato si candida a garantire non solo i redditi, ma anche i ricavi? Che la cig (‘cassa integrazione guadagni’- ndr)a zero ore non è un posto di lavoro? Che di un negozio chiuso non è assicurata la riapertura se l’Agenzia delle Entrate fa pervenire un bonus sul conto corrente del titolare? Certo, è indispensabile il ‘’primum vivere’’. Ma noi sappiamo anche che nessun pasto è gratis. E sappiamo anche chi pagherà per i  nostri pasti in regime di ‘’ristoro’’.   La società signorile di massa si sta trasformando in una società assistita. 

Max Weber aveva pensato alla burocrazia come motore necessario per il funzionamento degli apparati. Mi pare che la prassi in uso nella nostra burocrazia assomigli più ai distinguo della logica bizantina: lentezza esasperante nelle procedure, fardello insopportabile per il cittadino e l’impresa, affastellamento di competenze in contrasto tra loro che incrementano la lentezza della giustizia civile e i contenziosi, motivo di frustrazione e di esasperazione per chi vorrebbe creare lavoro e quindi ricchezza. Eppure da due anni va avanti la sperimentazione del reddito di cittadinanza distribuito senza criteri e senza controllo, l’affidamento ai cd. “navigator” del compito di trovare lavoro ai percettori del reddito. Sempre da una ricerca della Sapienza si stima che sia stato trovato lavoro a una minima parte del totale dei percipienti. Gli uffici prov.li del lavoro restano arcaiche strutture improduttive. Eppure nella legge di bilancio questa voce prevede un aumento di fondi ad hoc. Condivide questa scelta?

Il presidente dell’ANPAL Mimmo Parisi  ‘’l’uomo venuto dal Mississippi’’  a ‘’miracol mostrare’’  in tema di piattaforme informatiche, nei giorni scorsi, l’11 novembre, durante una audizione in Commissione  Lavoro della Camera ha dichiarato che oltre un quarto dei beneficiari del reddito di cittadinanza tenuti alla sottoscrizione di un patto per il lavoro (1.369.779) ha trovato un lavoro da quando è stata istituita la misura. Si tratta di 352.068 beneficiari, pari al 25,7%.  La grande maggioranza dei contratti è stata a tempo determinato e al 31 ottobre i beneficiari RdC con un rapporto di lavoro ancora attivo erano 192.851. Ho voluto approfondire la materia perché il risultato mi sembrava, tutto sommato, importante. Ho trovato delle  discrepanze  tra i dati forniti dall’ANPAL,  l’11 novembre  e quelli registrati fino alla data del 10 febbraio 2020. Allora si disse che i beneficiari del RdC che avevano avuto un rapporto di lavoro, dopo l’approvazione della domanda, erano 39.760. Quanto alle caratteristiche soggettive, il 67,4 per cento dei beneficiari aveva un’età inferiore ai 45 anni. Circa poi alle tipologie dell’occupazione, il 65,2 per cento era a tempo determinato, il 19,7 per cento a tempo indeterminato, il 3,9 per cento in un rapporto di apprendistato. Nella ricerca del lavoro, fu confermato,  continuavano ad avere un ruolo predominante, in Italia, i canali informali (costituiti da parenti, amici e conoscenti: 87,2 per cento contro l’87,9 per cento nell’intero anno 2018). Che da febbraio a novembre – con 100 giorni trascorsi in lockdown  con le ben note conseguenze sull’economia –  le occasioni di lavoro siano state quasi duplicate sembra abbastanza improbabile. Ci vorrebbe, almeno, una spiegazione.

La vita ci insegna che non esiste economia sostenibile senza una solida base etica.  Che cosa impariamo da questo assioma? Forse che nulla ci viene regalato e che tutto quello che possiamo procurarci in nome del progresso comporta pur sempre fatica, rinunce e sacrifici? Che cosa possono fare la famiglia e la scuola per educare i giovani al senso civico e al rispetto degli altri?

Mandare a memoria una frase di Norberto Bobbio: ‘’I diritti umani anche se sono stati considerati sin dall’ inizio  naturali, non sono stati dati una volta per sempre.” E spiegare che i nostri diritti sono anche doveri nei confronti degli altri. Il nostro tempo si è ubriacato di diritti. Ci sono subculture recenti che pretendono di scegliersi il sesso e di negare le naturali differenze di genere. Grazie anche ai progressi della medicina e degli strumenti di accertamento delle caratteristiche del nascituro, stiamo trasformando l’aborto da un diritto della donna ad una misura eugenetica che consente non solo di decidere se avere o non avere un figlio, ma quel figlio di cui si conosce tutto dal momento del concepimento.   Poi in questa pandemia ci siamo accorti che Matusalemme è diventato Erode. Il virus colpisce gli anziani e i vecchi ma il costo socioeconomico ed esistenziale delle misure di ‘’mitigazione’’ lo pagano i giovani, oggi con la disoccupazione, domani ereditando un mondo sfasciato nell’economia e oberato di debiti. Vede, tra pochi mesi io compirò 80 anni. Come diceva all’inizio della nostra conversazione ho avuto tutto dalla vita. Non per merito mio ma perché ho vissuto in un’epoca storica che lo consentiva. Adesso mi pongo una domanda: che diritto ho io, che diritto ha la mia generazione di prosciugare le risorse di quelle future soltanto per rubacchiare qualche anno di vita in più?

Ma davvero Zagrebelsky vorrebbe abolire le Regioni? O invece il tarlo che lo rode è un altro

Per gentile concessione dell’autore Enzo Balboni proponiamo un ampio stralcio dell’articolo apparso sul sito http://www.lacostituzione.info/ con possibilità di leggere il testo integrale digitando l’indirizzo riportato a fondo pagina.

La lettura del recente articolo di Gustavo Zagrebelsky “La democrazia dell’emergenza” (La Repubblica del 18-11-2020) mi ha lasciato sconcertato. L’assunto principale mi sembra questo: poiché le Regioni sono state governate male sarebbe buona cosa abolirle! (N.B.: il punto esclamativo non è mio, ma dell’Autore). Il tutto in nome e per conto dell’emergenza che farebbe a pugni con la democrazia. Là dove emerge un’emergenza ci vuole un decisore unico e risoluto.

Mi torna in mente un evento politico della fine degli anni ’80, quando in Italia (si diceva) non si riuscivano a fare i parcheggi per le auto nelle città. Si inventò all’uopo un nuovo Ministero per le Aree urbane, affidato all’ex sindaco di Milano Tognoli e questi fece varare, immediatamente, una legge che in nome dell’”emergenza parcheggi” attribuiva pieni poteri allo Stato sottraendoli alle Regioni e ai Comuni, adottando un programma straordinario con una tempistica accelerata. Così, alle normali emergenze dei quattro elementi individuati originariamente da Empedocle (acqua, aria, fuoco e… terremoto) si poté aggiungere la straordinaria emergenza dei parcheggi. Se ne occupò la Corte costituzionale con una sentenza [27 luglio 1989 n. 459] che chi scrive annotò per Le Regioni [“Festina lente”, Le Regioni n.6/1990]. Lo scrittarello piacque al direttore Livio Paladin che non era certamente un difensore delle Regioni… a prescindere.

Si vadano a rileggere quelle amare e realistiche pagine dedicate al tema dell’avvio della riforma regionale (primi dieci anni) contenute in “Per una storia costituzionale dell’Italia repubblicana” [Il Mulino, 2004] là dove l’autore triestino denunciava, come male di fondo, i cattivi trasferimenti di funzioni realizzati nel 1972 e 1977, il mai attuato riordino della amministrazione centrale dello Stato (su cui hanno predicato per decenni Berti, Pastori, Onida, Cammelli e Bin tra gli altri) e la persistente diffidenza della Corte costituzionale.

È certamente vero che non è affatto decollato quel “nuovo modo di governare” auspicato dai regionalisti, o meglio dagli autonomisti, di più sicura fede – a cominciare da Benvenuti e Pototschnig. Ma già il padre Dante, traducendo in volgare la dottrina cristiana, ci ha insegnato che “fede è sostanza di cose sperate, ed argomento delle non parventi”. E cosa potevano fare di più e meglio i giuristi c.d. regionalisti se non suggerire piani, programmi e metodi… possibilmente innovativi e migliorativi di quelli che passavano sotto le fatali insegne dello Stato centrale?

È vero che i Presidenti delle Regioni si sono innalzati a “governatori”, ma questo non l’hanno fatto con un pronunciamiento putschista, ma con la compiaciuta complicità dell’unica classe partitica nazionale.

Vi dice qualcosa il richiamo del vecchio Immanuel al “legno storto dell’umanità”? È con la stessa materia vegetale che si costruiscono i governatori, i deputati e i ministri.

Di chi è la colpa se la Regione nata – riconosce Zagrebelsky – «come progetto di politica vicina ai cittadini, efficiente nell’interpretarne i bisogni e le tradizioni, nemica del centralismo autoritario, palestra di formazione di classi dirigenti nazionali, innovative e programmatrici, fecondatrici di una unità nazionale partecipata» si è dileguata e pressoché inabissata?

Non sarà perché non si è concretizzato il presupposto di una Regione come organismo che si percepisca e sia autonomo, come struttura, funzioni e attività. E tale presupposto non potrebbe essere l’utopica – ma necessaria – “comunità” regionale? C’è, ci sono le comunità regionali e locali pronte a lavorare per dare un senso alle loro, rivendicate, autonomie? Sono saliti alla ribalta coloro che sono disposti a fare i sacrifici indispensabili per portare avanti le proprie scelte e coltivare le loro specifiche identità? Soprattutto sul piano dei “tributi propri”. Ma come si può immaginare una decorosa ed efficace ripartizione di competenze e funzioni tra Stato e Regioni (e autonomie locali) senza aver dato prima attuazione alle chiarissime disposizioni dell’art. 119 Cost., soprattutto il decisivo comma secondo (“stabiliscono ed applicano tributi ed entrate propri”) insieme, ovviamente, alla sacrosanta disposizione solidaristica del terzo comma (che statuisce un fondo perequativo per i territori con minore capacità fiscale)?

Qui l’articolo completo

La prematura scomparsa di un genio

Premesso che non sono un esperto di calcio e che non potrei apprezzare i gesti sportivi come altri invece che lo seguono con passione e continuità, ma la morte di Diego Armando Maradona, colpisce anche chi non ha mai praticato quello sport.

Se n’è andato forse il genio più elevato che la storia del calcio ci abbia regalato. Una vita all’insegna delle massime altezze e dei gesti sublimi di un ragazzo nato nei quartieri più poveri dell’Argentina.

Ha deliziato tutti i suoi sostenitori, vestendo per diversi anni la maglia del Napoli. Le sue reti restano inavvicinabili opere d’arte. Ha fatto sognare la sua Nazione e ha celebrato la grandezza del Napoli nella seconda parte degli anni ottanta.

Vita, dopo i grandi successi, un po sregolata. Muore a 60 anni; 30 anni di successi mondiali e gli ultimi 30 anni all’insegna di parecchie difficoltà, difficoltà che non hanno mai, comunque, offuscato la sua inimitabile grandezza calcistica.

Ragazzo schietto, generoso, aperto, stracarico di passione, ci ha lasciato e, oggi, tutti piangono la sua prematura scomparsa. Anche uno come me che non ha mai frequentato il rettangolo di gioco. Ma il genio è genio e la bellezza è bellezza.

Mi unisco anche io al ringraziamento di un atleta che ha firmato diverse opere raccolte ormai, come impareggiabili regali, negli occhi dei suoi numerosissimi estimatori.

Corte di giustizia Ue: “I cittadini extra Ue in Italia hanno diritto ad assegni familiari anche per familiari a carico residenti fuori dall’Ue”.

Uuna sentenza della Corte di giustizia Ue, in relazione alla ricorso di due cittadini stranieri presenti in Italia ha stabilito che: “I cittadini extra Ue in Italia (con permesso unico o soggiornanti di lungo periodo) hanno diritto ad assegni familiari anche per familiari a carico residenti fuori dall’Ue”.

La vicenda che ha portato alla sentenza è partita da cittadino dello Sri Lanka e un cittadino del Pakistan. Entrambi risiedono e lavorano regolarmente in Italia. Entrambi hanno a carico i rispettivi familiari (moglie e figli), anch’essi cittadini dei rispettivi Paesi extra Ue d’origine.

In base alla legge italiana, i due cittadini si erano visti negare gli assegni  per familiari a carico dall’Inps.

Non facendosi scoraggiare i due cittadini si sono allora rivolti alla giustizia, chiedendo il riconoscimento degli assegni familiari anche per i periodi in cui le famiglie non erano presenti con loro nel territorio italiano.

Questo a portato alla sentenza della Corte che ricorda che, in mancanza di armonizzazione a livello di Unione dei regimi di sicurezza sociale, spetta a ciascuno Stato membro stabilire le condizioni per la concessione delle prestazioni di sicurezza sociale nonché l’importo di tali prestazioni e il periodo per il quale sono concesse.

Tuttavia, ai sensi delle direttive, nell’esercitare tale facoltà, gli Stati membri devono rispettare il principio di parità di trattamento tra cittadini extra Ue soggiornanti di lungo periodo o ammessi nello Stato membro a fini lavorativi, da un lato, e cittadini nazionali, dall’altro, per quanto riguarda, in particolare, le prestazioni sociali.

Pertanto, è contraria al diritto dell’Unione la normativa italiana che rifiuta o riduce una prestazione di sicurezza sociale al cittadino extra Ue, titolare di un permesso unico o soggiornante di lungo periodo, per il fatto che i suoi familiari risiedono in un Paese terzo, mentre la stessa prestazione è accordata ai cittadini italiani indipendentemente dal luogo in cui i loro familiari risiedono.

La Brexit senza accordo sarebbe peggiore per l’economia britannica del Covid-19

Andrew Bailey, governatore della Banca d’Inghilterra di Londra in un’intervista alla CNN Business, ha avvertito che non riuscire a garantire un nuovo accordo commerciale con l’Unione europea farebbe più danni all’economia del Regno Unito nel lungo periodo rispetto alla pandemia di coronavirus.

“Penso che gli effetti a lungo termine … sarebbero maggiori degli effetti a lungo termine del Covid”,

“Ci vorrebbe periodo di tempo molto lungo perché  l’economia si adatti al cambiamento del commercio”.
Si stima, infatti, che un uscita senza accordo potrebbe provocare danni economici per decenni.

Proprio per questo i gruppi economici del Regno Unito stanno spingendo il primo ministro Boris Johnson a garantire un accordo, affermando che molte aziende sono state già portate al punto di rottura dal coronavirus.

Quindi senza un accordo con l’UE, il rischio di fallimento diventerebbe reale in quanto le aziende con sede nel Regno Unito dovrebbero affrontare tasse di esportazioni e ostacoli burocratici per fare affari con il più grande mercato di esportazione.

 

Dal MiSE 61 mln per progetti in Campania, Lombardia e Sicilia

Il Ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ha firmato i decreti che autorizzano 3 Accordi di programma e di sviluppo e 2 Accordi per l’innovazione tra il MiSE e le Regioni Campania, Lombardia e Sicilia. L’obiettivo è quello di favorire la competitività del territorio e l’occupazione attraverso gli investimenti delle imprese in progetti di investimento produttivi e di ricerca e sviluppo di rilevante impatto tecnologico. Per la realizzazione di prodotti e processi produttivi innovativi sono previsti investimenti complessivi pari a circa 146 milioni di euro, di cui 30 milioni circa dedicati a progetti di ricerca, a sostegno dei quali il MiSE mette a disposizione circa 61 milioni di euro di agevolazioni.

In particolare, per gli Accordi di programma e sviluppo sono stati autorizzati i seguenti progetti:

*Rafforzamento della filiera della pasta attraverso investimenti produttivi, con particolare attenzione all’attività di packaging del prodotto, e di ricerca e sviluppo, finalizzati allo studio di una pasta speciale prebiotica a basso indice glicemico e di un packaging innovativo, volto a favorire un sistema di filiera della pasta responsabile e sostenibile sia verso il consumatore sia verso l’ambiente. Il progetto è stato presentato dalla società Pastificio Liguori Spa, unitamente a Cartesar Spa, Di Mauro Flexo Srl, Di Mauro Officine Grafiche Spa e Scatolificio Santanna Srl. I costi complessivi del progetto ammontano a 62,40 milioni di euro, di cui 34,12 milioni finanziati dal MiSE. Al progetto è associato un incremento occupazionale di 27 nuovi addetti;

*Investimenti in beni strumentali e immateriali per le linee produttive relative a sistemi di radiofrequenze, comando e controllo, lanciatori, unità di guida, sistemi di navigazione e controllo, funzionali alla trasformazione tecnologica e digitale dei processi, e attività di ricerca e sviluppo finalizzate all’introduzione di tecnologie più avanzate. Il progetto è stato presentato da MBDA Italia Spa e sarà realizzato nel sito produttivo di Bacoli a Napoli. I costi complessivi del progetto ammontano a circa 30,15 milioni di euro, di cui 7,87 milioni finanziati dal MiSE. Al progetto è associato un incremento occupazionale di 24 nuovi addetti;

*Investimenti in beni strumentali finalizzati all’innovazione del processo produttivo per un maggiore livello di efficienza e flessibilità, riduzione dei costi, aumento della qualità dei prodotti, miglioramento della sicurezza sul lavoro e riduzione dell’impatto ambientale, presentato dalla società Granarolo Spa e da realizzare nel sito produttivo di Usmate Velate (Monza e Brianza). I costi complessivi del progetto ammontano a circa 21,44 milioni di euro, di cui 8,33 milioni finanziati dal MiSE; al progetto è associato un incremento occupazionale di 22 nuovi addetti;

Riguardo gli Accordi per l’innovazione sono stati invece autorizzati i seguenti progetti:

*Creazione di centri operativi e di sistemi interoperabili nei settori della logistica, del trasporto e sulle filiere agroalimentari e dell’energia pulita, presentato da Sielte Spa, Etna Hitech Scpa e Consorzio 906 Scarl, da realizzare nei siti produttivi di Catania e di San Gregorio di Catania. I costi complessivi del progetto ammontano a circa 11 milioni di euro, di cui 5,45 milioni finanziati dal MiSE;

*Realizzazione di una “Datafactor” per la creazione e l’offerta di servizi di data science, a partire dagli open data nazionali, che diventi un centro di riferimento della P.A. Questi servizi si baseranno sulla Big Data Analytics, il machine learning, il semantic web e sull’Intelligenza artificiale. Il progetto, da realizzare nel sito di Agrigento, è stato presentato da Expleo Italia Spa e Topnetwork Spa. I costi complessivi del progetto ammontano a circa 21 milioni di euro, di cui 5,45 finanziati dal MiSE.

Il controllo dell’appetito dipendente dall’ippocampo

Lo studio pubblicato sulla rivista Royal Society Open Science da un gruppo di ricerca dopo aver notato che gli animali alimentati con una dieta in stile occidentale (dieta WS) mostravano rapide menomazioni nella funzione ippocampale e scarso controllo dell’appetito, sono passati anche allo studio sull’essere urmano.

Centodieci adulti magri sani sono stati randomizzati in un intervento di dieta WS di una settimana e un gruppo di controllo sono stati lasciati liberi nella dieta abituale. Le misure dell’apprendimento e della memoria ippocampale-dipendente (HDLM) e del controllo dell’appetito sono state ottenute pre e post intervento.

I risultati hanno dimostrato che una dieta WS può compromettere rapidamente il controllo dell’appetito negli esseri umani. Lo studio suggerisce anche un ruolo funzionale dell’ippocampo nel controllo dell’appetito e fornisce nuove prove per gli effetti neurocognitivi avversi di una dieta WS.

Maradona, il profeta del calcio

È impossibile giudicare Maradona solo come un calciatore. Nato in una villa miseria della periferia di Buenos Aires, è stato un simbolo di liberazione, di riscatto sociale dell’Argentina più povera. Dentro di sé non tollerava schemi né regole. Negli anni ’80 è riuscito a sbattere la “questione meridionale” in faccia all’Italia, ha descritto la grandezza di Napoli, l’ha scossa dal suo vittimismo indolente e l’ha rimessa al centro del mondo. Non è un eroe positivo, né ha mai voluto esserlo. Credo si sia sempre sentito un “martire della diversità”, il mondo era cattivo perché lui era eccessivo, sopra le righe, melodrammatico. Viveva in mezzo a una corte di amici che lo aiutava a farsi re tra feste, concubine e cocaina. La malavita lo portava in palmo di mano. Gli hanno sempre perdonato molto: tanti suoi ex compagni di squadra, soprattutto a Napoli, lo adorano ancora. Perché li ha fatti vincere dove nessuno aveva mai vinto (due scudetti) e perché era davvero un compagno di strada. Un leader naturale e molto influente. È sempre andato oltre il calcio, ha preso la vita a dosi massicce, ne è stato spesso travolto, sempre certo di una cosa: non avrebbe mai potuto essere una persona “normale”, come gli altri.

Ha sbagliato molto, nella sua vita personale. Dalla polvere all’altare (andata e ritorno). Il giocatore è stato unico, indiscutibile sul piano tecnico. Il calcio si stava organizzando e lui continuava a essere un solista naturale. Il Napoli vinceva, i valori in campo si rovesciavano, bastava poco per chiamarla “rivoluzione”. Il calcio giocato da Maradona resta ancora oggi il più bello. Si può interpretarlo diversamente (Cruyff, Di Stefano, perfino Guardiola) ma non si può chiedere di meglio.

E’ riuscito ad affiancare Pelè come miglior giocatore del Novecento nelle classifiche ufficiali, lui che è stato sospeso e cacciato due volte per doping. Ha ricevuto il Pallone d’oro alla carriera perché non era possibile ai suoi tempi (veniva assegnato solo ai giocatori europei). Ha segnato un gol all’Inghilterra, nel post guerra per le Falkland-Malvinas (ritenuto il più bello della storia del calcio) e nella stessa partita ne ha segnato un altro – ancora più celebre – con la mano. Questo era Maradona, i due estremi opposti, l’omino bianco e quello nero. 

Addio Diego, che la terra ti sia lieve.

Mattarella: “Spezzare la catena della violenza contro le donne significa contrastare ogni forma di sopraffazione, di imposizione e di abuso”

“La ricorrenza di oggi induce a riflettere su un fenomeno che purtroppo non smette di essere un’emergenza pubblica. Le notizie di violenze contro le donne occupano ancora troppo spesso le nostre cronache, offrendo l’immagine di una società dove il rispetto per la donna non fa parte dell’agire quotidiano delle persone, del linguaggio privato e pubblico, dei rapporti interpersonali.

La violenza di genere non si esprime solo con l’aggressione fisica, ma include le vessazioni psicologiche, i ricatti economici, le minacce, le varie forme di violenza sessuale, le persecuzioni e può sfociare finanche nel femminicidio. Alla base di tutte queste forme di violenza vi è l’idea dissennata e inaccettabile che il rapporto tra uomini e donne non debba essere basato su di un reciproco riconoscimento di parità.

In questo momento drammatico per il nostro Paese e per il mondo intero le donne sono state particolarmente colpite. La pandemia ha accresciuto il rischio di violenza che spesso ha luogo proprio tra le mura domestiche: si è purtroppo assistito, durante il periodo di lockdown, ad un drammatico aumento della violenza contro le donne che vede tragicamente, a volte, coinvolti anche minori.

Le istituzioni hanno raccolto il grido di allarme lanciato dalle stesse donne e dalle associazioni che da decenni sono impegnate per estirpare quella che è, ancora in troppe situazioni, una radicata concezione tesa a disconoscere la libertà delle donne e la loro capacità di affermazione. Per questo resta fondamentale, per le donne che si sentono minacciate, rivolgersi a chi può offrire un supporto e prevenire la degenerazione della convivenza in violenza.

Spezzare la catena della violenza contro le donne significa contrastare ogni forma di sopraffazione, di imposizione e di abuso. In una società democratica le donne non devono avere più paura di subire violenza, in casa, sul lavoro, in tutti i luoghi e i contesti in cui ritengano di realizzare la propria personalità”.

Così radicale Così necessaria , Quarant’anni fa moriva Doroty Day- L’Osservatore Romano

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Giulia Galeotti

In un abito a quadretti bianchi e blu e una semplicissima bara di pino non verniciata, adorna solo di una croce ricavata da due pezzi di legno trasportati dalla corrente (come quelli che ella stessa raccoglieva sulla spiaggia di Staten Island). È a lei che una lunghissima fila di donne e uomini di ogni razza, età, credo, reddito, stato sociale e mentale va a dare l’ultimo omaggio appena saputa la notizia della sua morte, avvenuta a New York il 29 novembre 1980.

Opere di misericordia, preghiera e vangelo imbracciato costantemente: è questo ad aver guidato ogni passo di Dorothy Day, fondatrice coraggiosa di un movimento — The Catholic Worker — e dell’omonima testata, figura celebre per le sue campagne, le sue denunce e per come ha cercato di tradurre concretamente giorno dopo giorno il discorso della montagna. Non a caso Papa Francesco l’ha ricordata nel settembre 2015 durante il viaggio apostolico negli Stati Uniti. Nel discorso tenuto davanti al Congresso — il primo pronunciato da un Pontefice — Bergoglio ha infatti ricordato quattro «grandi» americani. Se tutti conoscevano Abraham Lincoln e Martin Luther King, se molti sapevano chi fosse Thomas Merton, meno nota era senz’altro Dorothy Day: per la prima volta un Pontefice ha presentato una donna laica come figura fondamentale nello sviluppo dei valori di un Paese, rendendo così omaggio a un simbolo veramente universale.

Nata a Brooklyn l’8 novembre 1897, dopo una vita turbolenta (lei stessa ha raccontato con grande dolore di aver abortito da giovane) e lontana dalla religione, nel 1927 si converte al cattolicesimo: da allora, la fede si unisce alla sua esperienza militante e sociale. Insieme a Peter Maurin, nel 1933 Dorothy Day fonda The Catholic Worker, il movimento basato sulle tre C di cultculture e cultivation. L’intento dei due (diversissimi in tutto: di vent’anni più vecchio, Maurin è francese, contadino tanto lei è cittadina, completamente privo di capacità organizzative) è di realizzare una pacifica rivoluzione personalista, comunitaria e verde che si articoli in diversi punti.

Innanzitutto nella pubblicazione di un giornale per fare arrivare il messaggio all’uomo della strada («Per tutti quelli che sono ammonticchiati in qualche riparo tentando di fuggire alla pioggia, per tutti quelli che vanno in giro per le strade cercando inutilmente un lavoro, per tutti quelli che pensano che non ci sia speranza per il futuro e che nessuno si accorga della loro triste condizione»: è a loro — spiega l’editoriale del primo numero — che il nuovo giornale è dedicato) e di tavole rotonde di discussione e confronto («Quando domandavano a Tamar [la figlia di Dorothy] se le piaceva The Catholic Worker — racconterà Dorothy — arricciava il naso e diceva che le piaceva l’idea di una comune agricola, ma che per il resto facevamo un mucchio di chiacchiere»). Quindi l’apertura di case dell’ospitalità per i bisognosi di cibo e di rifugio, una sorta di centri in cui praticare le opere di misericordia («Quanto li tenete gli ultimi che ospitate?», le chiedono un giorno; «Per sempre — risponde lei — Vivono con noi, muoiono con noi, facciamo loro un funerale cristiano. E preghiamo per loro dopo che sono morti»). E infine le comunità agricole, o fattorie comunitarie o università agronomiche (che dir si voglia) in modo che tutti — dagli intellettuali agli operai — potessero tornare alla terra. Secondo Maurin e Day, insomma, non basta ospitare, nutrire e aiutare chi è nel bisogno: serve un riordino completo della società. Ancor oggi il giornale viene pubblicato ed esistono più di cento comunità sparse, oltre che negli Stati Uniti, in Germania, Paesi Bassi, Irlanda, Svezia, Messico, Australia e Nuova Zelanda.

Tutto è così diverso ma al contempo così armonico nella lunga, lunghissima vita di Dorothy Day, che a 7 anni si trasferisce con la famiglia in California. I Day vivono a Oakland quando nel 1906 irrompe il terremoto di San Francisco, tragedia che la segna per la vita suscitandole domande profonde: perché la comunità non può sempre prendersi cura dei suoi membri più bisognosi, come ha mostrato di poter e voler generosamente fare durante quell’emergenza? Perché questa eccezionale presa in carico collettiva e individuale non può essere la regola?

Intanto, nell’immediato, i Day sono costretti a traslocare di nuovo (il padre, giornalista sportivo, ha perso il lavoro) e arrivano a Chicago, dove la famiglia conosce per la prima volta sulla propria pelle la parola “povertà”. Povertà che rimarrà sempre per Dorothy Day — anche nei decenni precedenti la conversione — la prima, grande emergenza. La incontrerà da adolescente nei bassifondi di Chicago, ne sarà circondata nei decenni successivi a New York in cui tornerà definitivamente dopo aver abbandonato l’università. Sarà dunque per lei una priorità già prima della Grande Depressione, e a maggior ragione poi, lungo un sentiero che segnerà radicalmente il suo impegno e la sua vita. Alla povertà, si affiancheranno le lotte alla segregazione razziale e alla guerra in ogni forma e misura; il vangelo non permette la violenza e l’omicidio, anche se dall’altra parte c’è, sostiene Dorothy Day, Adolf Hitler, posizione che provocherà una frattura profonda all’interno del movimento.

Giornalista, madre single, nonna, Day è stata povera tra i poveri («Andare sul posto a vedere cosa succede non è abbastanza. Non è neppure sufficiente aiutare gli organizzatori, dare ciò che hai per l’assistenza, e nemmeno vivere la tua vita in povertà volontaria per uniformarti a loro. Uno deve vivere con loro e condividere le loro sofferenze»); donna di pace in un mondo in guerra; baluardo per lavoratori, lavoratrici e il loro benessere materiale e spirituale; donna di picchetti e di manifestazioni, e per questo incarcerata più volte; laica in una Chiesa di consacrati; donna di mente, di preghiera ma anche di azione («Credo di aver speso la mia vita tentando di fare funzionare meglio le cose, di cambiarle almeno un poco»). In tutto questo, Day è stata davvero una donna del nostro tempo, da lei vissuto con grande inquietudine, anticipando molti dei temi poi esplosi nelle pubbliche agende, Chiesa inclusa.

Inevitabilmente turbolenti furono i rapporti di Dorothy Day con i politici e i potenti (finita nelle grinfie di J. Edgar Hoover capo dell’Fbi — molto preoccupato per la radicalità della cattolica Day, ma anche del suo curriculum fatto di ex anarchismo, ex socialismo e addirittura ex comunismo —, mesi e mesi di indagini si risolsero però in un nulla di fatto). E con la gerarchia ecclesiastica, anche se — malgrado i litigi con molti sacerdoti e prelati — verso la Chiesa Dorothy Day fu sempre di una lealtà assoluta. Se sono celebri i suoi scontri con il cardinale Francis Spellman, meno noto è il suo impegno per i sacerdoti con problemi di alcolismo.

Ironica, colta, esigente con se stessa e con gli altri, grande ascoltatrice ma anche, a tratti, autoritaria e irascibile, Day è stata una combattente armata del Vangelo. Combattente nella tenacia e nella radicalità con cui ha difeso e condotto il suo progetto a favore degli ultimi in opposizione alla società statunitense, alla Chiesa cattolica e agli egoismi umani. Compresi i propri.

I suoi gesti e le parole profetiche per le quali ha sofferto; la moltiplicazione dei pani e dei pesci che le case del Catholic Worker sparse per il mondo continuano a realizzare; la sua continua testimonianza in favore della giustizia e del creato, oggi ispirano tante persone: «Dorothy — ha scritto Patrick Jordan, ex redattore del giornale, vicino a Day nella parte finale della sua vita — è stata una persona complessa, trascinante, a volte contraddittoria e per molti aspetti disarmante».

Con il suo impegno concreto (il Catholic Worker, con il disagio estremo che accoglieva, non era affatto un posto facile in cui vivere) Dorothy Day è stata in grado di chiamare a rendere conto delle proprie scelte non solo i singoli, ma la società nel suo complesso. Del resto, come ha scritto il teologo Luke Timothy Johnson, «essere profeti non è solo questione delle cose che si dicono, ma del modo in cui si sta al mondo».

Alcuni — annota Dorothy nei suoi diari (magistralmente introdotti e curati da Robert Ellsberg) — «pensano che la cosa più importante per il Catholic Worker sia la pace. Altri vanno più in profondità, e dicono la povertà. Altri ancora la provvidenza. Ma in realtà, alla base di ogni cosa c’è l’amore. Ama i tuoi nemici è il fondamento di tutto». Questo dunque il fondamento per una vita e un’opera così complesse, articolate, accidentate, sofferte e fertili; così ricche di spunti, suggerimenti, inviti e dolore. Così evangeliche e così necessarie per questo nostro mondo dilaniato da violenze, ingiustizie e disparità. Per questo nostro mondo sempre in cammino.

Una lunga solitudine

Articoli, libri, autobiografie, diari, lettere e saggi: Dorothy Day — la cui richiesta di canonizzazione è stata avanzata nel 1983, mentre nel 2000 Giovanni Paolo II  l’ha riconosciuta serva di Dio — ha scritto moltissimo. Di sé, dell’impegno nel mondo e per il mondo, dell’umanità e di Dio. Jaca Book — l’editore che l’ha introdotta al pubblico italiano — nell’imminenza dell’anniversario dalla sua scomparsa, ripropone la più celebre tra le autobiografie di Dorothy Day, Una lunga solitudine  (Milano, 2020, pagine 256, euro 20, traduzione di Marilina Degli Alberti), pubblicata per la prima volta nel 1952.

Estrapolare dal contesto

Suggerisco al Presidente Conte di inserire nel prossimo DPCM un comma che imponga agli assidui frequentatori dei social  (e sono tanti) che si esprimono sulla pandemia, la vita e la morte, le età , i vaccini , i conflitti generazionali, le selezioni naturali o eugenetiche ed altre tematiche ricorrenti, il divieto di estrapolare frasi dal contesto o di farvi ricorso per emendare precedenti affermazioni  postate sui propri profili.

Di tutti i passatempi favoriti dalle nuove tecnologie che permettono di entrare in rete on line, le più dannose o comunque suscettibili di esternazioni non precedute dalla più antica profilassi della storia – “la sana riflessione” – partecipare alle risse mediatiche con affermazioni non suffragate dal buon senso comune e dal rispetto per gli altri è forse l’espressione più aggiornata della stupidità umana.

Le esternazioni gratuite non stimolano dibattiti culturalmente utili, non sollevano lo spirito, non dimostrano teorie sorrette dall’uso del pensiero critico.

Il fenomeno è ricorrente e studiato da psicologi, sociologi, analisti ed è trasversale ad ogni target sociale.

Stupisce quando il vezzo è usato con intensità dagli esponenti politici i quali anziché occuparsi del bene comune e dimostrare agli elettori e ai cittadini l’utilità del loro incarico, evitano il dialogo e il confronto e si lasciano andare a monologhi o esternazioni che alimentano il montante livore sociale.

Della sostenibilità generazione se ne occupa – nostro malgrado – la Storia che dimostra che ogni età della vita esprime un valore e una ricchezza: non esiste un target sociale prima o dopo del quale si è incapaci o si diventa inutili. Ci sono fior di Ricerche del Censis, dell’Istat, delle Università che analizzano queste tematiche che sono parte integrante del panta rei dell’esistenza umana. Si tratta di studi di esperti che offrono al lettore opportunità conoscitive, statistiche eloquenti, interpretazioni scientifiche.

Purtroppo gli stessi Rapporti (che andrebbero letti ed imparati nelle scuole superiori anche avvalendosi della DAD) dimostrano che da quando imperversano, i social anziché essere strumenti di crescita e di apprendimenti, di pacati scambi di opinioni,  finiscono per essere armi di offesa che travalicano alcuni pilastri su cui si basa il corretto vivere civile: il rispetto per gli altri, un linguaggio non scurrile e offensivo, l’interlocuzione come metodo di crescita culturale e sociale. Questi social che diventano “dissocial” (e ciò non dipende dalla tecnologia in se’ ma dall’uso che se ne fa) stanno radicando alcuni tratti negativi della società del nostro tempo: la cattiveria, l’invidia, la delazione, l’offesa personale, il rancore, la pochezza delle argomentazioni che circolano in rete.

Esternare e poi correggere, attribuendo magari ad altri l’incomprensione del proprio pensiero, spiega il ricorso alle giustificazioni tardive, alla estrapolazione di una frase dal contesto.

Verbalmente credo sia sempre accaduto, ora il web alimenta ed enfatizza questa pratica di pentimento postumo. La cosa ovviamente non riguarda solo la politica ma la società nel suo complesso, come una sorta di abitudine dilagante che dimostra che la seconda non è migliore della prima. Per questo è inutile dare a certe affermazioni un effetto amplificatore o replicare: siamo tutti attori e comparse sotto lo stesso cielo.

Sarebbe tuttavia utile cominciare a parlarne in famiglia e a scuola. Per insegnare l’umana comprensione.

Ma quando il dileggio e l’offesa arrivano ad augurare premorienze o selezioni naturali si valica un limite che non prevede ritorni. La vita oggi ci insegna purtroppo che ci sono persone che godono più della sofferenza altrui che del proprio personale benessere.

Vorrei poter dire con Voltaire… “Tutto è bene, tutto va bene, tutto va per il meglio possibile”: ma De Gaulle sosterrebbe che si tratta di un “programma troppo vasto”.

Però siamo ‘tutti’  in tempo a correggerci, basterebbe applicare il suggerimento del Prof. Vittorino Andreoli: “fare più uso del cervello che abbiamo in testa che di quello che portiamo in tasca”.

 

Bankitalia: “Nel 2021 la ripresa sarà verosimilmente più lenta del previsto”

Eugenio Gaiotti, Capo del Dipartimento Economia e statistica della Banca d’Italia, ha spiegato in audizione preliminare all’esame manovra economica che nel 2021 la ripresa sarà verosimilmente più lenta del previsto.

Queste sono state le sue parole.

“Mi sono soffermato sulla situazione congiunturale a ottobre in questa stessa sede, in occasione dell’esame della Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza 2020 (NADEF).

Le nuove informazioni che si sono rese disponibili modificano il quadro allora tracciato.
Il recupero segnato dall’economia italiana in estate è stato superiore a quanto previsto. Secondo le stime preliminari dell’Istat, nel terzo trimestre il prodotto interno lordo è cresciuto del 16,1 per cento, grazie soprattutto alla ripresa dell’industria. È un risultato che indica che la nostra economia conserva una significativa capacità di recupero e conferma l’importanza del sostegno fornito dalla politica economica.

Tuttavia, la recrudescenza della pandemia osservata nelle ultime settimane e le misure di
contenimento adottate dal Governo si stanno ripercuotendo sull’economia. Gli indicatori più
recenti suggeriscono che in Italia, come nell’area dell’euro, è in corso un indebolimento
dell’attività economica; le nostre indagini presso le famiglie confermano la propensione a
contrarre i consumi in risposta a un aumento dei contagi, anche indipendentemente dalle nuove misure di distanziamento sociale.

Alla luce di queste informazioni, nel quarto trimestre è plausibile si osservi una flessione del
PIL, anche se più contenuta di quella primaverile. È probabile che il risultato per l’anno risulti comunque in linea con quanto prefigurato in ottobre; tuttavia nel 2021 la ripresa sarà verosimilmente più lenta del previsto. Le prospettive restano condizionate, oltre che dai progressi nel controllo dei contagi, dalla prontezza ad adattare l’azione di politica economica all’evolversi della situazione.

Le valutazioni da noi fornite un mese fa circa gli effetti macroeconomici dei programmi del
Governo rimangono complessivamente confermate alla luce delle misure in discussione.
L’impatto espansivo prefigurato in ottobre dal Governo appare coerente con una composizione degli interventi in cui abbiano ampio spazio il sostegno agli investimenti privati e gli investimenti pubblici.

Tuttavia la possibilità di ottenere pieni benefici dagli interventi, che si estendano anche al medio termine, dipende dalla effettiva definizione dei progetti di riforma e investimento, dalla misura in cui saranno in grado di dare luogo a una espansione del potenziale di crescita del paese e dalla rapidità con cui saranno attuati”.

Coordinamento Donne Acli: il cambiamento culturale parte dal linguaggio

“Liberiamo il linguaggio da ogni forma di discriminazione” con queste parole inizia la nota del Coordinamento Donne Acli in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. “Il linguaggio ha un ruolo centrale nel cambiamento culturale – si legge nella nota – per questo bisogna riflettere sui linguaggi, verbali e corporei, presenti nella lingua che usiamo tutti i giorni, ed intervenire con iniziative di sensibilizzazione già nei primi anni scolastici per prevenire la violenza e promuovere relazioni giuste tra i sessi.

La violenza di genere ha avuto, nei mesi di pandemia, un deciso aumento: le donne si sono trovate esposte alla violenza domestica senza molta via d’uscita. Secondo i dati del Viminale, non solo i reati cosiddetti minori quali minacce, lesioni e percosse sono aumentati, ma sono triplicati gli omicidi di donne in ambito familiare-affettivo.

Spesso, però, si dimentica che la violenza nelle sue molteplici declinazioni (fisica, psicologica, economica, sessuale, emotiva) trova il suo fondamento in un clima culturale che ne alimenta lo sviluppo.  In questo quadro il linguaggio, mai neutro rispetto al genere, ha un ruolo fondamentale.

La violenza contenuta in esso è una delle forme peggiori di aggressione ed è spesso ben radicata e legittimata socialmente.

La lingua che usiamo veicola non solo significati ma anche valori e giudizi culturali che spesso possono rafforzare gli stereotipi e giustificare comportamenti aggressivi, ecco perché dobbiamo lavorare sui  modi di parlare che a volte sono fondati sui pregiudizi e possono diventare modi di pensare”.

Ora per gli europei la casa è un diritto umano fondamentale

Il Parlamento ha approvato una serie di linee guida per combattere il fenomeno dei senzatetto e porre fine all’esclusione abitativa nell’Ue.

Nella risoluzione non legislativa adottata l’Assemblea sottolinea “la precaria situazione di vita di oltre 700mila persone in Europa che ogni notte si ritrovano senza un tetto, con un aumento del 70% in un decennio”. L’alloggio è definito “un diritto umano fondamentale”, perciò si chiede “un’azione più forte da parte della Commissione e dei Paesi Ue per porre fine al problema nell’Ue entro il 2030”.

La Commissione europea dovrebbe dunque sostenere gli Stati membri, mentre i Paesi Ue dovrebbero adottare il principio di “Housing First”, che “aiuta a ridurre significativamente il fenomeno dei senzatetto, introducendo piani d’azione e approcci innovativi basati sul concetto che la casa è un diritto umano fondamentale”.

Il Parlamento, a tal proposito, ritiene necessario: depenalizzare il fenomeno dei senzatetto, perseguito in vari Stati; fornire pari accesso ai servizi pubblici come l’assistenza sanitaria, l’istruzione e i servizi sociali; sostenere l’integrazione nel mercato del lavoro attraverso l’assistenza specializzata, la formazione e programmi mirati; migliorare gli strumenti per raccogliere dati pertinenti e comparabili che aiutino a valutare l’entità del fenomeno; fornire assistenza finanziaria alle Ong, sostenendo le autorità locali per garantire spazi sicuri ai senzatetto e prevenire gli sfratti, soprattutto durante la pandemia Covid-19; fornire un accesso costante ai rifugi di emergenza, come soluzione temporanea; promuovere l’imprenditoria sociale e le attività che favoriscono l’inclusione.

Plasma iperimmune, a cosa serve e come donarlo

Sul sito del Centro nazionale sangue sono stati forniti tutti i chiarimenti su questa terapia. Ecco le domande e le risposte.

Cos’è e come funziona la terapia con plasma iperimmune?

La terapia con plasma da soggetti convalescenti prevede il prelievo da persone guarite dal Covid-19 e la sua successiva somministrazione a pazienti affetti da COVID-19.

Il candidato donatore dovrà rispondere ai requisiti per l’idoneità previsti dalla normativa trasfusionale e a requisiti specifici per il Sars-CoV-2 per poter donare plasma iperimmune. Sarà il medico responsabile della selezione del donatore ad esprimere il giudizio d’idoneità alla donazione di plasma iperimmune, analogamente a quanto avviene in tutti i casi di donazione di sangue o emocomponenti.

Prima della somministrazione il plasma iperimmune viene sottoposto ad una serie di test di laboratorio, anche per quantificare i livelli di anticorpi “neutralizzanti” (il cosiddetto “titolo”), e a procedure volte a garantirne il più elevato livello di sicurezza per il ricevente.

La trasfusione è utilizzata per trasferire questi anticorpi anti-SARS-CoV-2, sviluppati dai pazienti guariti, a quelli con infezione in atto che non ne abbiano prodotti di propri. Gli anticorpi (immunoglobuline) sono proteine coinvolte nella risposta immunitaria che vengono prodotte dai linfociti B in risposta ad una infezione e “aiutano” il paziente a combattere l’agente patogeno (ad esempio un virus) andandosi a legare ad esso e “neutralizzandolo”. Tale meccanismo d’azione si pensa possa essere efficace nei confronti del SARS-COV-2, favorendo il miglioramento delle condizioni cliniche e la guarigione dei pazienti.

 

La terapia è efficace contro il Sars-CoV-2?

Il plasma da soggetti convalescenti è stato utilizzato in un recente passato durante le epidemie di SARS nel 2002 ed Ebola nel 2015, e negli ultimi mesi sono stati pubblicati su diverse riviste scientifiche i risultati di alcuni studi clinici internazionali ed italiani. Inoltre, diverse sperimentazioni cliniche in corso nel mondo stanno cercando di verificare se la terapia con il plasma iperimmune sia efficace.

Al momento non ci sono, però, evidenze scientifiche conclusive sull’efficacia di questa terapia e pertanto essa è da considerarsi al momento sperimentale. L’eventuale efficacia della stessa potrà essere dimostrata solo dai risultati di studi clinici che mettano a confronto pazienti trattati con plasma iperimmune e pazienti trattati con altra terapia, ovvero i cosiddetti “trial clinici randomizzati”.

 

La trasfusione con plasma iperimmune è sicura?

Sebbene i dati delle sperimentazioni scientifiche sembrino evidenziare un buon livello di sicurezza della terapia con plasma iperimmune da persone guarite dal Covid-19, occorre sottolineare che, come tutte le procedure che implicano la trasfusione di sangue umano, la trasfusione di plasma iperimmune non è priva di rischi.

 

In Italia si raccoglie il plasma da convalescente?

Al momento il Centro Nazionale Sangue, nel suo monitoraggio periodico aggiornato al 19 novembre, ha censito 4.325 sub-unità di plasma iperimmune donato da pazienti guariti dal Covid-19, raccolto da 134 servizi trasfusionali distribuiti su tutto il territorio nazionale. La cifra comprende sia le unità di plasma di cui è stato verificato il ‘titolo’, la quantità cioè di anticorpi neutralizzanti presenti, sia quelle su cui questo tipo di analisi verrà effettuata nel momento dell’utilizzo.

 

Perché non si titolano tutte le sacche?

La determinazione del titolo degli anticorpi “neutralizzanti” è necessaria soltanto per il plasma iperimmune che viene utilizzato nell’ambito degli studi sperimentali, come ad esempio lo studio nazionale italiano “TSUNAMI”, che richiedono espressamente un titolo minimo, mentre per tutti gli altri utilizzi non è richiesto. Altri studi condotti in diversi Paesi non hanno inserito un titolo minimo tra i requisiti per il plasma. Gli stessi metodi per determinare il titolo non sono standardizzati, ma ogni struttura decide autonomamente come effettuarli. Al momento, non ci sono evidenze scientifiche che indichino una “quantità minima” di anticorpi neutralizzanti in grado di garantire l’efficacia della eventuale terapia con plasma iperimmune.

 

Serve una procedura particolare per donare il plasma iperimmune?

La donazione di plasma iperimmune non prevede procedure peculiari, e può essere effettuata in tutte le strutture che già sono predisposte per la normale donazione di plasma. Anche per la conservazione non sono richieste modalità particolari, e lo stoccaggio può avvenire nelle comuni banche del sangue, non è necessario averne una dedicata.

 

Dove posso donare il plasma iperimmune?

In Italia il plasma iperimmune è raccolto presso i Servizi Trasfusionali distribuiti su tutto il territorio nazionale. Una persona che vuole donare plasma iperimmune può riferirsi alla Struttura di Coordinamento per le attività trasfusionali della propria Regione per conoscere presso quali Servizi trasfusionali effettuare la donazione di plasma iperimmune. In allegato è possibile consultare un elenco indicativo e in continuo aggiornamento delle strutture  che effettuano questo tipo di raccolta.

Smartphone: Xiaomi supera Huawei

Mentre Samsung continua a guardare tutti i concorrenti dall’alto, nella parte bassa del podio Xiaomi e Huawei si scambiano il posto in quattro Paesi: Regno Unito, Italia, Spagna e Francia. Questo sorpasso, evidenziato dall’ultimo report di Strategy Analytics, potrebbe essere in parte spiegato dal ban imposto dall’amministrazione Trump al colosso di Shenzhen nel 2019, che ha creato non poche difficoltà all’azienda.

Per Xiaomi questa crescita in Europa rappresenta un traguardo importante, soprattutto considerando che all’inizio del 2019 deteneva una quota di mercato compresa tra lo 0 e il 2% nei Paesi in cui ora ha sorpassato Huawei (in Spagna è arrivata persino a un soffio dallo scalzare Samsung dal primo posto). In Italia, Xiaomi ha superato Huawei nel corso del secondo trimestre 2020, piazzandosi al secondo posto del podio con una quota di mercato del 19% e una crescita annua del 122%. Non stupisce, dunque, trovare tre smartphone del marchio cinese nella top 10 dei dispositivi più venduti nella Penisola.

Il colosso di Cupertino, invece, ha subito una flessione del 10% a 41,6 milioni di unità, almeno stando all’ultimo report di Idc.

 

Caso Regeni, una storia senza fine.

Nei giorni scorsi la Procura di Roma sembra aver impresso un’accelerazione all’inchiesta sul barbaro assassinio in Egitto del giovane ricercatore italiano, Giulio Regeni.

Una triste e complessa vicenda che dopo circa cinque anni dall’accaduto non ha ancora avuto una verità giudiziaria. Molti sono stati gli impedimenti, le complicazioni, le mancate collaborazioni tra Istituzioni giudiziarie di Italia ed Egitto, che hanno condizionato questi lunghi anni dell’inchiesta. A queste difficoltà si sono aggiunte le implicazioni geopolitiche, specifiche dell’area del Mediterraneo Medio Orientale, che negli ultimi 10 anni, ha visto crescere la sua attrattività strategica, in particolare dal punto di vista energetico.

Ricostruiamo in sintesi gli accadimenti. Di Giulio Regeni, in Egitto su incarico dell’Università di Cambridge per svolgere una ricerca sui movimenti sindacali di opposizione al governo di Al Sisi, si perdono le tracce il 25 gennaio 2016; il suo corpo, con evidenti segni di tortura, sarà ritrovato il 3 febbraio successivo, ai bordi della Desert Road, alla estrema periferia de Il Cairo.

In quei giorni era presente in Egitto una delegazione italiana, guidata dall’allora ministra dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, per definire una serie di accordi commerciali ed industriali, tra i quali, il più significativo in termini di sviluppo economico e di posizionamento strategico nell’area, e cioè il completamento dell’iter autorizzativo per lo sfruttamento del giacimento super-giant di gas naturale, Zohr, avvenuta formalmente poi il 21 febbraio 2016.

Zohr, individuato nell’agosto 2015 nel blocco off-shore Shouruk, grazie alle intuizioni professionali e alle competenze di altissimo profilo del Gruppo ENI, rappresenta la più importante localizzazione di gas nel Mar Mediterraneo di sempre; una potenzialità di 850 miliardi di metri cubi, in grado di soddisfare l’intero fabbisogno egiziano e una fonte integrativa di particolare importanza per l’approvvigionamento di gas naturale per i mercati europei. In quell’area marittima da tempo si erano concentrati gli interessi e le ricerche (senza successo) di diverse Oil Company internazionali, in particolare della Shell (capitale anglo-olandese) e della British Petroleum. L’Ambasciatore UK in Egitto di allora, John Casson, dichiarò che quest’ultima aveva investito 13 miliardi di sterline in Egitto per trasformare il Paese in una grande potenza energetica.

Un successo tutto italiano, che consolidava un rapporto con l’Egitto, dove dal 1954 ENI opera ininterrottamente, attraverso quella rete di relazioni positive con il mondo arabo, tessuta inizialmente da Enrico Mattei e continuata anche dopo la sua scomparsa.

Con il ritiro dell’Ambasciatore Massari nell’aprile 2016, reazione italiana alle difficoltà riscontrate nelle indagini per l’individuazione dei responsabili dell’assassinio del nostro connazionale, i rapporti subirono un brusco rallentamento. Questo stato di raffreddamento diplomatico si interruppe formalmente nel settembre 2017, con l’insediamento del nuovo Ambasciatore Cantini, personalità di grande esperienza e competenza, già indicato nel maggio 2016 in sostituzione del predecessore, ma senza essere inviato ufficialmente, proprio per le difficoltà derivanti dall’assenza di collaborazione tra le magistrature per il caso Regeni.

Nel gennaio 2018 a due anni dal tragico evento e in occasione dell’avvio delle produzioni di Zohr, il Presidente egiziano Al Sisi, alla presenza dell’AD di ENI, Claudio Descalzi, dichiarò “Non smetteremo di cercare i criminali che hanno fatto questo”, e ancora “Alla famiglia di Regeni presento ancora una volta le condoglianze del popolo egiziano e prometto che non abbandoneremo questo caso fino a quando non si troveranno i veri criminali e verranno assicurati alla giustizia in Egitto” ed infine (parte del discorso più emblematica da punto di vista geopolitico) “l’assassinio è stato commesso per rovinare i rapporti con l’Italia” e “per danneggiare l’Egitto” e, rivolto a Descalzi, “Sa perché volevano danneggiare le relazioni fra Egitto ed Italia? Affinché non arrivassimo qui”.

Riferimenti espliciti ad una macchinazione volta ad impedire un’operazione fondamentale in uno spazio, quello del Mediterraneo orientale, che ad oggi è caratterizzato dalla presenza di ingenti giacimenti di gas naturale, combustibile essenziale nella fase di transizione verso l’autonomia energetica da Fonti di Energia Rinnovabile. Un’ area perimetrata tra le acque territoriali di Egitto, Israele, Libano, Cipro, Libia e dove si concentrano le attenzioni delle maggiori potenze internazionali.

Nel novembre 2016, ENI cedette il 10% a British Petroleum della concessione di Zohr; successivamente ad ottobre 2017 un altro 30% alla società russa Rosneft ed infine nel giugno 2018 il 10% alla compagnia petrolifera emiratina Mubadala Petroleum.

Non è possibile esprimere giudizi o ipotizzare certezze per individuare i responsabili di questo delitto e i loro possibili mandanti. Molte sono le teorie o le implicazioni che si sono intrecciate nel cercare di comprendere il movente; una cosa è certa, troppi impedimenti hanno caratterizzato il tentativo di indagare da parte dei nostri inquirenti titolari dell’inchiesta: dai depistaggi di una parte delle forze di polizia e di sicurezza egiziane alle indecisioni della magistratura de Il Cairo; dal ruolo di Mohamed Abdallah, leader del sindacato egiziano degli ambulanti, con il quale Regeni cercò il contatto per gli approfondimenti sulla condizione delle libertà sindacali, alla posizione della tutor dell’Università di Cambridge,  Maha Abdelrahman, che, si dice, fosse vicina alla Fratellanza Mussulmana, principale movimento di opposizione ad Al Sisi. Anche gli arresti e le iniziative portate a termine dalle forze dell’ordine egiziane non sono mai state efficaci e non sono giunte ad una soluzione di questa drammatica vicenda.

E poi: chi segnalò la presenza di Regeni al Cairo, vista l’organizzata sorveglianza a cui venne sottoposto? Chi aveva interesse a far rompere i rapporti tra Italia ed Egitto?

Rimangono aperti molti misteri che impediscono di far luce su un brutale assassinio, che ha lasciato una ferita profonda nella nostra opinione pubblica e che impedisce ad una famiglia, almeno la consolazione di una sentenza sui colpevoli.

Le risposte potrebbero essere contenute nella lettura dei fatti di politica internazionale, degli equilibri geopolitici nell’area mediterranea orientale o del controllo delle ingenti riserve metanifere.

La speranza è che prevalga una collaborazione fattiva tra Istituzioni e che si possa arrivare ad una conclusione positiva oltre le comprensibili ragioni di Stato.

L’Europa e Biden

Si è già scritto molto circa le relazioni che verranno ad instaurarsi fra l’America di Joe Biden e l’Europa dopo gli anni del grande freddo di Donald Trump. Si è scritto molto in un misto di ottimismo dovuto e realismo scettico giungendo forse alla conclusione che il clima migliorerà, la forma tornerà ad essere quella che deve essere ma la sostanza cambierà solo di poco. Personalmente mi iscrivo al club degli ottimisti perché so che il nuovo Presidente USA crede, per cultura e per storia politica, nelle relazioni inter-atlantiche e vi crede di più di quanto non vi credesse Barack Obama (il quale infatti dedicò al Vecchio Continente qualche tempo e qualche sforzo solo durante la fase finale della sua presidenza). Ciò nondimeno ritengo che la gran parte del lavoro, in questa direzione, dovrà farlo l’Europa. L’Unione Europea, per la precisione. E sarà un lavoro non facile, che è però tutto nel suo interesse per poter assumere, prima, e svolgere, poi, un ruolo importante nel mondo post-Covid.

Non ci si deve infatti far trarre in inganno dalla pandemia: quando l’incubo finirà le coordinate essenziali della geopolitica planetaria non saranno diversissime da come erano un anno fa: il secolo che ormai entra nella sua terza decade sarà in ogni caso il “secolo asiatico” e gli Stati Uniti inevitabilmente dovranno concentrare le proprie energie primarie nel tentare di tener testa a questo sviluppo della Storia. Ho utilizzato i verbi al futuro ma in realtà andrebbero scritti al presente perché è già così. La sfida con la Cina per l’egemonia mondiale è già iniziata, e non si creda questa fosse una convinzione del solo Trump. Da questo punto di vista i Democratici USA sono anche più determinati dei Repubblicani: a fronte di un miglioramento delle relazioni formali fra i due Paesi, che ci sarà, proseguirà nei fatti la competizione su ogni fronte, incluso quello militare: settore ove oggi gli Stati Uniti sono irraggiungibili ma nel quale la Cina di Xi sta investendo moltissimo per poter colmare il gap in un paio di decenni al massimo. I dossier aperti sono numerosi e vanno al di là della guerra sui dazi, che fra l’altro si arricchisce oggi di un nuovo elemento, la Regional Comprehensive Economic Partnership asiatico-oceanica raggruppante tutti i principali Paesi di due continenti (ad eccezione dell’India) inclusi molti alleati degli USA. Sono dossier di geopolitica tradizionale (da Hong Kong a Taiwan, dal Mar Cinese Meridionale alla Corea del Nord) e sono dossier decisivi per il futuro quali quelli relativi allo sviluppo delle tecnologie digitali. 

Oltre al fronte asiatico, però, c’è quello determinato dal multipolarismo, ovvero dall’imporsi di medio-grandi e medie potenze regionali che – in ciò indotte anche dal parziale ritirarsi degli Stati Uniti da alcuni scacchieri sino a ieri da essi saldamente controllati – stanno manifestando ambizioni non irrilevanti. Il caso turco è ormai ben evidente, ma l’ingresso russo nel Mediterraneo è ancor più significativo da questo punto di vista. Ebbene oggi l’Europa, a causa della sua permanente divisione interna quanto a politica estera e di difesa, non è in grado d’essere incisiva realmente su alcuno dei molteplici scacchieri prodotti dal multipolarismo. Biden immagino richiamerà Bruxelles ad una politica più assertiva, almeno nel Mediterraneo, e a tal fine riannoderà i legami inter-atlantici oggi un po’ sfilacciati. Ma non potrà – né vorrà – impegnare risorse oltre un certo limite, sia perché lo scenario internazionale è quello sopra accennato sia perché il focus della sua presidenza sarà inevitabilmente orientato alla politica interna. Gli Stati Uniti sono oggi a dispetto del loro nome una nazione molto divisa e Biden, all’opposto del suo predecessore, lavorerà per riunificarla, almeno un po’. E questo gli costerà tempo, energie psicofisiche e quattrini. Molti. Dunque, per quanto concerne il tema che qui ci interessa, rilancio dell’atlantismo sì ma in una dimensione nuova, più limitata rispetto allo scorso secolo: per converso l’Europa dovrà corrispondervi più attivamente. A Washington attenderanno, da Bruxelles, una risposta convincente in tal senso. I Ventisette sapranno dargliela?

La responsabilità dei cristiani nella visione di Francesco per uno sviluppo pienamente umano

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Monda

Il cristiano si contraddistingue perché ha una buona notizia, un “vangelo”, da annunciare agli altri uomini; il cristiano impegnato nell’economia, cioè nell’attività di trasformare il mondo per renderlo sempre più umano, è anche lui portatore di una buona notizia che ha un preciso contenuto: «La prospettiva dello sviluppo umano integrale è una buona notizia da profetizzare e da attuare — e questi non sono sogni: questa è la strada». È uno dei passaggi-chiave del messaggio che il Santo Padre ha inviato sabato scorso ai giovani economisti riuniti per tre giorni ad Assisi per il grande evento della «Economy of Francesco» insieme ad altri grandi nomi delle scienze economiche di tutto il mondo. Il lieto annuncio che i giovani economisti cristiani devono comunicare a tutto il mondo è quindi quello legato allo sviluppo umano integrale, un tema che sta a cuore al Papa che nell’agosto del 2016 ha istituito un nuovo dicastero a servizio di questo sviluppo.

Per spiegare ulteriormente e più precisamente di che “sviluppo” si tratta Francesco nel videomessaggio di Assisi ha preso in prestito le parole della Populorum progressio di san Paolo VI: «Lo sviluppo non si riduce alla semplice crescita economica. Per essere autentico sviluppo deve essere integrale, il che vuol dire volto alla promozione di ogni uomo e di tutto l’uomo. […] — ogni uomo e tutto l’uomo! —. Noi non accettiamo di separare l’economico dall’umano, lo sviluppo dalla civiltà dove si inserisce. Ciò che conta per noi è l’uomo, ogni uomo, ogni gruppo d’uomini, fino a comprendere l’umanità intera».

Non si tratta solo di profetizzare lo sviluppo umano integrale ma anche di attuarlo: la responsabilità che il Papa indica agli economisti cristiani è grande quanto urgente, si deve agire (“incidere” dice Francesco) in profondità e oggi non domani, perché «La gravità della situazione attuale, che la pandemia del Covid ha fatto risaltare ancora di più, esige una responsabile presa di coscienza di tutti gli attori sociali, di tutti noi, tra i quali voi avete un ruolo primario: le conseguenze delle nostre azioni e decisioni vi toccheranno in prima persona, pertanto non potete rimanere fuori dai luoghi in cui si genera, non dico il vostro futuro, ma il vostro presente. Voi non potete restare fuori da dove si genera il presente e il futuro. O siete coinvolti o la storia vi passerà sopra».

L’attuazione di questo progetto ha una portata “rivoluzionaria”: è urgente elaborare risposte e nuove proposte da contrapporre a quella «unica logica dominante» a cui il Papa ci ricorda «non siamo condannati». Il riferimento è a quei modelli economici che concentrano «il loro interesse immediato sui profitti come unità di misura e sulla ricerca di politiche pubbliche simili che ignorano il proprio costo umano, sociale e ambientale. Come se potessimo contare su una disponibilità assoluta, illimitata o neutra delle risorse». Ad una economia meramente estrattiva, il Papa indica la strada di una economia generativa che però non può essere una scelta emotiva, sentimentale, ma frutto di una seria e solida elaborazione culturale.

Cultura è un’altra parola-chiave del messaggio: «In fondo ci manca la cultura necessaria per consentire e stimolare l’apertura di visioni diverse, improntate a un tipo di pensiero, di politica, di programmi educativi, e anche di spiritualità che non si lasci rinchiudere da un’unica logica dominante. Se è urgente trovare risposte, è indispensabile far crescere e sostenere gruppi dirigenti capaci di elaborare cultura, avviare processi — non dimenticatevi questa parola: avviare processi — tracciare percorsi, allargare orizzonti, creare appartenenze…».

Questi gruppi dirigenti, ispirati da una cultura aperta alla spiritualità, potranno contestare e contrastare «certe logiche (ideologiche) che finiscono per giustificare e paralizzare ogni azione di fronte alle ingiustizie» e qui Francesco ricorda la Caritas in veritate di Benedetto XVI secondo cui la fame «non dipende tanto da scarsità materiale, quanto piuttosto da scarsità di risorse sociali, la più importante delle quali è di natura istituzionale» e aggiunge: «Se voi sarete capaci di risolvere questo, avrete la via aperta per il futuro».

Questa è la terza parola-chiave del messaggio: il futuro, cioè la speranza, speranza di una rinnovata fraternità. Realizzare il progetto di uno sviluppo umano integrale permette infatti ad ogni uomo «di ritrovarci come umanità sulla base del meglio di noi stessi: il sogno di Dio che impariamo a farci carico del fratello, e del fratello più vulnerabile (cfr. Gen 4, 9)». La risposta rabbiosa di Caino (“sono forse il guardiano di mio fratello?”) indica la verità dell’uomo e quel sogno di Dio efficacemente espresso dal testo della Spe salvi di Benedetto XVI che il Papa cita opportunamente: «La misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente — la misura dell’umanità —. Questo vale per il singolo come per la società», aggiungendo «misura che deve incarnarsi anche nelle nostre decisioni e nei modelli economici». La misura dell’umanità è quindi espressa compiutamente dal buon samaritano che prende su di sé il dramma e il dolore dell’altro, del diverso, è questa la “rivoluzione”, la contestazione rispetto agli assetti consolidati che è richiesta ad ogni cristiano e che apre ad un futuro nuovo e sorprendente. A questo punto Francesco conclude il suo messaggio lasciando il campo ad una grande visione: «Un futuro imprevedibile è già in gestazione», un passaggio che richiama la profezia di Isaia «Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?», ma anche l’intuizione di San Paolo «tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto» e comunque rivela una grande fiducia nell’opera di Dio nella storia degli uomini, perché, conclude il Papa: «La storia ci insegna che non ci sono sistemi né crisi in grado di annullare completamente la capacità, l’ingegno e la creatività che Dio non cessa di suscitare nei cuori. Con dedizione e fedeltà ai vostri popoli, al vostro presente e al vostro futuro, voi potete unirvi ad altri per tessere un nuovo modo di fare la storia. Non temete di coinvolgervi e di toccare l’anima delle città con lo sguardo di Gesù; non temete di abitare coraggiosamente i conflitti e i crocevia della storia per ungerli con l’aroma delle Beatitudini. Non temete, perché nessuno si salva da solo».

Oltre la solitudine politica. La “casa del pensiero” di Comunità di Connessioni

Pubblichiamo parte dell’editoriale di Padre Francesco Occhetta che illustra la nuova impostazione culturale di “Comunità di Connessioni”.

Il mondo è cambiato, lo abbiamo letto e scritto molte volte. Forse lo si dice per esorcizzare le proprie paure o forse per proteggere un mondo antico. Intanto, il “distanziamento sociale” sta aumentando le solitudini e trasformando l’altro in un pericolo. L’esperienza umana, invece, continua a sprigionare la sua forza. Penso alle parole che mi confessa una nonna: “Non riesco a non abbracciare mio nipote. Anche se è un rischio, mi fa vivere l’atto d’amore che mi attrae”.

L’informazione sta descrivendo questi mesi con il linguaggio della guerra. Parole come “coprifuoco”, “nemico invisibile”, “campo di battaglia”, “stagione del terrore”, “caduti”, mutano la percezione sociale e il senso comune del convivere. Ogni volta che si separa la “natura” dalla “cultura”, le grandi civiltà si sgretolano e le paure prendono un volto nuovo nella storia. La pandemia è solo un esempio di come natura e cultura si siano scontrate e separate. Se ci si vuole salvare insieme, occorre dunque contemplare la natura con le sue leggi e umanizzare la cultura con le sue idee e i suoi modelli. Oltre la solitudine esiste la comunità.

Questa testata con le sue tre rubriche – L’Editoriale, Il Punto e La Riforma – nasce da un desiderio: dare vita a parole pensate in una comunità, attraverso le nostre competenze, fondate nella fede che condividiamo, strutturate in un metodo e finalizzate alla costruzione del bene comuneVogliamo capovolgere una certa bulimia della notizia. Non vogliamo sovrapporre altre voci a quelle che già ci informano ogni giorno. Cercheremo di offrire criteri di analisi e di discernimento per aiutare a prendere decisioni sui vari temi dell’agenda politica e favorire ciò che i monaci chiamavano ruminatio, un dialogo interiore positivo con la parola letta.

“L’Editoriale” sarà l’appuntamento di ogni domenica. La nostra testata è un luogo per incontrarci, interagire e riconoscerci senza conoscerci. Un chiostro sul mondo, dal quale è possibile ascoltare silenzio e parole pensate. “Il Punto” sarà invece un approfondimento di una legge approvata, un fatto da interpretare, un pensiero di un autore da approfondire per dare criteri e idee sulla realtà complessa. “La Riforma” invece sarà la nostra proposta, che guarda al domani, sui temi del lavoro e dello stato sociale, della giustizia e dell’economia e di altri temi di nostra competenza.

Abbiamo scelto di non farvi leggere polemiche. Eserciteremo la critica per offrire soluzioni alternative, ragionevoli e condivise. Ci faremo ispirare dalle parole della Bibbia e della dottrina sociale della Chiesa. Il Pontificato di Francesco ci pone davanti due grandi progetti: creare un sistema politico basato su uno sviluppo umano integrale e sentirci “Fratelli tutti” prima che competitori e nemici. Distruggere senza un piano di ricostruzione è sempre molto rischioso. Per questo offriremo cultura in piccole gocce, quelle che in natura fendono le rocce e possono più delle tempeste.

Ogni cambiamento d’epoca rinasce dai protagonisti della resistenza. Costoro rigenerano parole e, attraverso il loro sacrificio, ci aiutano a guardare lontano. Non c’è nulla che nasca per caso, nella storia ogni ricostruzione prende forma nella sua relazione con il vissuto. Questo sarà il contributo di Comunità di Connessioni. Per la Bibbia ogni ricostruzione richiede di uscire dalla propria terra, come è stato per Abramo e Sara. Lo sa Israele che è stato liberato dalla sua schiavitù. Se si è disponibili a lasciare e a partire, proprio allora, mentre si sperimenta la propria radicale debolezza, il futuro è donato da Dio. Abramo e Sara, un anziano e una sterile, generano grazie alla loro disponibilità. La vita sociale e politica è regolata dallo stesso principio. È il tempo del deserto che custodisce la promessa di una nuova terra.

Qui l’articolo completo

E’ guerra aperta tra Germania e Stati uniti sul gasdotto Stream 2

Il presidente della Commissione per l’Est dell’economia tedesca, Oliver Hermes, ha respinto al mittente le nuove sanzioni che gli Stati Uniti minacciano di attuare contro il Nord Stream 2, il gasdotto in fase di completamento tra Russia e Germania attraverso il Mar Baltico.

Per Hermes, si tratta di “un’inammissibile ingerenza per il diritto internazionale” e di “un comportamento del tutto fuori discussione tra alleati”. Come riferisce il quotidiano “Frankfurter Allgemeine Zeitung”, il presidente dell’Oa ha, quindi, chiesto all’amministrazione uscente degli Stati Uniti di “rispettare la sovranità europea e collaborare nuovamente con le autorità dell’Ue e della Germania” nella questione del Nord Stream 2.

Gli Stati Uniti, invece, sono contrari al progetto perché lo giudicano uno strumento del Cremlino volto ad aumentare l’influenza della Russia in Europa mediante la fornitura di energia.

Pertanto, gli Stati Uniti hanno già attuato misure sanzionatorie contro le imprese che partecipano al Nord Stream 2 e a breve potrebbero adottarne di nuove e più severe.

Da domenica prossima cambia il messale

Da domenica 29 novembre, con l’inizio dell’Avvento, entra in vigore nella maggior parte delle diocesi italiane il nuovo messale e con esso le formule di alcune preghiere.

Il Padre nostro subirà una modifica che riguarda sostanzialmente la traduzione dal testo originale in greco antico.

Le parole «e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male». diventerà: “Non abbandonarci alla tentazione, ma liberaci dal male”. E, sempre per attenersi maggiormente al testo greco, quando si dice “e rimetti a noi i nostri debiti”, verrà poi aggiunto un “anche”: “Come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

Ma non sarà l’unico cambiamento. Il rito diventa un po’ più ‘rosa’ con l’affiancamento del termine “sorelle” accanto a “fratelli”. È stato rivisto in questo senso l’atto penitenziale. I cattolici a messa diranno dunque: “confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli e sorelle…”. Poi: “e supplico la beata sempre Vergine Maria, gli angeli, i Santi e voi, fratelli e sorelle…”.

Inoltre il nuovo messale privilegerà le invocazioni in greco antico “Kirie, Eleison” e “Christe, Eleison” rispetto all’italiano “Signore, pietà ” e “Cristo, pietà”. Al momento del Gloria si dirà “Pace in terra agli uomini, amati dal Signore” e non più “agli uomini di buona volontà”. Anche in questo caso si è cercata una traduzione più fedele all’originale greco del Vangelo.

E ancora, la pace: ‘Scambiatevi il dono della pace’ sostituisce ‘scambiatevi un segno di pace’. Infine, la nuova formula del congedo al termine della messa: «Andate e annunciate il Vangelo del Signore».

 

Dissesto Idrogeologico: in 20 anni finanziati quasi 7 miliardi per oltre 6 mila interventi

Ammonta a quasi 7 miliardi la cifra stanziata in 20 anni dal Ministero dell’Ambiente della tutela del Territorio e de Mare per far fronte al dissesto idrogeologico in Italia, per un totale di oltre 6 mila progetti finanziati. Alluvioni (48%) e Frane (35%) le categorie di intervento più sovvenzionate. Stimato, in base alle richieste caricate nel ReNDiS, anche un primo importo complessivo necessario per la messa in sicurezza del territorio: le richieste superano i 26 miliardi di euro.

A fornire i dati degli interventi sul dissesto in tutto il territorio italiano ed il quadro dei finanziamenti richiesti, l’ISPRA nel primo rapporto ReNDiS,(Repertorio Nazionale degli interventi per la Difesa del Suolo), la piattaforma nazionale utilizzata per monitorare tutti gli interventi per la mitigazione del rischio idrogeologico finanziati, dal 1999 ad oggi, attraverso piani e programmi di competenza del Ministero d’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare.

La piattaforma si compone di due sezioni: quella del “monitoraggio”, attiva dal 1999, dedicata agli interventi già finanziati, e quella “istruttorie” di recente costituzione (2015), incentrata sugli interventi non ancora in programmazione e di cui è stato richiesto il finanziamento. Secondo i dati della sezione monitoraggio, la Sicilia è la regione con il maggior importo finanziato (789 milioni di euro per 542 interventi), seguita dalla Toscana (602 milioni di euro per 602 interventi), dalla Lombardia (598 milioni di euro per 544 interventi) e dalla Calabria (453 milioni di euro per 528 interventi). Per quanto riguarda i tempi di attuazione, il campione analizzato nel rapporto evidenzia una durata media di quasi 5 anni, ma con una ampia variabilità ed un 10% di casi considerati “critici” poiché si protraggono per oltre i 10 anni.

Questo dato presenta variazioni su base regionale, ma non si riscontrano significative differenze tra nord, centro e sud. Si evidenzia invece una lieve crescita lineare dei tempi medi con l’aumentare dell’importo dell’opera. Per quanto riguarda invece le richieste di finanziamento, contenute nell’area istruttorie, sono oltre 7.800 le proposte progettuali caricate e ad oggi attive nel ReNDiS, per un importo complessivo che supera 26 miliardi.

Questo dato rappresenta, in prima approssimazione, una stima del fabbisogno teorico per la messa in sicurezza dell’intero territorio nazionale, da attuarsi attraverso piani pluriennali di finanziamento. Più nel dettaglio, la regione con il maggior numero di richieste attive è la Campania (1.192 progetti, per quasi 5,6 mld), seguita da Calabria (872 progetti per 1,7 mld), Abruzzo (764 per 1,6 mld) e Sicilia (748 per2,2 mld). Anche se con numeri inferiori, si evidenziano per importi superiori ai 2 mld anche la Puglia (481 per 2,4 mld) e il Veneto (243 per 2,3 mld).

Quanto costa una dose di vaccino Covid-Oxford?

l vaccino anti Covid-19 sviluppato da università di Oxford e Irbm di Pomezia, prodotto da AstraZeneca, costerà 2,80 euro a dose, e potrà essere trasportato e conservato a temperature da frigorifero domestico (2-8 gradi).

Ciò significa – si legge in una nota – che il prodotto potrà essere distribuito facilmente e velocemente attraversi ambulatori medici e farmacie locali.

Inoltre il vaccino Covid Oxford, così come già dichiarato in precedenza è efficace fino al 90%.

AstraZeneca ha la capacità per poter rendere disponibili oltre 3 miliardi di dosi già nel 2021.

L’Anci deve invertire la rotta: fare passerella, mentre i problemi incombono, offusca le ragioni dell’associazionismo degli enti locali.

La recente Assemblea nazionale non è stata, purtroppo, un momento di svolta politica e culturale per l’Associazione nè, tantomeno, per il ruolo e la funzione dei Sindaci e degli enti locali nell’architettura amministrativa del nostro paese. Certo, sono cambiate le modalità. Incontrarsi virtualmente è ormai una condizione di necessità e anche una prassi di profondo cambiamento con cui occorre, piaccia o non piaccia, fare i conti. L’Anci, di conseguenza, sperimenta il fatto di essere più aperta, ben sapendo che in futuro lo sarà sempre di più.

Chiarisco subito che la definizione dei Sindaci come “Sentinelle della Coesione”, echeggiante nel corso dell’Assemblea, l’ho trovata curiosa e singolare a livello semantico. Mi ricorda un linguaggio iniziatico. Al contrario, noi Sindaci dovremmo essere i “Protagonisti della solidarietà comunitaria” oppure i “Difensori e i promotori della comunità”. Ma, al di là della definizione, la debolezza consiste nel fatto che il modello di comunicazione si è rivelato radicalmente inadeguato. Anzi vecchio. In effetti, se non ci fosse stato il traino concreto di altri canali – penso a quello di Palazzo Chigi in occasione del colloquio finale con il Presidente Conte – avremmo avuto una partecipazione virtuale persin risibile, se non del tutto insignificante, durante i vari confronti e dibattiti. Lo confermano i numeri, non le supposizioni.

E occorre porre grande attenzione, inoltre, alla cosiddetta “compenetrazione” degli sponsor evitando, in futuro, di inserirli nella cornice che incamera le immagini. Perchè, al riguardo, si possono aprire problemi molto delicati: e cioè, perché invitare alcune aziende e non altre? E in base a quale criterio? E, su tutto, è proprio così necessario, specie in occasione dell’Assemblea annuale? Nemmeno farei passare spot durante le riprese dei lavori. Insomma, su tale versante, l’Anci deve recuperare sino in fondo la sua autonomia, anche nel modo in cui si presenta alla pubblica opinione.

Va da sé però che quando parlo di autonomia penso, innanzitutto, alla sua autonomia politica. E lo dico perchè non va “sfruttata” solo l’immagine dei Sindaci – e io ne sono uno dei quasi 8 mila – ma coinvolgendo veramente tutti: assessori, consiglieri comunali e dirigenti amministrativi. Dobbiamo, cioè, evitare di ridurci a una sorta di “Club dei Primi Cittadini”.

Ma in concreto, cosa emerge realmente dalla XXXVII Assemblea annuale dell’Anci? In realtà, diciamocelo con franchezza, neanche disponiamo di un documento finale  che fissi le coordinate degli interventi più urgenti (nuovo Testo Unico, perequazione finanziaria e investimenti, riforma del catasto, scelte strategiche sulla digitalizzazione, salute e territorio). L’organizzazione, dall’inizio alla fine, non è un gatto tecnico. Il Consiglio nazionale non è stato minimamente consultato, quando penso che debba invece recuperare – al pari di tutti gli organi statutari – sino in fondo il suo ruolo specifico: perché, ad esempio, non passa al suo esame il programma dell’Assemblea? Chi decide altrimenti? Non possiamo accreditare al nostro interno una modalità che contraddice i principi da noi sostenuti, in primis la partecipazione e il dialogo.

Se un incontro – in presenza o da remoto – diventa solo e soltanto una bella passerella, tutto diventa più complicato e più tortuoso. D’altronde, in concomitanza con l’ultima giornata dell’Assemblea, i sindaci della Calabria venivano a Roma per far sentire la propria voce sulla drammatica situazione sanitaria di quella regione. C’era l’Anci Calabria ma non c’era l’Anci nazionale, se non con la presenza di due funzionari. Il Presidente Conte, mentre dialogava in virtuale con il Presidente Decaro, si accingeva (giustamente) a ricevere i Sindaci calabresi senza il suo Presidente nazionale e quindi senza l’Anci nazionale. Un vero smacco politico e, al contempo, una perdita di prestigio politico per l’Associazione.

Oggi Sala parla della nuova sanità lombarda, ma il suo ragionamento interessa la sanità nel suo complesso. L’Anci dovrebbe riformulare un pensiero a tutto tondo, rivendicando sul piano generale il contributo dei Comuni alla gestione dei servizi di base finalizzati alle politiche di tutela della salute. Non è una problematica che merita di essere espunta, come è avvenuto colpevolmente negli ultimi anni, dal dibattito dell’Anci.

Penso che debba cambiare radicalmente anche una storica e nobile associazione come la nostra. Dobbiamo pensare all’Anci di domani, per il bene delle comunità locali e non solo per il futuro dei Sindaci. O meglio, di qualche Sindaco.

L’urgenza di una nuova politica salariale. Zero tasse sugli aumenti di produttività.

Da molti anni i lavoratori e le loro organizzazioni, periodicamente, rilanciano il tema salariale che ormai è una innegabile emergenza. Lo è senz’altro per chi lavora, perché anche essendo in due a lavorare in una famiglia giovane, la voce delle uscite del bilancio casalingo spesso sopravanza la voce relativa alle entrate.

Questo andamento nel tempo si è sempre di più accentuato, a causa delle esigenze sempre maggiori per le famiglie, di fatto imposte dagli andamenti della “vita moderna”. Ma è innegabile che questo accada anche per il fisco in continua ascesa, e servizi sociali pubblici sempre più scarni ed insufficienti che spingono necessariamente verso costosi servizi privati.

Insomma il reddito reale dei lavoratori è ormai diminuito da molti anni, pur essendoci stati rinnovi contrattuali nella maggioranza dei settori, con adeguati aumenti salariali pattuiti dalle associazioni imprenditoriali e da quelle dei lavoratori. Va sottolineato che le contrattazioni sono avvenute regolarmente nonostante il grado medio della competitività e produttività dell’industria e dei servizi italiani siano molto peggiorati al confronto con i paesi concorrenti nei mercati internazionali, e nonostante le nostre imprese, generalmente, siano diventate sempre più deboli. A conti fatti, ogni aumento ottenuto nel corso dell’ultimo quarto di secolo è stato sequestrato dall’idrovora fisco.

Per rendersi conto di quello che è accaduto, basti consultare i dati relativi alla pressione fiscale dagli inizi degli anni novanta fino ad oggi, per notare come attraverso tasse visibili ed occulte nazionali, unitamente alle sempre più crescenti ed invadenti tasse locali, la differenza si colloca a più del 30%, senza calcolare la iniqua distribuzione dei pesi delle tasse in capo ai lavoratori dipendenti per la esplosione del lavoro autonomo, para autonomo e del lavoro nero. Dunque, in una situazione così evidente e stringente, le contrattazioni salariali non possono che svilupparsi alla condizione di ottenere due fondamentali cambiamenti: tagliare drasticamente le tasse sul lavoro; imprimere alla produttività di sistema dei fattori di sostegno alle produzioni ed alla produttività delle aziende una vigorosa spinta, in modo da correggere rapidamente l’attuale condizione, che se qualora non cambiasse, condurrà al collasso l’economia e la coesione sociale.

Il malessere e rassegnazione che serpeggiano tra i lavoratori non porterà a nulla di buono, soprattutto in momenti di necessità di grandi sfide ed impegni occorrenti per la società italiana, se non si dovesse cambiare radicalmente questi due fattori sopra sottolineati. Essi condizionano negativamente anche la vivacità del mercato di consumo interno in assenza di una politica salariale molto più vivace. Allora il governo garantisca con zero tasse la maggiore produttività nelle aziende, mentre le parti sociali trovino soluzioni intelligenti coerenti con questi obiettivi.

Allora imprenditori e lavoratori farebbero bene a pattuire insieme una linea forte all’altezza della situazione, e comunque facciano fronte comune per spingere il governo alla consapevolezza della sfida salariale. Insomma devono saper alzare il tiro riproponendosi presidio morale e politico del mondo del lavoro. Agire sbiaditamente e in ordine sparso, certamente non corrisponde alle preoccupazioni di lavoratori ed imprese, in un momento particolarmente impegnativo come quello che stiamo affrontando.

Città e vita urbana a misura di disabili

Potrebbe offrire qualche spunto di riflessione alla politica, alle istituzioni e alla stessa  pubblica opinione la notizia dell’attribuzione a Varsavia  (Polonia)  del Premio Access City Award 2020  “per le città a misura di disabili”, che ha ricevuto a titolo di riconoscimento senza oneri l’assegnazione di 150 mila euro. 

Si tratta di un importante riconoscimento che ogni anno – a partire dal 2010 – viene assegnato, previo apposito bando di concorso e selezione dei meriti certificati –  dalla Commissione Europea con la collaborazione del ‘Forum per le persone disabili’ e la “Piattaforma AGE per gli anziani” alle città con più di 50 mila abitanti che abbiano realizzato significativi interventi di adeguamento e innovazione del proprio contesto urbano, infrastrutturale, edilizio e residenziale al fine di migliorarne l’accessibilità e la fruizione da parte delle persone con difficoltà, a partire proprio da quelle disabili e dagli anziani.

La mission dell’iniziativa è di sensibilizzare la sempre più vasta platea di cittadini comunitari ai concreti problemi di spostamento, accesso e utilizzo dei servizi quotidianamente vissuti dalle persone con deficit motori, affinchè possa prender corpo e consistenza la consapevolezza dei condizionamenti di queste oggettive e spesso insormontabili difficoltà e si diffonda una politica di “avvertita attenzione” e “adeguate iniziative” presso i governi centrali e le autorità locali per garantire ai disabili pari opportunità di accesso alla vita delle città e dei contesti metropolitani. Questi sono i principali parametri in base ai quali la Commissione dell’U.E. valuta la pertinenza, la congruenza e la tangibilità dei miglioramenti infrastrutturali adottati o in via di elaborazione: l’ambiente urbano, gli spazi pubblici, i trasporti e le relative infrastrutture, le aree pedonali, l’eliminazione delle barriere architettoniche, l’informazione e la comunicazione (comprese le nuove tecnologie TIC), i progetti di inclusione, le strutture e i servizi, l’accesso al lavoro e allo sport.

Previa selezione delle città partecipanti al bando di concorso indetto dalla Comunità Europea, vengono valutati e graduati i contesti urbani: come detto la vincitrice dell’edizione 2020 è risultata la capitale polacca (con circa 2 milioni di abitanti) perché da almeno un decennio si impegna a fondo per rendere accessibili le strutture urbane alle persone con disabilità e a tutti gli altri utenti. Varsavia ha ottenuto buoni risultati, riuscendo a rendere accessibili alle persone molti servizi e strutture come strade, spazi pubblici ed edifici, mezzi di trasporto come la metropolitana, gli autobus e i treni, i siti web e le informazioni pubbliche dispensate attraverso la rete internet. Per raggiungere questi risultati Varsavia ha istituito un tavolo di ascolto e verifica dei bisogni e delle esigenze dei disabili, costituendo gruppi di lavoro e comitati di controllo. La città di Castelló de la Plana in Spagna è arrivata al secondo posto e ha vinto 120 000 euro, la città di Skellefteå in Svezia è arrivata al terzo posto e ha vinto 80 000 euro.  mentre sono state attribuite 3 menzioni speciali a Evraux  (Francia) “per l’attenzione alle disabilità nascoste”, a Tartu (Estonia) “per l’ascolto dei cittadini e la  fornitura di servizi di assistenza personale” e a La Canea (Grecia) “per l’accessibilità ai trasporti, ai servizi urbani e ai parcheggi per residenti e turisti disabili”. 

Si stima che nell’U.E. una persona su cinque è oggi affetta da disabilità (si tratta di ben 120 milioni di cittadini) mentre un terzo degli ultrasettantacinquenni accusa deficit neuro-motori che ne limitano la qualità della vita: per questi motivi Josè M. Barroso – quando era Presidente della Commissione Europea – aveva adottato fin dal 2010 una vera e propria “strategia globale europea” per superare gradualmente (possibilmente proprio entro il corrente anno 2020) le barriere e gli ostacoli (urbanistici, architettonici, infrastrutturali, legislativi, di comunicazione) che impediscono alle persone disabili un accesso paritetico alla vita sociale, a partire dai contesti urbani di vita e di residenzialità. Condizione ineludibile per consentire a tutti di esercitare pienamente i diritti sanciti dalla Convenzione delle Nazioni Unite, dai trattati U.E e dalla Carta dei Diritti fondamentali, oltre che dalle rispettive legislazioni nazionali. Abbattere ogni tipo di barriera è in primis un dovere di civiltà, che restituisce piena e paritetica dignità alla persone in vista del superamento di ogni discriminazione fisica e di ogni stigma sociale: tutti gli ostacoli materiali e immateriali che si frappongono a questo principio di eguaglianza e partecipazione devono dunque essere rimossi.  A questi principi sanciti e condivisi a livello di U.E. dovrebbero ispirarsi le politiche nazionali in materia di legislazione sulla disabilità: si tratta di un tema stimolante ed attuale sul quale misurarsi in termini di sostenibile progettualità, dopo il recente avvicendamento ai vertici della Commissione europea , per rimettere (più dei mercati, delle banche e della globalizzazione) la persona e i suoi diritti al centro del dibattito politico.

Proprio a  partire dalle aree urbane e metropolitane del nostro Paese (nel 2016 il primo premio venne attribuito a Milano): il fatto che l’annuale bando dell’U.E.  “per le città a misura di disabili” sia rivolto ai contesti urbani superiori ai 50 mila abitanti potrebbe costituire un’occasione e uno stimolo per restituire al tema della disabilità e del superamento delle barriere edilizie, architettoniche, dei servizi, dei trasporti e della comunicazione la dovuta considerazione, allo scopo di  valutare le idee – e loro fattibilità-  di chi ha modelli di integrazione e inclusione sociale da proporre. 

La pandemia Covid-19 ha esasperato gli elementi di criticità già presenti nella vasta area delle disabilità: si tratta di un tema spesso marginalizzato a mero corollario statistico, troppo spesso le difficoltà di movimento e allo stesso tempo di inserimento e inclusione negli spazi urbani costituiscono una difficoltà insormontabile per i soggetti portatori di disabilità e fragilità.

Per questo motivo, valutata anche la particolare contingenza delle difficoltà acuite dalla pandemia, dovrebbe invece essere proprio questa una delle priorità da considerare da parte dei Governi nazionali per un mirato e proficuo utilizzo del Recovery Fund.

I marmi di Torlonia: materia ed armonia.

“Altri 25 milioni di euro per gli operatori delle mostre d’arte, con un nuovo bando da 10 milioni di euro per il ristoro delle perdite subite da cancellazione, annullamento, rinvio o ridimensionamento di mostre previste anche nel periodo autunnale”. Parole pronunciate dal Ministro per i Beni e le attività culturali e per il turismo, Dario Franceschini, pochi giorni fa.

Certamente il Covid19 ci ha immersi in una stagione di cui non si aveva memoria, durante la quale cultura e turismo hanno subito gravi danni economici e non solo. Molte sono le mostre che, purtroppo, non si sono potute realizzare oppure sono state inaugurate nel periodo di minore “lockdown”, ma hanno poi dovuto tristemente chiudere i battenti.

Una di queste è l’esposizione “I marmi Torlonia. Collezionare capolavori.”, allestita fino al 29 giugno 2021 ai Musei Capitolini (Villa Caffarelli) di Roma: oltre 90 marmi della statuaria classica tra i seicentoventi catalogati e appartenenti alla collezione Torlonia, sicuramente la più prestigiosa raccolta privata d’arte antica del mondo.

Curata da Salvatore Settis e Carlo Gasparri, essa si articola come un racconto in cinque sezioni, in cui si narra la storia del collezionismo dei marmi antichi, romani e greci, in un percorso a ritroso che comincia con l’evocazione del Museo Torlonia, inaugurato nel 1875 dal principe Alessandro, ed aperta al pubblico fino agli inizi del Novecento.

Sarcofagi, busti e statue greco-romane presenti provengono da antiche famiglie patrizie oppure da scavi. La collezione iniziò nel 1800 con l’acquisizione delle sculture riunite negli anni da Bartolomeo Cavaceppi, artista e restauratore.

Molte opere sono databili all’età imperiale, il cui inizio si situa intorno al 27 a.C. con Augusto. Tra queste risalta un sarcofago con coperchio decorato con le fatiche di Ercole: marmo bianco scolpito con subbie, scalpelli, gradine e raspe. Un lavoro stupefacente di grande spinta innovativa, anche nella ripetitività di Ercole. Infatti, la reiterazione modulare di una o più figure sarà, tra il III e IV secolo d.c., elemento fondamentale di un segno di cambiamento artistico, soprattutto quando si vorrà dare un senso plastico il più vicino possibile alla realtà (si veda, ad esempio, il sarcofago di Giunio Basso). Infatti, superando allegorie e simbologie prerogative dell’arte paleocristiana (come il sarcofago del Buon Pastore), l’arte romana racconta la storia del vissuto, attraverso scene in sequenze sulla base di una stretta conseguenzialità logica e temporale.

Un altro marmo greco, denso di immagini, si presenta a rilievo e rappresenta una scena portuale. All’origine lo si può immaginare valorizzato da tonalità diverse. Infatti, durante i restauri sono state rinvenute tracce di colore. Un cromatismo che spesso non riusciamo ad immaginare, poiché siamo abituati a vedere opere greche e romane in marmo bianco, quel bianco tanto amato dall’archeologo e storico dell’arte Johann Joachim Winckelmann (1717-1768), convinto, come numerosi artisti e studiosi, dell’acromia delle sculture classiche.

L’idea della scultura antica “pura” precede il Settecento. Durante il Rinascimento ed il Barocco, ad esempio, l’artista cercava con cura e pazienza marmi dalle particolari venature ritenuti adatti all’opera che intendeva creare, valorizzando al massimo espressione e gestualità. In quei periodi, la tecnica dello scalpello si rifaceva ai grandi maestri del passato. Con queste idee nella mente immaginiamo Gian Lorenzo Bernini mentre, su commissione, restaura la scultura presente nell’esposizione, che raffigura un caprone in posa di riposo. La maestria dell’artista la si coglie nella fattura della testa, rifinita, elaborata e resa più vivace da una barbetta che, a prima vista, ricorda i dettagli del suo “Nettuno e tritone” (realizzato tra il 1622 ed il 1623).

Dell’età adrianea si fa ammirare “Hestia Giustiniani” (il nome deriva dal banchiere Vincenzo Giustiniani suo primo proprietario), molto probabilmente copia di un originale di età classica. Del resto, molte sculture sono copie romane di bronzi originali di epoca precedente. Nell’opera si nota una simmetria articolata con un velato accenno di libertà espressiva: le braccia sono in una posa che denota una ricerca di naturalezza, pur mantenendo una elegante fissità.

Osservando i corpi marmorei, si valuta subito l’importanza del “Doriforo”, immagine simbolo del “Canone” di Policleto, che stabiliva precise regole circa i rapporti fra le varie parti del corpo umano, introducendo un nuovo senso del bello. 

Grande armonia troviamo nel marmo lunense “Fanciulla da Vulci”: un capolavoro realizzato tra la fine del periodo repubblicano e l’inizio dell’era augustea. La testina, probabilmente progettata con un disegno eseguito con pochi e precisi tratti, sembra essersi materializzata in un gioco tridimensionale di grande rigore. Lo stile, estremamente moderno, appare distante da quello utilizzato per scolpire il greco ellenistico “Ritratto virile c.d. Eutidemo di Bactriana” (Re originario di Magnesia vissuto a cavallo del 3° sec. a.C). In quest’ultimo, nel volto si distinguono i segni del tempo ed una maggiore espressività, un’esecuzione in cui si coglie la realtà vissuta. Analoghe riflessioni confluiscono nel “Ritratto di vecchio”. Proveniente da Otricoli, esso è stato posto su un busto di epoca successiva: il senso tattile delle guance supera il realismo di Eutidemo, grazie ad una sapiente lavorazione della pietra 

Il visitatore si perde nel labirinto delle opere, soffermandosi su ciò che più colpisce, catturato da corpi i cui arti dialogano in rapporti chiasmatici tra tesi ed arsi. Visi-memorie di vite passate e creature mitologiche come una Ninfa ed un Satiro pronti alla danza con gesti di rara bellezza e sensualità. Il Satiro è leggermente chinato in avanti e scandisce il tempo con il suono ritmato dallo strumento a percussione “kroupezion”, che si legava sotto al piede, mentre la Ninfa ha accettato l’invito e si sta preparando per rappresentare la coreografia della Natura.

Il Festival nelle città: Decima edizione “Memoria del futuro”

Il Festival è nei territori. 28 città, da Asti a Brindisi, da Prato a Potenza, hanno collocato, in un luogo simbolico, una pianta di melograno, presenti il vescovo, amministratori, imprenditori e persone impegnate nel territorio a vario titolo. È l’inizio dell’evento dal titolo “Memoria del futuro” che si concluderà nel fine settimana a Verona, città che negli anni ha sempre animato l’appuntamento sulla Dottrina sociale della Chiesa, voluto da don Adriano Vincenzi.

Anche a Crotone e Cosenza questa mattina avrebbero dovuto interrare la pianta di melograno alla presenza di Sindaco, Vescovo e autorità della città, ma il maltempo di queste ore ha messo in primo piano l’aiuto necessario alle persone colpite dall’inondazione, alcune delle quali uscite dalle case allagate senza nemmeno poter prendere un cappotto.

Non solo il melograno. In dieci città sono anche iniziati gli incontri tematici, visibili tutti sul sito festival@dottrina sociale.it, nella pagina dedicate alla città, e nei canali youtube delle singole realtà.

A Benevento, alle 10,30 incontro sul tema “La comunità tra impresa e intrapresa” con la partecipazione, tra gli altri, dei responsabili UCID, Confindustria, Confcooperative e Pastorale del lavoro.Sempre in mattinata a Brindisi incontro sul Ruolo delle Banche di credito cooperativo nel territorio. Poi, nel pomeriggio, a partire dalle ore 15, l’approfondimento su “Ecologia integrale e sviluppo integrale”, presenti, tra gli altri, il Sindaco della città il Vescovo, il Prefetto di Brindisi.

Altre otto città apriranno i loro lavori nel pomeriggio di oggi, a partire dalla Svizzera. A Lugano si inaugurerà la mostra “Il grido della terra”, il cui titolo ci dice subito la preoccupazione per l’ambiente e per l’ecologia integrale cara a Papa Francesco. Bologna ha messo in cantiere tre giornate, la prima nel pomeriggio di oggi, avrà per tema “Una rete che si prende cura di chi ha meno opportunità in ambito lavorativo”. A Frosinone il tema della giornata odierna sarà “Ripensare lo sviluppo della provincia secondo criteri di ecologia integrale”. Sviluppo è anche il grande tema che si svilupperà nelle città di Sondrio e Torino. Nella prima, Sondrio, si rifletterà su “Fare memoria del futuro: la montagna modello di sviluppo di senso; e in serata saranno i giovani imprenditori a interrogarsi sullo sviluppo del territorio. A Torino, “Testimoni si diventa. Dopo l’evento Economy of Francesco” (diretta youtube su Atelier Impresa Ibrida). Infine, in Sicilia, a Mazara del Vallo, amministratori, imprenditori e mondo del lavoro rifletteranno su “L’economia generativa e le nuove imprese”. A Palermo l’arcivescovo Corrado Lorefice e il direttore della Civiltà cattolica presenteranno la terza enciclica di Papa Francesco Fratelli tutti (diretta streaming su www.diocesipa.it), prima delle quattro giornate dedicate al tema del Festival.

Yahia: il ragazzo che non sapeva nuotare, sfuggito dalla miseria in un barcone e ora skipper

Yahia è nato in Niger, paese desertico senza sbocchi sul mare e tra i più poveri del pianeta, dove ha perso tutti i familiari e da dove è scappato imbarcandosi in Libia su un mezzo di fortuna. Un’avventura rischiosa perché il giovane non sa nuotare, ma è approdato in Sardegna dove viene ospitato in un centro per migranti di Villacidro (paese a circa 50 chilometri da Cagliari). Qui si mette in evidenza: gran lavoratore. La svolta arriva all’ufficio immigrazione della Polizia di Cagliari dove per il rinnovo del permesso di soggiorno incontra Simone Camba. Il presidente della New Sardiniasail, l’associazione che si occupa di inclusione sociale tramite la pratica della vela. Yahia sale di nuovo a bordo di una barca, questa volta in sicurezza, e dimostra grande forza di volontà, determinazione e passione per il mare. Uno skipper, un velista.

La storia di Yahia viene sintetizzata da Simone Camba, il poliziotto che si occupa di immigrazione e di vela con il progetto la Rotta della Legalità dedicato ai minori sardi con problemi penali affidati all’agente dal centro di Giustizia di Cagliari. E poi grazie al sostegno di privati c’è la storia del ragazzo del Niger e di un altro straniero che partecipano alle attività veliche dell’associazione. “A luglio del 2020 il ragazzo si rivolse al mio ufficio per il rinnovo del suo permesso di soggiorno. Io sono sempre stato sensibile alle storie di povertà e degrado ma quella di Yahia mi colpì più delle altre. Non sapeva nuotare e tanto meno aveva la minima idea di come fosse fatta una barca a vela…”.

Ma volere è potere: “Oggi Yahia è tra i più presenti del nostro team, viaggia ogni giorno in pullman da Villacidro per raggiungere la nostra base nel porto di Cagliari – uno spazio concesso dalla Lega Navale -. Vederlo crescere e migliorare giorno dopo giorno mi ripaga di ogni sacrificio – sottolinea Simone -. Ecco, questa è l’unica cosa che guadagno io con New Sardiniasail e non smetterò mai di arricchirmi”.

Si tratta di una storia di riscatto sociale e culturale. “In tanti sanno poco del Niger, lo Stato dell’Africa centro-settentrionale senza sbocchi sul mare e dove oltre due terzi del territorio sono desertici, solo poche zone offrono condizioni di vita decenti, uno dei Paesi più poveri del pianeta. Poche risorse se non l’uranio e troppi conflitti armati. Da questo situazione di gravissima crisi Yahia è scappato. Fuggito via da dal villaggio dove è nato Il 01.01.1992 ovvero la data standard per chi non conosce il giorno esatto di nascita”.

In Sardegna ha trovato accoglienza e l’opportunità di costruire il suo futuro nel mondo della nautica: “Alcuni ragazzi in passato  hanno trovato lavoro nel mondo della nautica. Lo spero anche per Yahia, però non subito visto che in mare dimostra grandi capacità tutte da utilizzare nelle regate che ci attendono a breve. Un’esperienza unica e possibile grazie a tutti i partner e sponsor che ci sostengono”.

 

Record prezzi delle materie prima, dalla soia al mais

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Con la seconda ondata della pandemia si impenna il prezzo delle principali materie prime agricole con la soia che fa registrare la quotazione più alta dal giugno 2016 con un aumento del 12% nell’ultimo mese mentre il mais fa segnare il valore più elevato dal luglio dello scorso anno. E’ quanto emerge da una analisi della Coldiretti per i contratti future alla chiusura settimanale del Chicago Bord of Trade (CBOT), il punto di riferimento internazionale delle materie prime agricole.

In controtendenza alle difficoltà dell’economia globale, la corsa a beni essenziali – sottolinea la Coldiretti – sta facendo aumentare le quotazioni delle materie prime agricole necessarie per garantire l’alimentazione delle popolazione in uno scenario di riduzione degli scambi commerciali e di cali produttivi dovuti all’andamento climatico. Gli effetti della pandemia – continua la Coldiretti –si trasferiscono dunque dai mercati finanziari a quelli dei metalli preziosi fino alle produzioni agricole la cui disponibilità è diventata strategica con l’incertezza sugli effetti della nuova ondata di contagi e dell’arrivo del vaccino.

La soia – precisa la Coldiretti – è uno dei prodotti agricoli più coltivati nel mondo, con gli Stati Uniti che si contendono con il Brasile il primato globale nei raccolti mentre la Cina è il principale acquirente mondiale di questa componente base dell’alimentazione negli allevamenti insieme al mais. L’andamento delle quotazioni riguarda direttamente l’Italia che – continua la Coldiretti – è il primo produttore europeo con circa il 50% della soia coltivata ma che è comunque deficitaria e deve importare dall’estero.

L’emergenza Covid sta innescando un nuovo cortocircuito sul fronte delle materie prime nel settore agricolo che ha già sperimentato i guasti della volatilità dei listini in un Paese come l’Italia che è fortemente deficitaria ed ha bisogno di un piano di potenziamento produttivo e di stoccaggio per le principali commodities, dal grano al mais fino all’atteso piano proteine nazionale per l’alimentazione degli animali in allevamento per recuperare competitività rispetto ai concorrenti stranieri.

Proprio per i ritardi infrastrutturali in Italia – spiega la Coldiretti – si trasferiscono solo marginalmente gli effetti positivi delle quotazioni sui mercati internazionali che invece impattano molto piu’ pesantemente sul lato dei costi per le imprese. In questo il quadro in cui si inserisce il progetto Cai (Consorzi agrari d’Italia) finalizzato a rafforzare la struttura agricola nazionale per competere con i grandi player globali in grado di operare massicci investimenti e per affrontare con instabilità e  fluttuazioni dei mercati che la pandemia potrebbe aggravare.

“L’aumento delle quotazioni alla borsa di Chicago conferma che l’allarme globale provocato dal Coronavirus ha fatto emergere una maggior consapevolezza sul valore strategico rappresentato dal cibo e dalle necessarie garanzie di qualità e sicurezza” afferma il Presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel sottolineare che ““l’Italia può contare su una risorsa da primato ma deve investire nel futuro per superare le fragilità presenti, difendere la sovranità alimentare e ridurre la dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento, in un momento di grandi tensioni internazionali”.

Covid: Il Governo al lavoro su un nuovo Dpcm

Tra le misure allo studio ristoranti aperti la sera (ma non durante le festività) nelle zone gialle e con tavoli per massimo 4 persone, orario dei negozi prolungato fino alle 22 per evitare file agli ingressi, deroghe minime per lo spostamento tra le Regioni per consentire ai familiari di rivedersi almeno in vacanza, zone rosse nelle province dove il contagio da Covid 19 è alto e dove le strutture sanitarie mostrano di essere in affanno.

Il tutto “senza escludere la possibilità di emettere ordinanze di chiusura a ridosso di Natale e Capodanno, proprio come accaduto dopo ferragosto per ordinare la serrata delle discoteche”. Per il Corsera, inoltre, non ci sarebbero variazioni per le scuole superiori rispetto al decreto ora in vigore: licei chiusi, quindi, almeno fino al 7 gennaio con Dad.

Chiuse anche le università. Dalla Conferenza delle Regioni messo a punto inoltre un piano, continua il Corsera, sulla riapertura degli impianti da sci che dovrà essere sottoposto alle valutazioni del Cts. Ma la riapertura, si legge, all’interno del governo al momento sembra essere esclusa.

 

La classe media reagisce al (suo) declino.

Mi trovo in profonda sintonia con la riflessione dell’amico Gero Grassi. Quando la politica, l’analisi, il confronto di idee sono espunti dai partiti, i partiti semplicemente risultano inutili agli occhi dei cittadini. Ma attenzione, tale constatazione non è populismo. È l’esatto contrario. La classe media, soprattutto, dimostra un grande interesse a capire e a partecipare perché intuisce che in questa fase così difficile è in gioco la sua stessa sopravvivenza, ma l’intero sistema dei partiti non prova neanche più a intercettare tale esigenza.

Dunque, la sfiducia dei cittadini nei partiti sembra divenuta peggiore che nel 2018, quando prevalse un voto di protesta, punitivo per le forze caratterizzate da una più solida cultura di governo. Adesso tale sfiducia si è estesa in equal misura alle forze di maggioranza e a quelle di opposizione. Sempre più persone avvertono l’inadeguatezza dell’attuale dirigenza politica e che, se il Paese nonostante tutto tiene, è solo perché la sua guida è saldamente in mano alle due personalità che siedono al Quirinale, il “nostro” Mattarella, e a Palazzo Chigi.

Solo Giuseppe Conte, se saprà proporsi come federatore di una vasta area democratica, sociale e popolare potrà venire incontro a questa enorme domanda di politica che sale dalla società italiana e che non trova più alcuna credibile forma di rappresentanza nei partiti attuali.

Può darsi che le vicende internazionali, più ancora delle crisi economica e sanitaria, finiscano per terremotare nel prossimi mesi gli equilibri della politica italiana, e l’area politica che si sta costruendo attorno a Conte, sembra essere quella più attrezzata per navigare nella tempesta.

Luigi Granelli, popolare intransigente, è faro ancora oggi per i cattolici impegnati in politica

“Ci sarà il coraggio di ricominciare?” La domanda venne posta da Luigi Granelli al Congresso del PPI di Rimini nell’ottobre del 1999, poche settimane prima di morire (1 dicembre 1999).

Qual è il coraggio di ricominciare? In politica il coraggio di ricominciare significa saper andare controcorrente rispetto alle mode e alle tendenze di questo tempo così gravido di problemi, di stili di vita economico-sociali che soffocano dall’alto quella che Giorgio La Pira chiamava l’attesa della povera gente.

Il coraggio di ricominciare significa, altresì, lottare per l’affermazione di una idea morale che sappia incarnare i veri valori della persona umana in questa vita terrena; che sappia liberarla dalla schiavitù dell’odio, del rancore e che la conduca su quel terreno dell’uguaglianza sociale ed economica.

Paolo VI ci ha insegnato che “la politica è la più alta forma di carità”, volendo con questo dire che non si tratta di semplice elemosina verso chi ha bisogno, ma di concepire la politica come servizio disinteressato e non come mezzo per carriere personali.
Non è più inutile in questo tempo il riferimento ad una forza politica di centro che sappia mettere saldi paletti rispetto alle estreme tendenze politiche, che realizzi, come sostiene Lucio D’Ubaldo, nel solco di una “evangelizzazione che fa dell’amore per l’umanità – contro la cultura dello scarto e la primazia del denaro, i pregiudizi della xenofobia, le diseguaglianze sociali e le chiusure sovraniste – la chiave di volta del cambiamento necessario.”

Ma tutto questo ha un senso e si giustifica nell’ottica del ritorno ad un popolarismo liquidato troppo in fretta da una classe dirigente avida di potere e di scalate personali, preoccupata più del possedere azioni da rivendicare a proprio favore in un contesto politico che non ha né un cuore, né un’anima.

Guardare al passato, alla storia, non in maniera nostalgica, ma come esempio e studio delle varie fasi che hanno accompagnato la discontinuità del pensiero più limpido dell’esperienza della prima Democrazia Cristiana murriana, del Partito Popolare sturziano e poi, nel secondo dopoguerra, da De Gasperi a Moro, ci fa comprendere che proprio il popolarismo non è mai morto. La nostra idea vive e si incarna giorno dopo giorno con i nuovi problemi dell’umanità, con una economia mondiale che ormai mostra tutti i suoi limiti rispetto alla cultura del profitto, del guadagno di pochi che sfruttano il lavoro di molti.

Allora, in questo contesto, non servono più sigle e siglette che in ogni appuntamento elettorale escono fuori come funghi in funzione di poltrone residuali personali, né tanto meno tutti coloro che per continuare ad occupare una poltrona ministeriale non hanno più niente da dire al popolo italiano in termini di proposta politica, di costume, di idee e di valori che i migliori uomini dell’esperienza politica popolare e democristiana hanno saputo dare ad un vasto elettorato cattolico e laico.

Per questi motivi alla domanda iniziale di Luigi Granelli dovremmo rispondere affermativamente. Il coraggio oggi deve riguardare il rapporto con la società, nella consapevolezza di dover reincarnare un’idea alta di politica con i problemi quotidiani della gente.

Ma per far questo occorre anche una identificazione precisa: non è più azzardato oggi, né tanto meno sorpassato, “quel ritorno al futuro” di Martinazzoli per chiedere, ancora una volta, con insistenza legittima a chi si sente depositario unico di un nome e di un simbolo che appartiene, invece, a milioni di militanti che hanno lottato senza tornaconti personali per l’affermazione degli ideali popolari.

La DC appartiene alla storia, Alessi ne sogna la sopravvivenza in virtù di carte bollate ed emozioni.

Alberto Alessi ha criticato un mio articolo pubblicato su “Il Domani d’Italia”, dove asserivo che l’esperienza della Democrazia Cristiana non è più ripetibile.

Egli ha contestato l’articolo in base a una personale interpretazione sulla sopravvivenza della Democrazia Cristiana, facendo anche leva su una sentenza di Cassazione.

Ora qui non vogliamo certo entrare nel dibattito sugli effetti della diaspora dc, ma osservare come le eccezioni di Alessi siano vuote di contenuto e prive di giustificazione.

Un partito non può certo riproporsi per via giudiziaria, ma solo in virtù di idee e proposte. Dunque, tutti gli amici che si ostinano a negare la realtà scontano la debolezza di una posizione senza fondamento.

Tra l’altro in data 20.11.2020 sul quotidiano “Il Tempo” è stato pubblicata una comunicazione  a firma Franco De Simoni e Raffaele Cerenza, i quali asseriscono che Grassi, Rotondi, Sandri e la Federazione Democristiana non sono legittimati in alcun modo a parlare in nome e per conto della DC. A tal uopo citano la sentenza della Corte di Appello di Roma n. 1305 del 2009, passata in  giudicato a seguito della sentenza n. 25999/10 delle sezioni unite della Cassazione.

Le stesse sentenze hanno affermato che né l’associazione di Grassi, né l’associazione di Rotondi, né il partito di Sandri, né L’UDC di Cesa, né CCD, né CDU, né il PPI, possono essere identificati con la Democrazia Cristiana.

A parte gli aneddoti raccontati, un partito va rapportato alla società in cui viviamo, con i richiami di ordine storico, sociologico, antropologico, teologico. Le motivazioni del mio interlocutore sono invece di ordine emozionale e del tutto personali.

E’ noto per altro che l’azione politica di Alberto Alessi, a differenza di quella del padre Giuseppe, è sempre stata marginale all’interno della Democrazia Cristiana, sia a Palermo che a Roma, dunque è marginale anche quella attuale.

La Democrazia Cristiana, ha compiuto un’azione importante nel nostro paese, Alcide De Gasperi ha ricostruito l’Italia portandola tra le nazioni più industrializzate: oggi quella storia è irripetibile.

L’antica arciconfraternita dell’orazione e morte

Articolo pubblicato sulle pagine dell’Osservatore Romano a firma di Andrea Fratini

All’inizio della spledida via Giulia, alle spalle di palazzo Farnese, sorge la chiesa di Santa Maria dell’Orazione e Morte. Un titolo che può sembrare inconsueto, ma che è testimone di una storia che parte all’incirca nell’anno 1538. Intorno a questa data, infatti, alcuni cristiani, vedendo che molti poveri, soprattutto nelle campagne, rimanevano spesso senza degna sepoltura, mossi da pietà vollero costituire una compagnia sotto il titolo della morte, che si prendesse cura di svolgere questa pia opera di misericordia verso i morti abbandonati.

Tale compagnia inizialmente non ebbe molti ascritti tra i suoi sodali, tanto che alcuni di loro chiesero ad un famoso predicatore cappuccino di far propaganda della loro opera nella chiesa di San Lorenzo in Damaso, dove il frate teneva i suoi sermoni in occasione dell’avvento dell’anno 1551. Stando alle cronache dell’epoca, l’iniziativa riscosse notevole successo tanto che il pio sodalizio da quel momento divenne sempre più numeroso.

Nel 1552, infine, papa Giulio III approvò ufficialmente tale opera come confraternita, poi elevata al rango di arciconfraternita, con il titolo dell’«Orazione e Morte», poiché accanto all’opera di seppellire i defunti si aggiungeva anche il pio esercizio di pregare verso di loro per suffragare la loro anima. Papa Pio V, inoltre, concesse alla confraternita un privilegio del tutto eccezionale, ossia quello di liberare un condannato a morte nell’ottava del Corpus Domini.

La confraternita ebbe sede inizialmente presso la chiesa di Santa Caterina da Siena in via Giulia ed in seguito presso la chiesa di Santa Caterina della Rota. Tuttavia, nel 1572 i confratelli poterono acquistare un terreno nella zona di via Giulia e qui, nel 1575, iniziarono i lavori di costruzione di una chiesa che diverrà la sede ufficiale della confraternita. La chiesa di Santa Maria dell’Orazione e Morte per l’appunto.

Quella che si può ammirare oggi tuttavia, è frutto dei rifacimenti avvenuti agli inizi del ‘700 sotto la guida dell’architetto Ferdinando Fuga, grande protagonista dell’arte barocca e tardo-barocca, al cui genio Papa Benedetto XIV affiderà la costruzione della nuova facciata della Basilica di Santa Maria Maggiore. Nelle forme attuali è considerata uno dei massimi gioielli del barocco romano, caratterizzato dall’interno a pianta ovale e dalla graziosa facciata su cui compaiono scheletri alati e clessidre, come perenne memento mori per tutti coloro che ivi passavano, secondo un gusto tipico dell’arte del xvii secolo. La chiesa, come si può immaginare, era dotata di un cimitero annesso, in parte in superficie e in parte sotterraneo. Del cimitero che era in superficie non è rimasto più nulla, poiché demolito a seguito della costruzione dei muraglioni del Tevere nel corso dell’Ottocento. Del cimitero sotterraneo, invece, è rimasta oggi solo una piccola cripta, in cui sono ancora esposti teschi e scheletri, similmente alla più nota cripta dei cappuccini in Via Veneto.

Oltre al cimitero, la confraternita aveva qui anche dei saloni appositi (anch’essi demoliti) in cui si svolgevano le “Sacre Rappresentazioni della Morte”. Si trattava di messinscene teatrali in cui venivano rappresentati episodi di carattere sacro tratti dalla Bibbia o dalle vite dei santi, il cui scopo era quello di far riflettere gli astanti sui cosiddetti “novissimi” (inferno, purgatorio e paradiso). A tal fine venivano utilizzate anche statue di cera e, in alcune occasioni, veri e propri cadaveri.

Oltre a ciò, nelle varie chiese di Roma era usanza tipica erigere, specialmente durante l’ottaviario dei defunti, catafalchi ed apparati effimeri con impressi scheletri, teschi, e vari simboli che rimandavano alla fine della vita. Un modo di approcciarsi alla tematica della morte forse per noi estraneo, abituati da un po’ di tempo sia a una sorta di rimozione della morte dall’immaginario collettivo, sia a una visione certamente meno cupa e macabra della stessa da un punto di vista cristiano.

E’ il turismo il settore più in crisi

Continua ad essere il settore “simbolo” della crisi da coronavirus nel nostro Paese: fin dall’inizio della pandemia, infatti, il turismo italiano ha subito un tracollo dal quale al momento sembra impossibile risorgere.

Dopo 5 mesi che hanno bruciato 49,5 milioni di arrivi in Italia e 153,5 milioni di presenze oltre a 10,5 milioni in meno di Italiani all’estero, agosto e settembre non sono andati meglio, se non per una lievissima ripresa dei flussi interni, caratterizzati però da soggiorni brevi e capacità di spesa decisamente ridotta.

L’indice di fiducia del viaggiatore italiano, calcolato mensilmente da SWG per conto di Confturismo-Confcommercio, fornisce però indicazioni ancora peggiori per l’immediato futuro: la propensione a viaggiare scende a 49 punti, su scala 0-100, il peggior risultato di 6 anni di rilevazione dopo i 44 punti di aprile, quando eravamo in pieno lockdown: 17 punti sotto a ottobre 2019.

Sei italiani su dieci non prendono nemmeno in considerazione l’ipotesi di fare una vacanza da qui a fine anno e l’elemento alla base di tutto questo è la paura della pandemia, come dice il 64%. Un timore tanto radicato da influenzare, ed è questa la criticità maggiore, i mesi a venire fino all’estate 2021, quando gli intervistati considerano seriamente la possibilità di fare una vacanza di almeno 7 giorni.

Uno scenario dettato dall’emotività e dall’incertezza ma che, se confermato, farebbe saltare il business del settore per le settimane bianche, Carnevale e Pasqua.

A Natale 400 mln di aiuti alimentari per i poveri

Con oltre 4 milioni di poveri che in Italia per l’aggravarsi della situazione sono costretti per Natale a chiedere aiuto per il cibo da mangiare è importante l’istituzione di un fondo con una dotazione di 400 milioni di euro, da erogare ai Comuni, per l’adozione di misure urgenti di solidarieta’ alimentare nel decreto ristori ter approvato dal Consiglio Dei Ministri. E’ quanto afferma la Coldiretti con la rete dei mercati degli agricoltori di Campagna Amica pronta a collaborare con i Sindaci, sulla base della proiezione sugli ultimi dati del Fondo per indigenti (Fead) con l’aumento di oltre il 40% delle richieste di aiuto agli Enti impegnati nel volontariato.

Con la nuova ondata di contagi – sottolinea la Coldiretti – per le feste di fine anno insieme allo shopping e alla convivialità occorre sostenere quanti si trovano in una condizione di precarietà aggravata dalla pandemia Covid.  Fra i nuovi poveri nel Natale 2020 – sottolinea la Coldiretti – ci sono coloro che hanno perso il lavoro, piccoli commercianti o artigiani che hanno dovuto chiudere, le persone impiegate nel sommerso che non godono di particolari sussidi o aiuti pubblici e non hanno risparmi accantonati, come pure molti lavoratori a tempo determinato o con attività saltuarie che sono state fermate dalla limitazioni rese necessarie dalla diffusione dei contagi per Covid. Persone e famiglie che mai prima d’ora – precisa la Coldiretti – avevano sperimentato condizioni di vita così problematiche. La stragrande maggioranza di chi è costretto a ricorrere agli aiuti alimentari lo fa attraverso la consegna di pacchi alimentari che rispondono maggiormente alle aspettative dei nuovi poveri (pensionati, disoccupati, famiglie con bambini) che per vergogna prediligono questa forma di sostegno piuttosto che il consumo di pasti gratuiti nelle strutture caritatevoli.

Le situazioni di difficoltà sono diffuse lungo tutta la Penisola ma le maggiori criticità – continua la Coldiretti – si registrano nel Mezzogiorno con il 20% degli indigenti che si trova in Campania, il 14% in Calabria e l’11% in Sicilia ma condizioni diffuse di bisogno alimentare si rilevano anche nel Lazio (10%) e nella Lombardia  (9%) dove più duramente ha colpito l’emergenza sanitaria, secondo gli ultimi dati Fead.

In questo contesto “è’ necessario subito accelerare gli acquisti di cibi e bevande Made in Italy di qualità da distribuire ai nuovi poveri per fare fronte alle crescenti richieste di aiuto che vengono agli Enti impegnati nel volontariato e, allo stesso tempo, sostenere il lavoro e l’economia del sistema agroalimentare tricolore duramente colpito dalle difficoltà delle esportazioni e della ristorazione in grave crisi”. ha affermato o il presidente della Coldiretti Ettore Prandini.

In realtà il piano di aiuti pubblico– continua la Coldiretti – è stato già anticipato nei fatti dall’impegno di quasi 4 italiani su 10 (39%) che dichiarano di partecipare a iniziative di solidarietà per aiutare chi ha più bisogno attraverso donazioni o pacchi alimentari, anche utilizzando le operazioni di aiuto messe in campo dagli agricoltori di Campagna Amica con la spesa sospesa, secondo l’indagine Coldiretti/Ixè.  Circa 2 milioni di chili in frutta, verdura, formaggi, salumi, pasta, conserve di pomodoro, farina, vino e olio 100% italiani, di alta qualità e a chilometri zero sono stati raccolti e donati dagli agricoltori di Campagna Amica ai più bisognosi nell’ambito dell’iniziativa la “spesa sospesa” operativa lungo tutta la Penisola. Si tratta – conclude la Coldiretti – della più grande offerta gratuita di cibo mai realizzata dagli agricoltori italiani per aiutare a superare l’emergenza economica e sociale provocata dalla diffusione del coronavirus e dalle necessarie misure di contenimento.

Vicini e Connessi: il digitale per commercianti locali e negozi di prossimità

Vicini e Connessi è il progetto di Solidarietà Digitale che permette a commercianti locali e negozi di prossimità di promuovere le proprie attività attraverso piattaforme e servizi digitali. Lo scopo, in tempi di limitazioni dei movimenti dovuti al Covid-19 ma anche in futuro, è di salvaguardare e accrescere le dimensioni della propria clientela per fornitori che si trovano vicini ai consumatori. Questo viene fatto facilitando offerte di beni e servizi che permettano a piccoli e medi esercizi di utilizzare gratuitamente strumenti innovativi.

Il digitale per l’economia locale

Promossa dal Dipartimento per la trasformazione digitale, l’iniziativa Vicini e Connessi incoraggia a ricorrere a strumenti digitali con l’obiettivo di determinare vantaggi per chi vende, per chi acquista e per il tessuto sociale delle nostre città e dei nostri paesi. Usate nell’interesse della collettività le nuove tecnologie possono essere utili per ridurre le difficoltà negli approvvigionamenti di persone che possono muoversi meno di prima e contrastare i rischi di chiusura di piccole aziende altrimenti danneggiate da un calo della domanda.

Il progetto aumenta i punti di contatto tra “piattaforme abilitanti” legate al commercio elettronico, i fornitori di servizi di logistica e consegna a domicilio e consulenti in grado di rendere più facile l’uso di prodotti e servizi digitali. I piccoli esercizi locali e di quartiere e le botteghe artigiane potranno, attraverso questi strumenti digitali, continuare a servire nel migliore dei modi i clienti abituali e anche ampliare le rispettive clientele raggiungendo persone che dispongono o non dispongono in ogni momento dei mezzi e delle capacità necessarie per gli spostamenti.

In questa prima fase è possibile inviare la propria adesione mettendo a disposizione servizi e prodotti all’interno della piattaforma. Le offerte solidali ricevute verranno poi pubblicate per essere utilizzabili da attività commerciali, negozi di prossimità e artigiani.

Grazie a Vicini e Connessi i servizi offerti sia per le aree urbane sia per zone montane e aree rurali del nostro Paese potranno aiutare a rispondere alle particolari esigenze di questa fase.

Come partecipare

Quanti vogliono partecipare, anche per un periodo limitato, su tutto il territorio italiano o solo in alcune Regioni, possono aderire seguendo le istruzioni nel sito e presentando le proprie offerte solidali. Vicini e Connessi si rivolge a una pluralità di soggetti presenti sul territorio nazionale: piccole e medie imprese, società multinazionali, aziende a partecipazione pubblica, enti e associazioni di volontariato. Con l’Avviso pubblico vengono esposti gli obiettivi dell’iniziativa, le modalità di partecipazione ed i requisiti richiesti per partecipare

Sul sito di Solidarietà Digitale sarà poi possibile per i commercianti ricercare tra un elenco di servizi gratuiti quelli che meglio rispondono alle loro esigenze. La piattaforma presenterà in modo semplice e intuitivo anche le istruzioni per attivare questi servizi.

Gli strumenti offerti

Con Vicini e Connessi i piccoli esercizi locali e di quartiere e le botteghe artigiane avranno l’opportunità di:

  • vendere i propri prodotti e servizi attraverso piattaforme di commercio online, portali e altri strumenti digitali per rendere acquistabili in rete i prodotti in vendita nei propri negozi;
  • ricevere supporto e assistenza informatica;
  • effettuare le consegne a domicilio;
  • promuovere e valorizzare il commercio di prossimità, anche attraverso azioni di comunicazione e pubblicità.

Link utili:

Covid: A gennaio due vaccini efficaci e sicuri

“Sono davvero convinta che la scienza abbia dato il meglio di sé durante questa crisi globale, mostrandoci, ancora una volta, cosa sappiamo fare noi uomini quando lavoriamo insieme.

A gennaio avremo probabilmente due vaccini efficaci e sicuri grazie all’ingegno brillante di tanti ricercatori e alla generosità degli oltre 70mila volontari che si sono lasciati vaccinare senza dubbi. Fidandosi della scienza”.

Lo scrive su Facebook l’immunologa dell’Università di Padova, Antonella Viola, tornando sulle polemiche sulla sicurezza ed efficacia dei vaccini anti-Covid in fase di sviluppo sollevate in una intervista dal virologo Andrea Crisanti.

La democrazia dei partiti non esiste più e forse i partiti stessi non servono più.

I partiti italiani ormai sono solo comitati elettorali che gestiscono le liste. Nessuna analisi, nessun confronto, nessun dibattito. Nulla.

Gli eletti, a tutti i livelli, contribuiscono ad annientare e svilire il partito costruendo il partito degli eletti. Fino a quando lo saranno. Tutto avviene tra pochi intimi.

La democrazia dei partiti non esiste più e forse i partiti stessi non servono più.
Una volta esistevano anche le correnti, tanto biasimate. Oggi nemmeno quelle sono sopravvissute, ammazzate dalla gestione del potere da alcuni e dalla insipienza di altri, propensi ad offrirsi in cambio di future prebende che non ci saranno.

Le correnti erano anche sensibilizzazione dei cittadini, voglia di partecipare, di informarsi, di sapere. Oggi … nulla. Ed allora a che servono più i partiti, basta comporre liste elettorali attraenti ed avere un dominus capace di vincere.

Tutto questo non è politica, non è cittadinanza attiva. È solo gestione. La politica è un’altra cosa.

Rebecchini, il Sindaco della ricostruzione

«Roma è, sin dal dopoguerra, una città in condizioni eccezionali». Questa affermazione, in uso nel linguaggio di Salvatore Rebecchini ogni qual volta venisse intervistato da un organo di stampa o fosse oggetto di dure critiche da parte delle correnti legate all’opposizione politica, sembra ancora molto attuale. L’eccezionalità, per la capitale d’Italia, era ed è un fenomeno ricorrente, perché Roma questa condizione continua a viverla per motivi che di generazione in generazione sono mutati nella forma, ma non nella sostanza. Roma è, di fatto, con tutte le criticità indotte, una metropoli in perenne ricostruzione vs manutenzione.

Lo era a maggior ragione il 12 ottobre 1947, quando Rebecchini fu nominato sindaco mediante elezioni democratiche. Democristiano, appoggiato da liberali, qualunquisti e da tre voti decisivi dei missini, si sentì investito non solo di un mandato istituzionale di grande responsabilità, ma anche di una missio spiritualis la quale prevedeva la transizione di matrice ideologico-sociale trasposta dal binomio De Gasperi-Montini (quest’ultimo già Segretario di Stato Vaticano) nello scenario politico romano; l’obiettivo era quello di tenere lontano dal potere le temute sinistre marxiste. In tal senso, Roma rappresentava un terreno di scontro tanto simbolico quanto fertile, perché di contesti divisivi ce n’erano a volontà: uno dei più sentiti era l’urgenza di restituire dignità – ma soprattutto una dimora – alle decine di migliaia di sfollati e ai tanti immigrati del meridione che si erano avvicinati alla città eterna in cerca di un lavoro e di una vita più decorosa della precedente, fatta di miseria e bombardamenti. L’intenzione metteva d’accordo tutti, il problema si presentava sul come farlo. Per la Dc, la prima causale, tuttavia, era quella di riportare la città alla sua dimensione di centro della cristianità universale a scapito delle macerie lasciate dalla guerra e dei totalitarismi che aveva prodotto. Ciò rappresentava certamente il minimo comun denominatore di tutti gli altri impegni, non ultimo il rispetto degli accordi atlantici.

La città, ancora ferita ma colta da una febbrile attività di riedificazione urbanistica che interessò in primo luogo le periferie, si trasformò in un grande cantiere dal quale non fu esente il centro storico. E qui iniziarono le polemiche e le accuse a Rebecchini : l’abbattimento di Via della Vittoria per aprire un varco che collegasse il Corso a Via Veneto fu solo un assaggio. L’opera fu annullata, ma ciò nondimeno andarono a buon fine il completamento di Via della Conciliazione in previsione dell’Anno Santo 1950, la Stazione Termini,  la Cristoforo Colombo, buona parte del Gra e il primo tratto della metropolitana che collegava il centro all’Eur. Niente male, si potrebbe dire. Ma le polemiche infuriarono, e a soffiare sul fuoco ci si misero anche i radicali della prima ora, agli antipodi dell’ambientalismo ecologista di recente memoria. Il primo cittadino incassò e balzò alle cronache per alcune vicende giudiziarie legate all’abusivismo edilizio che coinvolsero immobiliaristi vicini alla giunta capitolina, ma dalle quali egli uscì pulito nonostante le numerose campagne di stampa a dir poco diffamatorie.

Rileggendo le carte, le ricostruzioni storiografiche, le interviste e alcuni verbali inerenti ai momenti forse più delicati di entrambe le due consiliature Rebecchini, si evince, e perdonateci se non riteniamo ciò solo una teoria ipotetico-deduttiva, che il sindaco si trovò suo malgrado nel bel mezzo di ingranaggi contorti (oseremo dire anche asimmetrici e perversi) costituiti dai grandi interessi della finanza immobiliare, dalle dispute tra appaltisti senza scrupoli, dallo scontro ideologico tra modi diversi di concepire l’architettura urbana e la stessa politica; una situazione del tutto fuori controllo e tristemente immune da qualsiasi iniziativa, ordinanza o delibera che potesse dare luogo a soluzioni condivise o a punti d’incontro intesi a concertare. Rebecchini funse da parafulmine, da capro espiatorio, e nonostante questo assolse due mandati per un totale di quasi dieci anni di sindacatura. Nel bel mezzo, anche la presidenza Anci e il gemellaggio Roma-Parigi; un gemellaggio che fece epoca ed è tutt’ora attuale, proemio di una vocazione europeista celata ma che oggi ci permettiamo di riconoscergli.

 

Salviamo presente e futuro

L’uomo è caratterizzato dal poter esplorare il futuro. A lui è consentito, tramite l’immaginazione, unita all’esperienza e alla storia, formulare delle ipotesi circa il tempo che verrà.

Del resto, noi continuamente utilizziamo quella dimensione temporale. Lo facciamo per tempi brevi, dal mattino alla sera, dal lunedì al sabato, ma alle volte ci dedichiamo anche a vedere cose lontane. Soprattutto quando il presente è un po’ screanzato.

La speranza, infatti, è il frutto di questa operazione rivolta all’orizzonte non ancora svelato. In tempi di malanni, siamo li a costruire edifici gradevoli per il dopo. Oggi, il Covid, oltre a costringerci a stare attenti agli aspetti che accadono e sono accaduti, ci invita a pensare alla sua fine. Perché, come tutti i fenomeni naturali, anche il Covid ammainerà le sue vele.

Quando siamo in inverno, siamo presi a pensare alla primavera e all’estate; nella tempesta del virus, già guardiamo al suo definitivo allontanamento. Quando sarà?

Non è difficile prevedere che l’insieme dei vaccini, l’insieme di altre cure, di altri farmaci, di nuovi strumenti medici, lo faccia tramontare nella tarda primavera del prossimo anno e tolga completamente le sue orme dall’autunno del 2021.

L’euforia delle borse staranno pur significando qualcosa. Cos’è che le fa muovere? Non certo il presente, ma i futuri guadagni. In sostanza scommettono su che cosa accadrà nelle prossime stagioni. La sconfitta del virus è sicuramente un detonatore a vantaggio di molte attività. Non solo attività di carattere economico, ma anche di aspetti meno lucrativi.

Saggezza vuole che noi si abbia, da un lato sempre massima attenzione per quanto sta accadendo in questo periodo, ma in parallelo anche soggiornare nella sfera che seguirà questa tremenda pandemia. Così non scorderemo l’impegno di essere seri nel presente, ma non ci faremo deprimere perché già ci tufiamo nel cielo della bellezza successiva.

Questioni e figure chiave del programma economico di Biden

Articolo pubblicato dalla rivista Atlante della Treccani a firma di Martino Mazzonis

«Forse la lezione più importante delle elezioni del 2016 è che l’agenda deve essere ambiziosa. In passato i democratici hanno saputo indicare agli americani obiettivi alti. Più di recente, il partito ne ha scelti di più contenuti. È tempo che la prossima generazione di candidati democratici si coalizzi attorno a un rinnovato senso di missione nazionale: la rinascita della middle class. Sta succedendo qualcosa di profondo nella politica americana in questo momento. Una marea si sta muovendo. Il centro di gravità si sta spostando. I democratici hanno la rara opportunità di fissare obiettivi audaci e di raggiungerli. Offrendo nuove idee basate su principi già testati e recuperando l’ambizioso stile di governo che definiva il nostro partito e la nostra politica, e mettendolo al lavoro per affrontare le sfide del nostro tempo, potremo ottenere la crescita e l’equità, l’innovazione e l’uguaglianza. Momenti come questo non capitano spesso nella storia. I democratici devono cogliere questo momento».

La lunga citazione, l’appello per un nuovo e contemporaneo rooseveltismo che avete letto non viene dal manifesto di Ocasio-Cortez e Bernie Sanders, ma da un breve saggio pubblicato nel 2018 su Democracy Journal da Jake Sullivan, uno dei collaboratori più stretti e ascoltati di Joe Biden. Sullivan non è un radicale, è giovane ma è un veterano della politica di Washington: era consigliere per la sicurezza nazionale di Biden quando questi era vicepresidente, ha svolto un ruolo importante nei negoziati sul nucleare iraniano ed ha lavorato per la campagna di Hillary Clinton – si dice che insistesse perché l’ex senatrice battesse più e meglio quel Midwest che le costò le elezioni.

Leggere quel testo aiuta a capire l’insistenza di Joe Biden su alcuni temi quali l’innalzamento del salario minimo, le infrastrutture “verdi”, l’importanza dell’istruzione primaria, il ruolo dei sindacati. “I’m a Union guy”, sono un tipo da sindacati, ha detto il presidente eletto nel suo primo discorso politico dopo il voto.

L’articolo di Sullivan è interessante proprio perché viene da una figura cresciuta politicamente in un contesto diverso dalla ricetta che offre oggi. Le idee di fondo sono due: ci sono sfide urgenti a cui occorre rispondere per restituire slancio alla società americana e renderla più inclusiva raccogliendo assieme le domande delle minoranze e quelle degli operai bianchi del Midwest che si sentono lasciati indietro. Questa visione implica un lavoro assieme alle imprese e ai sindacati, un lavoro che il presidente eletto ha avviato con un primo incontro simbolico con manager di grandi gruppi e diverse sigle sindacali offrendo un’idea di medio periodo e non limitando il ruolo del pubblico a sconti fiscali e trasferimenti monetari.

Dal punto di vista politico l’approccio di Biden è quello “nazionale” e non antagonista alla Sanders e Ocasio: promuovere politiche che dagli anni Ottanta in poi sono considerate tabù coinvolgendo anche le imprese, non contro di esse. Ma mettendo in chiaro che il coinvolgimento passa per uno scambio, che un aiuto agli investimenti o una strategia di commercio internazionale che favoriscano il ‘made in USA’ non sono gratis. Relativamente facile a dirsi, difficile a farsi in un contesto nel quale i repubblicani governano in molti Stati e (forse) controllano il Senato. La crisi economica da Coronavirus potrebbe aiutare in questo senso e l’idea di fondo della quale il presidente eletto sembra convinto è che gli Stati Uniti possano uscire da questa forbice investendo sulla transizione ecologica dell’economia (infrastrutture, trasporto, edilizia, auto elettrica). Tra l’altro come principale candidata al posto di segretario al Tesoro c’è Lael Brainard, considerata superqualificata per il ruolo, che recentemente ha messo al centro del suo lavoro alla Federal Reserve il tema ambientale. Brainard non è particolarmente gradita all’ala sinistra del partito, che pure riconosce la presa di distanze dalle figure più ingombranti e gradite a Wall Street della politica economica democratica degli anni Novanta (Rubin, Summers e lo stesso segretario al Tesoro di Obama Geithner).

Il mainstream degli economisti di area democratica negli Stati Uniti non è più la cosiddetta “Rubinomics” (da Robert Rubin, segretario al Tesoro di Bill Clinton), che sintetizzato e tradotto volgarmente è l’ossessione per tenere la spesa sotto controllo per determinare un calo dei tassi di interesse e, conseguentemente, favorire gli investimenti e con essi la crescita. Persino figure molto legate agli anni Novanta come Larry Summers hanno cambiato idea, o meglio, hanno adattato le loro idee al contesto contemporaneo. La novità però è che tra i consiglieri di Biden Summers non ci sarà e ci sono invece figure che in anni recenti si sono trovate in minoranza nelle commissioni di economisti che consigliavano il presidente Obama. Oppure dei nuovi alla politica. Jared Bernstein, ad esempio uscì (senza clamore) dal Council of economic advisers della Casa Bianca perché le sue idee sulla necessità di rendere lo stimolo economico di Obama più ampio e coraggioso e di immaginare di creare lavoro pubblico nelle città in funzione anticrisi come negli anni della Work Progress Administration di Roosevelt vennero scartate. La creazione di lavoro buono e pagato bene è la questione per Bernstein, così come una redistribuzione dei benefici della globalizzazione. In un’intervista del 2017 mi disse: «Sarebbe importante redistribuire i benefici della globalizzazione facendo in modo che nessuno manipoli la propria moneta per competere e che di conseguenza il settore manifatturiero possa competere in maniera equa (sta parlando della Cina, ndr) e serve più formazione dei lavoratori e dei giovani nelle aree industriali in declino e un welfare più efficace e persino lavoro pubblico sussidiato in alcuni casi in maniera da consentire alle persone di trovare lavori dignitosi».

L’accento e l’interesse per le questioni legate alla scuola e ai servizi all’infanzia e alla persona viene invece da Heather Boushey, presidente del Washington Center for Equitable Growth, il cui lavoro si concentra sulle diseguaglianze e su come queste danneggino la crescita. Per ridurle, sostiene in pillole Boushey, occorre investire sulla prima infanzia, allargare la sfera del lavoro di cura e pagarlo adeguatamente per ridurre le diseguaglianze nel lungo periodo e non avere paura del deficit, non in tempi di crisi: «C’era bisogno di più spesa pubblica prima che qualcuno di noi sentisse parlare del Coronavirus: per affrontare la disuguaglianza economica pervasiva, per investire in capitale umano, fisico e intellettuale. Questa necessità sarà ancora maggiore con il virus» scriveva su Twitter qualche giorno dopo il voto.

La figura chiave per capire la Bidenomics è forse Ben Harris, già al suo fianco nella seconda amministrazione Obama. Harris è la figura che fa la sintesi e traduce le idee in politiche dopo aver guardato ai numeri e ragionato su come venderle. Durante la campagna elettorale Harris è stato il collettore delle proposte provenienti da un’ampia platea di consiglieri economici in un lavoro tenuto il più segreto possibile – gli esperti di Biden non hanno parlato granché con i media. Harris è meno prestigioso come economista, ma è esperto di tasse e bilanci, ovvero della parte essenziale per capire dove e come trovare i soldi per implementare politiche che costano senza spaventare troppo il mondo del business – una differenza netta con l’ala più radicale del Partito democratico, che con Sanders e Warren durante le primarie proponeva tasse molto alte sulla ricchezza.

Qui l’articolo completo

Nuovo Piano Nazionale Transizione 4.0

Il nuovo Piano Nazionale Transizione 4.0 – afferma il Ministro Stefano Patuanelli – è il primo mattone su cui si fonda il Recovery Fund italiano. Stiamo parlando di un investimento di circa 24 miliardi di Euro. Abbiamo sempre detto che quei finanziamenti andavano investiti e non spesi ed esattamente in questa direzione va il potenziamento di Transizione 4.0, che ora diventa strutturale. È un percorso partito da lontano, nato dal confronto con le categorie produttive. Con il Piano Nazionale Transizione 4.0 si raggiungono due obiettivi fondamentali: stimolare gli investimenti privati con una maggiorazione delle aliquote; dare stabilità alle categorie produttive con un pacchetto di misure ampio e pluriennale. Transizione 4.0 abbraccia gli investimenti in beni strumentali, materiali e immateriali 4.0, Formazione 4.0 di dipendenti e imprenditori, punta su R&S, innovazione, design, ideazione estetica e green economy. Si tratta del cuore del nuovo piano industriale del Paese”.

Il Viceministro Stefano Buffagni: “Transizione 4.0 è un piano shock con cui abbasseremo le tasse alle nostre imprese già dal 2021. Vogliamo incentivare l’acquisto di beni durevoli, garantire il supporto agli investimenti delle nostre imprese. Per questo motivo abbiamo ampliato dal 6% al 10%, passando da un ammortamento da cinque a tre anni, tutte le spese fatte in beni strumentali. Per noi è fondamentale aiutare le nostre piccole imprese, quelle che soffrono maggiormente: quindi per tutte le aziende che hanno un fatturato fino a cinque milioni di euro, il credito d’imposta del 10% sarà utilizzabile immediatamente nell’anno. Ciò significa pagare meno tasse, avere supporto per la propria liquidità e garantire il futuro alla propria azienda”.

Nuova durata delle misure

I nuovi crediti d’imposta sono previsti per 2 anni;
La decorrenza della misura è anticipata al 16 novembre 2020;
È confermata la possibilità, per i contratti di acquisto dei beni strumentali definiti entro il 31/12/2022, di beneficiare del credito con il solo versamento di un acconto pari ad almeno il 20% dell’importo e consegna dei beni nei 6 mesi successivi (quindi, entro giugno 2023).

Anticipazione e riduzione della compensazione con maggiore vantaggio fiscale nell’anno

Per gli investimenti in beni strumentali “ex super” e in beni immateriali non 4.0 effettuati nel 2021 da soggetti con ricavi o compensi minori di 5 milioni di euro, il credito d’imposta è fruibile in un anno;
È ammessa la compensazione immediata (dall’anno in corso) del credito relativo agli investimenti in beni strumentali;
Per tutti i crediti d’imposta sui beni strumentali materiali, la fruizione dei crediti è ridotta a 3 anni in luogo dei 5 anni previsti a legislazione vigente.

Maggiorazione dei tetti e delle aliquote (Beni materiali e immateriali)

Incremento dal 6% al 10% per tutti del credito beni strumentali materiali (ex super) per il solo anno 2021;
Incremento dal 6% al 15% per investimenti effettuati nel 2021 per implementazione del lavoro agile;
Estensione del credito ai beni immateriali non 4.0 con il 10% per investimenti effettuati nel 2021 e al 6% per investimenti effettuati nel 2022.

Maggiorazione dei tetti e delle aliquote (Beni materiali 4.0)

Per spese inferiori a 2,5 milioni di Euro: nuova aliquota al 50% nel 2021 e 40% nel 2022;
Per spese superiori a 2,5 milioni di Euro e fino a 10 mln: nuova aliquota al 30% nel 2021 e 20% nel 2022;
Per spese superiori a 10 milioni di Euro e fino a 20 milioni è stato introdotto un nuovo tetto: aliquota al 10% nel 2021 e nel 2022.

Maggiorazione dei tetti e delle aliquote (Beni immateriali 4.0)

Incremento dal 15% al 20%;
Massimale da 700 mila Euro a 1 milione di Euro.

Ricerca & Sviluppo, Innovazione, Design e Green

R&S: incremento dal 12% al 20% e massimale da 3 milioni a 4 milioni di Euro;
Innovazione tecnologica: incremento dal 6% al 10% e massimale da 1,5 milioni a 2 milioni;
Innovazione green e digitale: incremento dal 10% al 15% e massimale da 1,5 milioni a 2 milioni;
Design e ideazione estetica: incremento dal 6% al 10% e massimale da 1,5 milioni a 2 milioni.

Credito Formazione 4.0

Estensione del credito d’imposta alle spese sostenute per la formazione dei dipendenti e degli imprenditori;
È riconosciuto nell’ambito del biennio interessato dalle nuove misure (2021 e 2022).

Nuova politica industriale UE: quali sono le sfide da affrontare?

Le imprese europee sono state gravemente colpite dagli effetti della pandemia di COVID-19, tra i licenziamenti o la riduzione del personale che molte di loro hanno dovuto affrontare, senza contare i nuovi modi di lavorare per rispettare le misure sanitarie richieste dai governi. Prima di poter affrontare la transizione digitale e ambientale necessaria, le industrie UE hanno bisogno di riprendersi dalla pandemia.

Durante la plenaria di novembre il Parlamento europeo ha deciso di reiterare la richiesta alla Commissione di rivedere la proposta di marzo 2020 sulla nuova strategia industriale. Nel progetto di relazione adottato il 16 ottobre i membri della Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia hanno richiesto un adeguamento nell’approccio UE alla politica industriale per soddisfare le esigenze sollevate dalla pandemia, aiutando così le industrie a fronteggiare la crisi e ad affrontare la transizione digitale e ambientale.

L’industria rappresenta più del 20% dell’economia UE e vede coinvolti circa 35 milioni di lavoratori, con diversi milioni di posti lavoro collegati al settore sia nei propri paesi che all’estero. Rappresenta l’80% delle esportazioni di beni. L’UE è anche uno dei principali fornitori globali e una delle maggiori destinazioni di investimenti diretti esteri.

Nel contesto della nuova strategia industriale, le aziende UE dovrebbero contribuire agli obiettivi UE per la neutralità climatica previsti dalla tabella di marcia del Green deal. La politica industriale dovrebbe sostenere le aziende UE, specialmente le piccole e medie imprese, nella transizione verso un’economia digitale e a impatto zero. Dovrebbe anche creare posti di lavoro di elevata qualità, senza ledere la competitività europea.

Una strategia simile dovrebbe avere una duplice azione secondo il Parlamento europeo: una fase di ripresa per consolidare i posti di lavoro, riattivare la produzione e adattarsi al periodo post-COVID, seguita dalla ricostruzione e dalla trasformazione industriale.

Rafforzare le piccole e medie imprese per una crescita sostenibile

Le piccole e medie imprese sono la spina dorsale dell’economia dell’UE, dal momento che rappresentano oltre il 99% delle imprese europee. La strategia industriale dovrebbe concentrarsi su di esse: a causa delle misure nazionali di contrasto a COVID-19 hanno infatti dovuto contrarre debiti e ridurre la loro capacità di investimento. Questo potrebbe verosimilmente comportare un rallentamento della crescita sul lungo termine.

Aiutare l’industria a riprendersi dalla crisi socio-economica

Il piano di ripresa post COVID fa parte della prima fase di risposta all’emergenza e dovrebbe essere distribuito secondo l’entità del danno subito, dei problemi affrontati e del totale del supporto finanziario già ricevuto attraverso gli aiuti di stato nazionali.

Dovrebbe essere data priorità ad aziende e piccole e medie imprese indirizzate verso una trasformazione digitale e ambientale, finanziando quindi attività eco-sostenibili.

Il Parlamento europeo vuole assicurare che la transizione verde e la transizione digitale siano giuste e socialmente eque, e che vengano seguite da iniziative per fornire nuove competenze ai lavoratori. Vuole inoltre una valutazione dell’impatto dei potenziali costi e oneri della transizione per le aziende europee, tra cui le piccole e medie imprese, oltre ad assicurare che gli aiuti statali forniti durante la fase di emergenza non portino a una distorsione permanente sul mercato unico. Il Parlamento vuole inoltre riportare nell’Unione europea le industrie strategiche che si sono trasferite all’estero negli anni.

Investire in imprese più verdi, digitali e innovative

Nella seconda fase la strategia industriale dovrebbe garantire competitività, resilienza e sostenibilità sul lungo termine. Tanti i punti da affrontare secondo il Parlamento europeo, a partire dall’attenzione agli aspetti sociali del cambiamento strutturale e dalla rivitalizzazione dei territori che fanno affidamento sull’utilizzo di combustibili fossili attraverso il Fondo per una transizione giusta, che fa parte dei fondi UE per il clima.

Il Parlamento vuole anche la garanzia che i sussidi UE siano destinati ad aziende eco-sostenibili e che i finanziamenti sostenibili alle compagnie nel processo di decarbonizzazione siano aumentati. Vuole anche un meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere per salvaguardare i produttori e i posti di lavoro UE da una competizione internazionale sleale.

Il Parlamento europeo chiede inoltre di sfruttare l’economia circolare, privilegiando il principio dell’efficienza energetica al primo posto, il risparmio di energia e le tecnologie basate sulle energie rinnovabili. Il gas dovrebbe poi essere utilizzato nella transizione dai combustibili fossili, e l’idrogeno come potenziale tecnologia innovativa.

Per il settore della salute, si vuole un’industria farmaceutica impegnata nella ricerca e un piano di mitigazione del rischio di carenza di farmaci.

Secondo il Parlamento bisogna poi investire nell’intelligenza artificiale e implementare un mercato unico UE digitale, costruire un migliore sistema digitale di tassazione e sviluppare standard europei sulla cyber-sicurezza, investire di più su ricerca e sviluppo e rivedere le norme UE antitrust per garantire una competitività a livello mondiale.

Industria: Istat, a settembre 2020 il fatturato torna a calare. Giù anche gli ordini

A settembre si stima che il fatturato dell’industria al netto dei fattori stagionali diminuisca in termini congiunturali del 3,2%, interrompendo la dinamica positiva registrata nei quattro mesi precedenti. Nella media del terzo trimestre l’indice complessivo è aumentato del 33,4% rispetto al trimestre precedente.

Anche gli ordinativi destagionalizzati registrano a settembre un calo congiunturale, di maggiore ampiezza rispetto al fatturato (-6,4%), mentre nella media del terzo trimestre sono cresciuti del 40,7% rispetto al trimestre precedente.

La dinamica congiunturale del fatturato è sintesi di una significativa diminuzione del mercato interno (-4,9%) e di un aumento pressoché trascurabile del mercato estero dello 0,2%. Per gli ordinativi, invece, il calo congiunturale riflette ampie contrazioni delle commesse provenienti da entrambi i mercati (-5,7% quello interno e -7,3% quello estero).

Con riferimento ai raggruppamenti principali di industrie, a settembre gli indici destagionalizzati del fatturato segnano un aumento congiunturale solo per i beni strumentali (+0,9%); tutti gli altri raggruppamenti registrano cali abbastanza marcati: -3,5% i beni di consumo, -5,6% i beni intermedi e -7,3% l’energia.

Corretto per gli effetti di calendario (i giorni lavorativi sono stati 22 contro i 21 di settembre 2019), il fatturato totale diminuisce in termini tendenziali del 4,6%, riflettendo cali di ampiezza similare sia sul mercato interno (-4,5%), sia su quello estero (-4,9%).

Con riferimento al comparto manufatturiero, il settore dei mezzi di trasporto registra la crescita tendenziale più rilevante (+4,6%), seguito dalle altre industrie manifatturiere e delle riparazioni (+2,6%), mentre l’industria dei computer e dell’elettronica e l’attività di raffinazione del petrolio mostrano i cali peggiori (-11,0% e -34,7%, rispettivamente).

In termini tendenziali l’indice grezzo degli ordinativi aumenta del 3,2%, riflettendo risultati dello stesso segno su entrambi i mercati, ma di ampiezza significativa per quello interno (+5,1%) e piuttosto modesta per quello estero (+0,4%). La maggiore crescita tendenziale si registra nel settore dei mezzi di trasporto (+17,6%) e in quello del legno e della carta (+4,7%), mentre i peggiori risultati si rilevano nell’industria farmaceutica (-4,0%) e nel comparto dei computer e dell’elettronica (-4,1%).

Antibiotico-resistenza: “In Europa 37 mila morti l’anno”.

Assorted pills

I nuovi dati diffusi dall’ECDC, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, mostrano che i livelli di resistenza antimicrobica e consumo di antimicrobici nell’Ue/See nel Regno Unito sono ancora fonte di preoccupazione, in particolare nelle parti meridionali e orientali dell’Europa. L’ECDC lancia quindi oggi la sua campagna digitale 2020 per sensibilizzare ulteriormente gli operatori sanitari e il pubblico sull’importanza di continuare la lotta contro la resistenza antimicrobica per preservare l’efficacia degli antimicrobici.

Infatti i dati EARS-Net per il 2019 hanno mostrato ampie variazioni nell’incidenza della resistenza antimicrobica (AMR) nell’UE a seconda della specie batterica, del gruppo antimicrobico e della regione geografica. La specie batterica più comunemente segnalata è stata E. coli (44,2%), seguita da S. aureus (20,6%), K. pneumoniae (11,3%), E. faecalis (6,8%), P. aeruginosa (5,6%), S . pneumoniae (5,3%), E. faecium (4,5%) e specie Acinetobacter (1,7%).

I nuovi dati sulla resistenza antimicrobica per il 2019 mostrano che la resistenza antimicrobica è ancora una sfida per l’Ue/ See. Le percentuali di resistenza alla vancomicina, un antibiotico di ultima linea, nelle infezioni del flusso sanguigno da Enterococcus faecium sono quasi raddoppiate tra il 2015 e il 2019.

La resistenza ai carbapenemi, un altro gruppo di antibiotici di ultima linea, rimane una preoccupazione. Diversi paesi hanno riportato percentuali di resistenza ai carbapenemi superiori al 10% per Klebsiella pneumoniae e la resistenza ai carbapenemi era comune anche nelle specie Pseudomonas aeruginosa e Acinetobacter, e a percentuali molto più elevate rispetto a K. pneumoniae.